Lo dicevamo già da tempi non sospetti, e il post referendum non ha fatto altro che darci ragione: la crisi identitaria che attraversa Forza Italia non è più risolvibile senza una profonda rivoluzione interna. Quella sulla riforma della giustizia non era una sfida qualunque, ma la sfida delle sfide. Ed è proprio lì che il partito si è trovato di fronte a una delle deflagrazioni più potenti degli ultimi anni. Questa volta non si tratta di una semplice crisi interna.
È qualcosa di più profondo: una frattura identitaria che tocca il cuore stesso del partito fondato da Silvio Berlusconi. Perché il referendum appena archiviato non era un passaggio qualunque. Era il terreno simbolico e politico su cui Forza Italia si giocava sé stessa, la riforma della giustizia, storica bandiera del berlusconismo, il terreno su cui per decenni Forza Italia ha costruito consenso, identità e narrazione. Ed è proprio lì che è arrivata la sconfitta. Una sconfitta che brucia. E che dentro il partito nessuno prova davvero a nascondere. Ufficialmente la linea è compatta: “abbiamo fatto tutto il possibile”, ripete Antonio Tajani, sottolineando il rispetto per il voto popolare e assicurando che nulla cambierà per il governo guidato da Giorgia Meloni. Anche i dirigenti rilanciano lo stesso schema: la congiuntura internazionale, la guerra, la difficoltà di tenere alta l’attenzione su un tema tecnico, la politicizzazione dello scontro. Ma dietro la linea ufficiale si muove un’altra verità. La delusione è profonda e si mescola alla rabbia. Rabbia per una campagna considerata da molti troppo tecnica, poco politica, incapace di parlare alla pancia dell’elettorato. Rabbia per errori strategici evidenti, a partire da un Sud dato quasi per perso in partenza.
E soprattutto rabbia per un dato che pesa come un macigno: una parte significativa dello stesso elettorato forzista ha votato “no” o ha scelto di non votare. È qui che la sconfitta diventa qualcosa di più di un risultato elettorale. Diventa un campanello d’allarme. Perché se Forza Italia perde sulla giustizia, perde su sé stessa. E infatti, nel giro di poche ore, il voto ha innescato una reazione a catena. Le dimissioni di Maurizio Gasparri da capogruppo al Senato sono state il primo segnale visibile di una resa dei conti interna già in corso. Ma il vero nodo è politico: la leadership. Nel partito cresce il sospetto che si sia arrivati alla fine di un ciclo.
Antonio Tajani è sempre più percepito come un segretario in difficoltà, stretto tra la gestione di governo e un partito che fatica a riconoscersi nella sua linea. Il tentativo di rafforzare la struttura attraverso i congressi territoriali, anziché spegnere le tensioni, rischia di amplificarle. E mentre ufficialmente nessuno rompe, nei corridoi si parla apertamente di dopo-Tajani. A rendere tutto più evidente è il cambio di clima che arriva da Arcore. Marina Berlusconi ha impresso una scossa netta: il partito deve cambiare, e deve farlo davvero. Non più operazioni di facciata, ma un rinnovamento della classe dirigente e della linea politica.
È in questo vuoto che iniziano a emergere nuove figure, nuovi equilibri, nuove ambizioni. E mentre a Roma si ridefiniscono i rapporti di forza, nei territori soprattutto al Sud, il partito mostra le crepe più profonde: divisioni, correnti, leadership locali contestate. I congressi regionali annunciati per la primavera dovrebbero essere il momento della ripartenza. Ma il rischio, sempre più concreto, è che diventino il teatro di una resa dei conti. Perché questa volta la posta in gioco è diversa. Non si tratta solo di chi guiderà Forza Italia. Ma di cosa sarà Forza Italia nel dopo Berlusconi.
La sconfitta al referendum non è stata solo una battuta d’arresto. È stata un vero e proprio detonatore. E dentro Forza Italia l’esplosione è già in atto. Nel giro di poche ore si è consumato il primo sacrificio eccellente: Maurizio Gasparri lascia la guida dei senatori, travolto da una fronda interna che, secondo le ricostruzioni, ha raccolto 14 firme su 20. Un segnale politico chiarissimo: la linea attuale non regge più. Ma Gasparri è solo il primo tassello. Il vero bersaglio è un altro.
Al centro della tempesta c’è Antonio Tajani, segretario nazionale del partito, percepito come un leader ormai in difficoltà, incapace di tenere insieme le diverse anime azzurre. E il sospetto, sempre più diffuso, è che abbia provato a blindare il partito attraverso i congressi territoriali, finendo però per alimentare ulteriori tensioni. I retroscena raccontano di un passaggio cruciale: sotto la pressione interna e soprattutto sotto il pressing della famiglia Berlusconi, Tajani avrebbe anche ventilato l’ipotesi di un passo indietro. Un segnale politico pesantissimo. Perché il punto non è solo la leadership, ma la direzione stessa del partito nel dopo Silvio Berlusconi.
Dietro le quinte, il baricentro si è spostato. Il ruolo della famiglia è sempre più evidente. Marina Berlusconi, insieme all’asse familiare, ha impresso una scossa netta: serve un cambio di passo, vero, non di facciata. Il via libera alle dimissioni di Gasparri, accompagnato da un significativo “bene così”, è stato letto come un segnale politico preciso. La linea è chiara: rinnovare la classe dirigente, superare gli equilibri attuali, ridare identità a un partito in difficoltà e Tajani, oggi, appare sempre più isolato.
In questo quadro prende quota una figura precisa: Giorgio Mulè politico e giornalista, attualmente Vicepresidente della Camera dei Deputati cui tutti riconoscono un enorme impegno nella campagna di propaganda per il Sì. Profilo istituzionale, capacità comunicativa, uomo di relazioni: è lui il nome che circola con maggiore insistenza per guidare una fase nuova. La sua eventuale ascesa segnerebbe un cambio netto: una Forza Italia più politica e meno burocratica più capace di parlare all’elettorato moderato, più allineata alla linea interna rappresentata dall’area Ronzulli. Non c’è ancora un’investitura ufficiale, ma il sostegno che arriva dall’area berlusconiana lo rende, oggi, il candidato più credibile per il dopo-Tajani.
Nel nuovo risiko interno emerge anche un asse politico: quello tra Licia Ronzulli e Roberto Occhiuto. Ronzulli, data per marginalizzata fino a pochi mesi fa, torna invece al centro del gioco. Rappresenta una linea più identitaria e oggi appare in sintonia con il nuovo corso che si sta delineando. Diversa la posizione di Occhiuto. Pur restando una figura forte nei territori, il governatore calabrese non sembra destinato, almeno nell’immediato, a un avanzamento nazionale visti i risultati nefasti del referendum anche in Calabria.
Se a Roma si combatte la battaglia per la leadership, in Puglia la crisi è già strutturale. Anche qui il “no” ha prevalso nettamente al referendum, evidenziando una frattura profonda tra vertici e territorio. Ma il dato elettorale è solo una parte del problema. Il partito regionale è attraversato da: malcontento diffuso, correnti in conflitto, faide interne sempre più evidenti. Il segretario regionale Mauro D’Attis prova a rilanciare con toni concilianti, parlando di congressi come “grande momento democratico” e occasione per ricucire il rapporto con la base. Ma la realtà appare più complessa. I congressi regionali previsti tra aprile e maggio rischiano di trasformarsi in un passaggio decisivo e potenzialmente esplosivo. Perché dietro l’entusiasmo ufficiale si nasconde la paura: di non riuscire a ricompattare il partito, di perdere il controllo degli equilibri interni, di vedere emergere nuove leadership territoriali.
In una regione già segnata da divisioni profonde, il congresso potrebbe diventare una resa dei conti e la posizione di D’Attis appare tutt’altro che al sicuro. Insomma un partito in transizione (forzata). Non è più una semplice crisi interna ma una ridefinizione del partito.
Tra Arcore, Roma e i territori, Forza Italia si gioca il suo futuro nel dopo Berlusconi. E questa volta la posta in gioco è altissima.
Perché il rischio, sempre più concreto, è che una sconfitta referendaria si trasformi nell’inizio di una crisi politica irreversibile.
(di Antonio Cardillo)
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