65 anni, originario di Napoli, con una lunga carriera di servitore dello Stato nel corpo dei Carabinieri, il generale Guido De Masi è da aprile amministratore della Lavit. Nel corso della sua esperienza professionale ha ricoperto incarichi in varie province d’Italia, dal Nord al Sud, attivo anche nella lotta alle mafie. Laureato in scienza della sicurezza presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, ha conseguito, inoltre, una laurea specialistica in scienze politiche presso l’Università degli Studi di Torino, è entrato in accademia militare a Modena nel 1979 nel corso di Armi varie e nel 1980 nel corso Carabinieri. Il generale ha accettato l’incarico di amministratore di una impresa colpita da interdittiva antimafia nel dicembre del 2023 non senza sentire il peso di una grande responsabilità. All’indomani della sospensione del provvedimento amministrativo l’Attacco lo ha intervistato.
Generale, come commenta la decisione dei giudici?
E’ una notizia molto importante, significa che è stata scongiurata la possibilità di fallimento della società che a breve avrebbe perso tutte le commesse pubbliche, che di fatto rappresentano il suo business prevalente. Fallimento che sarebbe gravato innanzitutto sulle 250 famiglie dei nostri lavoratori. E’ inoltre importante perché nel dispositivo, ancora una volta dopo quello di Tre Fiammelle, viene accertato che Michele D’Alba è una vittima della criminalità e non connivente con essa. Se poi sia stato debole o meno nel denunciare per timore è un altro discorso. E l'iniziativa della Procura di Bari, della Dda di indagarlo per favoreggiamento è ancora tutta da vagliare, si legge nella sentenza e comunque è a carico di una vittima di estorsione, ricordo ancora una volta. Su questo non ci sono dubbi. Quindi sul fatto che la famiglia D'Alba sia totalmente pulita non ci sono dubbi: è scritto nella sentenza di Tre Fiammelle e adesso in quella della Lavit.
Però le implicazioni a livello non solo amministrativo ma anche personale e mediatico sono state notevoli.
Noi abbiamo dovuto registrare un certo accanimento contro la Lavit, accanimento che non trova giustificazione soprattutto dopo il mio arrivo dal 5 aprile in poi. E anche di questo la sentenza ne dà atto. Parlando dei possibili rischi di infiltrazione dice che non si vede come possa esserci pericolo quando c'è ad oggi un amministratore che è un generale dei Carabinieri, che ha una lunga carriera alle spalle, anche fatta di riconoscimenti, di onorificenze e quant’altro e che ha fatto lotta alla mafia.
Che tipo di accanimento? A cosa fa riferimento?
Non hanno voluto vedere, nell'opporsi alla nostra richiesta di controllo giudiziario, le importanti operazioni di self cleaning che sono state poste in essere. Innanzitutto hanno insistito su Michele D'Alba e sulla sua presenza ma lui era fuori dalla Lavit totalmente. L'unica cosa che resta in capo alla famiglia è una certa quota azionaria di Lorenzo D'Alba (figlio di Michele, ndr) ma lo stesso non ha incarichi. Lo sforzo di self cleaning è stato grandissimo. Come previsto dalla legge, ha risistemato l'assetto societario, ha messo un generale dei Carabinieri, non solo formalmente ma realmente, alla guida della società. Ha visto fare un passo indietro a Lorenzo D'Alba, ha visto uscire totalmente dalla Lavit Michele D'Alba. La Prefettura dice che si tratta di misure assunte da poco, certo, ma sono comunque misure efficacissime.
Quanto all’obiezione che sia Tre Fiammelle a controllare la Lavit, cosa ha da dire?
“L'accusa, tra virgolette, si basa sul fatto che c'è una partita di debito-credito tra le due, parliamo di somme importanti in ballo. Avevamo spiegato, ma non ci hanno creduto, che si trattava di questioni in via di risoluzione, una già chiusa, le altre due in via di definizione. Da nuovo amministratore sto praticamente tagliando tutti i legami tra le due aziende. Non solo, di fronte all’insistenza di avvocatura e Prefettura di mantenere i commissari, abbiamo fatto notare che Tre Fiammelle da un anno ha un nuovo Cda, un nuovo amministratore ed è sottoposta a controllo giudiziario e quindi, quand’anche ci fosse interdipendenza, quale sarebbe il problema? Quali rischi si correrebbero? Nessuno, crediamo.
Generale, in questi mesi ha dovuto affrontare situazioni, fenomeni, presenze anche se non illegali, quanto meno inopportune? Ha colto segnali di possibili infiltrazioni che ha dovuto arginare?
Assolutamente no, l'ho scritto chiaramente anche nella relazione che abbiamo trasmesso al Tribunale. Appena nominato amministratore, ho effettuato una prima verifica sulla Lavit che ha, come detto, un core business industriale particolare, che poggia su appalti pubblici o su contratti con le Asl, al massimo con case di cura private. Già solo per questo è impossibile fare nero. In presenza di contratti pubblici tutto viene fatturato, questi rappresentano il 90% dell’attività della Lavit. Il restante 10% di contratti con i privati è ugualmente trasparente in quanto le spese del lavanolo vengono interamente scaricate dalle cliniche. In altre parole i conti sono regolarissimi, come scrissero anche i commissari nella loro prima relazione. Questo vuol dire che non può esserci dazione di denaro. In una società che funziona bene, che ha i conti in ordine l’infiltrazione mafiosa per dazione di denaro non è possibile e io non l'ho registrata, non l'ho vista, non esiste. Altra forma di infiltrazione mafiosa potrebbe essere l'assunzione di personale, chiamiamolo particolare. Alla Lavit questo non succede. Siamo forse una delle rarissime aziende a Foggia che non ha pregiudicati negli organici. Facciamo tutti gli accertamenti del caso prima di assumere qualcuno proprio per scongiurare la possibilità di far entrare in azienda un mafioso o un parente di mafioso. Tantomeno è stato chiesto mai a me di assumere qualcuno, personaggi, per così dire, borderline. Terzo indicatore dei quattro che formalmente si utilizzano per accertare una infiltrazione mafiosa è la capacità di influenzare la politica economica della ditta per ottenere un vantaggio. Anche questo alla Lavit non esiste, perché noi lavoriamo per appalti pubblici, solo ed esclusivamente con le strutture sanitarie, per cui anche questo parametro non esiste perché è impossibile che qualcuno possa orientare la nostra politica. Non è che Lavit all'improvviso ha comprato fabbriche di gelati, perché la mafia ce lo ha imposto. Noi facciamo una cosa sola ed è quindi impossibile che la politica economica della ditta sia orientata su pressione mafiosa. L'ultimo indicatore riguarda appalti e subappalti. Noi non abbiamo né appalti, né subappalti, né ne faremo. Allora mi chiedo, se in base agli indicatori non è possibile accertare l’infiltrazione mafiosa, come si potrebbe far pressione sulla Lavit? E’ impossibile. Ma non è tutto, proprio per evitare ogni possibile dubbio, anche perché poi su questo genere di cose si innesca la macchina del fango, appena nominato amministratore unico ho cancellato dal notaio tutte le deleghe ai dirigenti dell'azienda.
In altre parole tutto deve passare necessariamente da lei?
Nessuno ha potere di firma e di disposizione diffusa. Tutte le decisioni devono essere approvate da me, non può essere speso un solo euro se non do il mio ok, il controllo è assoluto. E’ un onere molto gravoso per me ma è l’unico modo per avere la certezza matematica che non ci siano infiltrazioni.
A questo punto che succede?
Per i prossimi due anni Lavit sarà sottoposta al controllo giudiziario e l’amministratore pur avendo pieni poteri dovrà essere controllato per scongiurare rischi di infiltrazione. Ma noi in tal senso siamo tranquilli perché, non tra due anni ma oggi, il Tribunale ci ha già detto che non ci sono indicatori che lascino pensare ad infiltrazioni. Non c’è nessun cono d'ombra. Poi, a maggior ragione avendo il Tribunale ribadito per l'ennesima volta che la famiglia D'Alba è immacolata, al netto del discorso della Dda che ancora vuole vederci chiaro su quelle intercettazioni (si è parlato di omertà dei D’Alba rispetto alla famosa captazione in questura, quando D’Alba, suo figlio e suo genero, parlando tra loro e ignari di essere registrati, avrebbero detto, secondo quanto messo agli atti dagli agenti “No, non parlo” mentre nella perizia giurata la trascrizione di quel passaggio, il cui ascolto è disponibile sul sito www.lattacco.it, sarebbe “No, vado al bar” stravolgendo totalmente il senso della conversazione a seconda che si assuma l’una o l’altra versione e su cui sono ancora in corso valutazioni, ndr). Fatto sta che questa famiglia è vittima non connivente. Il Tribunale rileva inoltre che si parla di un fatto che risale al 2017, decisamente un fatto occasionale, tra l'altro smontato dal fatto che grazie alla denuncia (una delle prime) dei D'Alba e di quella di altri imprenditori è stato possibile sviluppare un'indagine che ha portato tanti malviventi in galera. Quindi il Tribunale per l'ennesima volta stabilisce, oltre a quanto già scritto nella sentenza dell’inchiesta DecimAzione che dà merito a D’Alba dicendo che è uno dei pochi imprenditori che ha tenuto la schiena dritta, che parliamo di persone immacolate. La normativa delle interdittive antimafia fa riferimento ad un atto amministrativo che si fonda sul dubbio, in sede penale invece occorrono fatti e prove, in mancanza dei quali quelle che sono mere ipotesi cadono.
Come valuta dunque l’operato della Prefettura?
Vorrei essere chiaro su questo punto: nonostante sia stata completamente smentita in base ai fatti su cui ho argomentato prima, fino adesso la tesi prefettizia, a mio avviso il Prefetto ha fatto solo il suo dovere di amministratore pubblico. Ha applicato una norma, anche se è una norma che andrebbe rivista in qualche modo. Norma che ha il fondamento della sua ratio nell'urgenza e nell'emergenza e che prevede anche di accettare, per fermare l'invasione mafiosa, condizioni particolari, di decidere sulla base di un sospetto, di una possibilità. Si comprendono bene le implicazioni che comporta il basarsi sul sospetto e la possibilità a carico di una persona in una provincia che poi mette in moto la macchina del fango. Una macchina che può essere scatenata a carico di tutti. Ecco perché credo che sia una norma che va rivista. Del resto anche la Corte di Cassazione ha già elaborato dei criteri da applicare e delle specifiche condizioni in presenza delle quali si può andare oltre il mero sospetto e la possibilità di infiltrazione mafiosa. La giurisprudenza in questi ultimi anni a sua volta sta elaborando dei criteri simili perché evidentemente si sta manifestando la necessità di superare questo approccio con strumenti di accertamento dei fatti più solidi e concreti. Quindi ribadisco che il Prefetto ha fatto quello che ha ritenuto essere il suo dovere e non per questo va criticato o gli va detto che ha sbagliato.
Con la sospensione dell’interdittiva si torna più o meno alla normalità?
Da oggi l'amministratore unico riprende i pieni poteri dell'azienda che può quindi contrarre obbligazioni di nuovo, può partecipare a nuovi appalti, non perde gli appalti che aveva in corso, quindi è scongiurata la crisi aziendale perché avendo il 90% di appalti pubblici in essere, una volta persi saremmo andati incontro al fallimento. Come detto in questi due anni ci sarà ancora il controllore giudiziario che ogni due mesi dovrà relazionare al Tribunale. Si accerterà che non ci sono rischi di infiltrazione mafiosa sulla base dei quattro indicatori che ho elencato in precedenza. In parole povere vigilerà che in questi due anni la società resti “pulita”, che continua tranquillamente la sua attività. Al termine di questo periodo la Lavit sarà definitivamente fuori dal problema. Altra conseguenza molto importante della sospensione del provvedimento interdittivo è che la azienda viene iscritta nuovamente nella white list (la “lista bianca”, quell’elenco di fornitori, prestatori di servizi ed esecutori di lavori, non soggetti a rischio di inquinamento mafioso depositato in Prefettura, ndr). Insomma, un passaggio davvero importante per noi. Tra l’altro in questo percorso partiamo assolutamente avvantaggiati avendo il Tribunale già scritto nel suo dispositivo che non c'è neanche un indicatore che dica che la Lavit possa aver subito infiltrazioni mafiose. Ci controlleranno per due anni ma che si tratti di una società sana è stato già certificato. Quindi sì, è un momento molto importante. E lo è anche per una legittima soddisfazione della famiglia. Tengo a ribadire la totale estraneità di Lorenzo D’Alba dimessosi da presidente del consiglio d'amministrazione, che al momento mantiene solo una minima quota societaria. Il Tribunale dice che il padre è una vittima e che il figlio non c'entra assolutamente niente in quella vicenda, non è neanche menzionato negli atti. Diciamo che c'è una piena riabilitazione della figura di una persona e di una famiglia anche se ad onor del vero non c’era niente da riabilitare.
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