Diritti e dignità  nella nuova vita delle lavoratrici dell'azienda 'Op Principe di Puglia'

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Tratta, sfruttamento, violenze domestiche, senza fissa dimora. Sono queste le condizioni di partenza da cui otto donne italiane e straniere si sono potute affrancare grazie all'intervento dell'organizzazione internazionale No Cap che attraverso il canale della filiera etica nella manodopera agricola ha procurato loro un lavoro regolarmente contrattualizzato, con una giusta paga, un alloggio, l'assistenza sanitaria, un servizio di trasporto.
Tratta, sfruttamento, violenze domestiche, senza fissa dimora. Sono queste le condizioni di partenza da cui otto donne italiane e straniere si sono potute affrancare grazie all'intervento dell'organizzazione internazionale No Cap che attraverso il canale della filiera etica nella manodopera agricola ha procurato loro un lavoro regolarmente contrattualizzato, con una giusta paga, un alloggio, l'assistenza sanitaria, un servizio di trasporto.

Dopo l'azienda Prima Bio di Giovanni Terrenzio che è stata antesignana in Capitanata ad appuntarsi il bollino anticaporalato e antisfruttamento, segue l'esempio la Op"ˆPrincipe di Puglia di Stornara della famiglia Dimallio, nata da produttori agricoli che si sono prefissi l'obiettivo di sviluppare coltivazioni biologiche. "Dopo la grande eco mediatica che tutto il lavoro che sta facendo l'organizzazione No Cap in provincia di Foggia ha avuto in seguito al reportage realizzato da Giulia Bosetti per la trasmissione di Rai3 Presa Diretta adesso sono le aziende che ci contattano per entrare nel sistema della nostra rete pulita", spiega a l'Attacco Francesco Strippoli, referente provinciale dell'associazione guidata da Yvan Sagnet che il presidente Mattarella ha voluto insignire dell'onorificenza di Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana per il suo impegno in difesa della legalità , dell'inclusione sociale e per il contrasto alla violenza.

Concetti, valori e princìpi che declinati nell'operato coraggioso dell'attivista camerunense stanno apportando una storica modificazione all'abuso diffuso dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e la Capitanata, con il suo triste primato di soprusi e prepotenze sulla pelle soprattutto dei braccianti immigrati stagionali, è diventata teatro ricorrente della sua pratica: "Uno degli obiettivi di No Cap è quello di favorire la consapevolezza nel mondo dell'impresa che la legalità  va coltivata e che bisogna rispettare i diritti del personale alle proprie dipendenze - precisa Sagnet a l'Attacco -. Che siano adesso le aziende a chiamare e ad avvicinarsi a noi vuol dire che abbiamo fatto un passo in avanti molto importante. Sul territorio foggiano stiamo lavorando molto bene in termini di condivisione e realizzazione degli obiettivi ma c'è ancora molto da fare".

"Si è vero, siamo stati noi a proporre la nostra collaborazione a No Cap - dichiara Giuseppe Maffia, responsabile marketing e direttore commerciale per l'estero dell'Op Principe di Puglia -. Come azienda ci muoviamo molto sui temi del sociale e con il progetto No Cap oltre a questa componente c'è anche un profilo etico da condividere che si affianca all'aspetto commerciale. Dopo i primi contatti è nato un bel progetto che comincia oggi, con queste 8 donne che si integreranno con le nostre lavoratrici e i nostri lavoratori già  in produzione".

La natura del loro contratto è e tempo indeterminato poichè si tratta di un'azienda il cui ciclo produttivo non si ferma mai lavorando su tutte le colture a campo aperto e non avendo serre. Il volume delle produzioni della Op"ˆè senz'altro imponente e si tratta di una delle più importanti aziende produttrici di verdura e frutta biologica del territorio pugliese, con prodotti di elevato standard qualitativo. Principe di Puglia fornisce sia l'industria agroalimentare di surgelati che i mercati specializzati ed i grossisti, distribuendo i suoi prodotti per circa il 10% sul mercato italiano e per il restante 90% sui mercati esteri, soprattutto europei.

"Le nostre nuove dipendenti avranno un orario di lavoro di 8 ore e saranno impiegate nella catena di lavorazione dei prodotti freschi- continua Maffia -. Adesso si occuperanno del confezionamento di broccoli, cavolfiori e verze". Per potersi fregiare del marchio NoCap e vendere i prodotti con l'etichetta della filiera etica bisogna osservare un decalogo di regole la prima delle quali, irrinunciabile, è quella di non praticare alcuna forma di sfruttamento e applicare contratti di lavoro legali e soprattutto umani. E' questa una attestazione di civiltà  che attribuisce alla produzione un valore a cui anche i consumatori prestano sempre maggiore attenzione, privilegiando etichette dalle quali non solo è possibile ricavare indicazioni sulla sostenibilità  ambientale dei processi di coltivazione e lavorazione a garanzia del benessere della salute, ma anche tracciare un percorso pulito e trasparente dell'intera filiera, dal campo allo scaffale della vendita.

Un prodotto eticamente concepito a partire dal riconoscimento dei diritti dei lavoratori, ai processi aziendali che tengano nella giusta considerazione gli aspetti del risparmio energetico e del corretto smaltimento dei rifiuti, fino alla distribuzione sui canali della commercializzazione della grande distribuzione organizzata deve avere un prezzo giusto. "La nostra scommessa è quella di tenere insieme la sostenibilità  sociale e la sostenibilità  economica - così Sagnet spiega a l'Attacco il senso della pratica di No Cap -. Un'azienda per poter sostenere tutti i costi di una filiera pulita che rispetta i lavoratori deve avere delle entrate economiche adeguate e queste dipendono da come risponde il mercato. Se le aziende agricole sono costrette a subire i contraccolpi della distribuzione organizzata che detta le regole del mercato non potranno sostenere il costo del lavoro. Quindi parlare di diritti senza affrontare il tema della sostenibilità  economica delle imprese agricole non può che essere fallimentare. La strategia di No Cap va proprio in questa direzione, senza escludere la sostenibilità  ambientale dal momento che i prodotti con il nostro marchio sono quasi tutti biologici".

"Potersi fregiare del bollino No Cap è un'importante leva di marketing per le produzioni - ammette Giuseppe Maffia -. E' chiaro che ci si rivolge a tutta quella parte di società  e a quei consumatori che sono più attenti al rispetto dei lavoratori ed esigono garanzie sulla filiera trasparente del prodotto. L'etichetta No Cap, con tutto ciò che comporta l'ottenimento della certificazione, è sicuramente un valore aggiunto per noi; inoltre la nostra produzione è già  esclusivamente biologica quindi parliamo di un prodotto che ha già  una qualità  non convenzionale".

Questa volta il percorso di No Cap per giungere al progetto con l'azienda di Stornara è stato supportato dalla collaborazione di una rete di soggetti ed associazioni che a Foggia e in provincia si occupano di fornire risposte alle differenti forme di disagio sociale ed economico e che cercano soluzioni a condizioni di drammatico svantaggio di persone fragili e marginalizzate: "Al tema del rispetto dei diritti dei lavoratori abbiamo affiancato quello dell'inserimento di soggetti svantaggiati per dare anche una carattere di giustizia sociale al progetto - entra nel merito della questione Francesco Strippoli -. Così abbiamo lavorato in rete con associazioni che si occupano di assistenza e accoglienza come i Fratelli della Stazione, il Centro Sprar per donne rifugiate a Candela, la cooperativa sociale Medtraining che promuove lo sviluppo sociale e si occupa in modo specifico del tema della tratta, il Centro Diurno Il Dono che struttura progetti di continuità  assistenziale per persone senza dimora".

Il Villaggio Don Bosco della Comunità  Emmaus ha messo a disposizione le residenze presso le quali hanno trovato alloggio le otto donne, riuscendo così a garantire una sistemazione dignitosa, sicura e fornita di tutti i servizi. E' una delle condizioni essenziali per procedere all'inserimento delle donne nel nuovo percorso lavorativo; è una misura irrinunciabile che si va ad aggiungere ai criteri richiesti dal protocollo No Cap per favorire anche la diffusione dei principi di una cultura del rispetto dei diritti umani, oltre che di un modello economico finalmente liberato da forme più o meno diffuse ed efferate di schiavitù che trovano nella figura del caporale la perfetta sintesi di negazione di ogni principio di giustizia.

Daniela Corfiati

(Foto di Maria Palmieri)

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