Ieri abbiamo pubblicato un intervento nel quale, partendo dalla notizia recente che due operatori AMIU della raccolta dei rifiuti sono stati videoripresi con un telefonino da un cittadino mentre svuotavano nello stesso cassone di raccolta stradale il contenuto di un bidone contenente plastica mischiandolo con un bustone di rifiuti indifferenziati in una zona nei pressi del Tribunale, ci siamo impegnati a commentare la incredibile presa di posizione della stessa Amiu, affidata ai circuiti di comunicazione on line locali, che in sostanza attribuisce le criticità del suo servizio di raccolta differenziata – un servizio stabilmente collocato agli ultimissimi posti nazionali di quella particolare graduatoria di efficienza del servizio stesso - non alle proprie carenze organizzative e allo scarso zelo dei suoi spazzini all’atto della raccolta della spazzatura in modo realmente differenziato, bensì... alla responsabilità dei gestori delle attività commerciali! Secondo la dirigenza di Amiu il disservizio nella differenziazione deriva dal comportamento inosservante di quei cattivoni dei commercianti, i quali non ottemperano alla prescrizione impartita dal Comune mediante una ordinanza del marzo 2024 secondo la quale i bidoni loro assegnati (in comodato) dovrebbero essere mantenuti stabilmente all’interno dei loro locali ed essere esposti sugli spazi pubblici solo nelle occasioni di raccolta periodizzata su base settimanale, per poi essere ritirati immediatamente dopo e riposizionati nei locali commerciali in attesa del successivo ritiro periodico; laddove i commercianti hanno la pessima abitudine di lasciare in modo permanente i bidoni all’esterno dei loro locali, sicchè qualunque privato cittadino in ogni momento vi può buttare indifferenziatamente qualunque suo rifiuto, e in tal modo genera un miscuglio di rifiuti in molti cassonetti che gli incolpevoli spazzini non possono poi né verificare bene né separare all’atto della raccolta. Da tutto questo nasce la criticità della differenziazione nello smaltimento finale dei rifiuti complessivi, per cui, stringi stringi, la responsabilità del disservizio non è di Amiu... ma dei commercianti!
Nel precedente articolo abbiamo già commentato che quel ragionamento in ogni caso sarebbe del tutto estraneo alla irregolarità della manovra attuata dai due spazzini nella circostanza specifica nella quale essi erano stati videoripresi (infatti la commistione di rifiuti era stata provocata da costoro volontariamente attraverso due azioni consecutive e distinte, sicchè tutto il discorso sui bidoni lasciato all’aperto non c’entrava nulla con il misfatto in questione). Ma soprattutto ci eravamo ripromessi di mostrare come in realtà sia inesigibile la stessa prescrizione impartita con la ordinanza comunale sopra citata secondo la quale i bidoni per la raccolta differenziata dovrebbero essere mantenuti all’interno dei locali in maniera stabile, per cui il richiamo fatto dall’ Amiu a quella prescrizione è null’altro che il tentativo di mascherare le proprie inefficienze dietro il paravento di una prescrizione di per sé non attuabile, cioè fumo negli occhi per depistare il discorso su un binario morto.
Per comprendere la ragione di tale obiezione occorre rovesciare in qualche modo l’ottica e focalizzare cosa le pubbliche Autorità in generale prescrivono - e quindi esigono - da chi esercita un’attività commerciale in un locale, a pena di revocare la licenza e far chiudere l’attività medesima; naturalmente l’esempio più appropriato è quello delle attività che gestiscono alimenti e bevande e quindi sono assoggettate a regole igienico-sanitarie giustamente più stringenti, affidate a controlli periodici da parte dei NAS, dell’ASL e dell’Ispettorato del Lavoro per i profili di sicurezza dei dipendenti. Il concetto di fondo è che bisogna prevenire per quanto possibile le contaminazioni per via aerea e/o per contatto fisico, con uno scrupolo che, se attuato realmente da parte di cuochi e camerieri, pizzaioli e baristi, renderebbe la situazione igienico-sanitaria di quegli ambienti di gran lunga più sterile di qualunque cucina domestica gestita dalla più paranoica delle signore italiane impegnata in faccende di cucina.
In vista di quell’obiettivo (quanto meno tendenziale), decine e decine di normative prescrivono una prima serie di obblighi e divieti riguardanti la tenuta igienica degli ambienti, in particolare dove si manipolano le vivande e si lavano bicchieri, posaterie, pentolame e piatti. Così si comincia dalle caratteristiche delle piastrellature delle pareti e del rivestimento del pavimento con materiali repellenti; si continua con la igienizzazione plurigiornaliera dei piani di lavoro, e anzi si prescrive che debbano essere fra loro separate (in genere mediante taglieri colorati) le zone destinate alla manipolazione o di verdure, o di carni o di pesce; poi si prosegue con le vaschette di lavaggio che debbono esse distinte in vaschette per il solo lavaggio delle verdure e gli altri alimenti da quelle destinate al lavaggio rapido delle stoviglie; per brevità trascuriamo di citare le modalità di igienizzazione dei filtri degli impianti di aereazione esclusivamente mediante ditte abilitate a rilasciare certificazione legale.
Tanto per capire il grado di cautela igienico-sanitaria che si esige da chi pratica ristorazione, si pensi che a essi viene imposto di tenere due distinti frigoriferi per le carni e per il pesce (non fosse mai che i microrganismi dell’un alimento contaminassero l’altro), cioè una cosa che non farebbe a casa sua neppure la più paranoica delle massaie dopo aver visto un programma televisivo terroristico sui rischi di intossicazione da attacco batterico.
Orbene, dopo aver fatto questa lunga, e forse tediosa, fotografia di cosa si prescrive (o si vieta) nella gestione delle attività destinate alla alimentazione, immaginiamo ora che, dopo aver fatto tutto quell’ambaradam di cautele igienico-sanitarie per prevenire le contaminazioni, il gestore dell’attività mettesse nel suo ambiente di cucina 5 (diconsi: cinque) bidoni giganti di spazzatura - vetro, carta, residui organici in marcescenza, residui secchi stracarichi di microbi, un ultimo bidone pudicamente definito “rifiuti indifferenziati” nel quale ovviamente v’è finito di tutto, dagli assorbenti mestrui ai tovaglioli di carta buttati dopo la consumazione dei pasti, se non di peggio - con la prospettiva di doverceli tenere lì al chiuso per due-tre-quattro giorni fino alla successivo turno di ritiro in modo “differenziato”; il che, oltre tutto, sarebbe anche in contrasto con un ultimo divieto imposto dalle normative sanitarie (che volutamente avevamo lasciato per ultimo, giusto per fare il botto finale), secondo il quale rifiuti organici e inorganici e qualunque fonte di carica batterica non possono essere tenuti in ambiente chiuso oltre una certa durata oraria, dopo di che bisogna assolutamente evacuarli verso un ambiente aperto o fortemente aereato con aria sterile.
In pratica, i bidoni di immondizia o li si tengono in una sorta di camera stagna (tipo laboratorio microbiologico) ricavato nel locale in modo segretato dalle aree restanti, o li si buttano fuori all’aperto dopo 3-4 ore.
Ragionando al contrario: 5 bidoni di immondizia tenuti permanentemente all’interno di un bar o di una pizzeria o trattoria equivarrebbero al classico elefante al centro di un negozio di cristalleria.
Ecco che siamo arrivati al punto cruciale del discorso. Questi legiferatori comunali della domenica prescrivono che i commercianti debbano tenere 5 (ripetesi: cinque) bidoni giganti di spazzatura all’interno dei loro locali, pur sapendo benissimo per l’intanto che solo pochissimi locali di Foggia ne avrebbero la capienza per collocarli in un qualche spazio più o meno idoneo; e in secondo luogo ignorano - o danno mostra di ignorare - che le contrarie prescrizioni sanitarie impongono ai gestori di separare fisicamente gli ambienti di trattamento e di consumazione degli alimenti da qualunque fonte potenzialmente contaminante per la indiscutibile carica batterica presente in ogni tipologia di rifiuto.
Il fatto che la contraddizione fra l’una e l’altra cosa sia evidente e di per sé obiettivamente insuperabile non li turba eccessivamente, in quanto il loro scopo fondamentale non è quello di far rispettare una qualche regola del vivere civile caratterizzata da ragionevolezza e praticabilità concreta riguardante la gestione dei rifiuti, ma il ben diverso scopo di “mettersi a posto” nella propria area di competenza. E così emanano un editto draconiano che, se fosse applicato sul serio, imporrebbe la chiusura immediata del 90% dei bar, pizzerie e trattorie esistenti a Foggia, oltre a parecchie altre tipologie di altre attività commerciali.
A questo punto l’ingenuo potrebbe chiedersi perché i famigerati bidoni non siano stati muniti di una chiavetta di chiusura, in modo da poter essere lasciati all’ aperto senza l’assillo - autentico o esagerato strumentalmente da Amiu, come pure sospettiamo - che gli screanzati cittadini di Foggia vi buttino dentro chissà che cosa e così inquinino tonnellate e tonnellate di rifiuti “differenziati”, costringendo la malcapitata Amiu a restare inchiodata al 27% dello smaltimento differenziato invece che raggiungere il 65% (come da contratto).
Tanto che ci viene il sospetto atroce, derivato direttamente dal celeberrimo film-cult di Charlot “Il monello” nel quale il figlioletto rompeva i vetri con un colpo di fionda e il padre, vetraio ambulante, accorreva immediatamente a proporre la sostituzione del vetro fracassato con una sua lastra che si portava dietro in giro: cioè la stessa persona procurava il danno e anche il rimedio a pagamento.
Traducendo: non è che, per ipotesi, i bidoni non sono muniti di serratura attivabile solo dai commercianti proprio per fornire ad Amiu l’alibi del loro “inquinamento” da parte di quelle canaglie dei cittadini foggiani, ovviamente con la corresponsabilità dei commercianti che non ritirano i bidoni all’ interno dei loro locali?
Insomma viene forte il sospetto che i bidoni siano lasciati senza serrature appunto per “giustificare”, attraverso una contorsione argomentativa (“causa causae est causa causati”) la pochezza del 27% della raccolta differenziata, e che insomma - come nel film di Charlot, ma a termini rovesciati - il rimedio non viene fornito proprio per provocare il danno o comunque per aggravarlo, in modo da giustificare in qualche modo la inefficienza del servizio della differenziata.
A proposito del meccanismo “alla Charlot” di provocare il danno per poi offrire il rimedio, pare che la locale Procura della Repubblica qualche tempo fa abbia avviato una indagine a carico di alcuni dirigenti di Amiu per il delitto di procurata epidemia, ipotizzando che essi avessero intenzionalmente provocato nell’ anno 2023 situazioni di rischio sanitario dirottando per qualche tempo da Foggia risorse, mezzi e personale verso Bari, cioè che avessero determinato volutamente una situazione prossima alla emergenza sanitaria proprio a ridosso delle decisioni del Comune di Foggia sul rinnovo contrattuale dell’affidamento del servizio: danno/rimedio.
Signori, questo non è il film di Charlot sul vetro fracassato e poi offerto in sostituzione, ma era ed è l’Amiu barese.
(Salvatore Russetti, già giudice di Corte d’appello - l’Attacco)
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