Foggia, requiem per un albero monumentale, Centro Studi Naturalistici: "Chi ha deciso questa eliminazione?"

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"Durante i giorni tormentati della pandemia, noi del Centro Studi Naturalistici girovagavamo per la provincia, al servizio della Regione Puglia, in cerca di alberi monumentali capaci di parlare al tempo. Testimoni silenziosi della nostra fragilità, non era solo un incarico scientifico: era una promessa, una forma di cura nei confronti di quei patriarchi".

"Ora mi trovo ai piedi di quel gigantesco ceppo di cipresso arizzonico e misuro il mio fallimento. Come Centro Studi Naturalistici avevamo sperato che la sua posizione defilata, tra l’Università e i Campi Diomedei fosse già una protezione, in attesa di un riconoscimento regionale per questo che era un imponente colosso. Eppure non c’è stato né tempo né ascolto sufficiente per tutelarlo per condividere con tutti la sua importanza e i servizi ecosistemici che ci donava".

"Mi chiedo se, per difendere un muro logorato, sia stata sacrificata una vita ricca di storia e di storie che non poteva difendersi da sola. In un luogo dove la gioventù pulsa e la memoria dovrebbe essere custodita, com’è potuto accadere che la cura si trasformasse in una faccenda di potere e superficiale calcolo? Dov’era quella gioventù che nei decenni scorsi sarebbe scesa in campo per difendere il futuro? Perché nessun professore, ricercatore si è fermato a riflettere e a esternare il suo disappunto, eppure di lì si ci ferma a parcheggiare le proprie auto".

"Non ho risposte a questo e non mi sento nemmeno di giudicare, perché non cerco colpe, ma coscienza. Chi ha deciso questa eliminazione, e con quali bandiere? Quale leggerezza ha guidato una scelta che taglia la vita come un semplice dettaglio amministrativo? Il richiamo è tragico: la ferita non è solo una perdita, ma un invito a reimparare a guardare con occhi di cura. Vorrei che quanto accaduto diventasse una domanda aperta per l’Università e per chi ci guida: stiamo formando una coscienza civile capace di riconoscere la dignità di ogni vita, anche di chi non può gridare e che è simbolo della comunità, pari a qualsiasi opera d’arte prodotta dall’ingegno umano?".

"Se la nostra comunità non risponde, la memoria rischia di spegnersi, lasciando dietro di sé solo cifre e silenzi. Fermiamoci, riflettiamo e trasformiamo questo lutto in azione concreta: proteggere, nutrire, ricordare. Che il fragile eco di questo antico albero ci richiami ogni giorno a una cura che non è lusso ma indispensabilità. Che la memoria diventi pratica quotidiana, non solo parola. E che dall’orrore di una perdita evitabile nasca un impegno per custodire la vita in tutte le sue forme, per costruire una comunità che non dimentichi la cura".

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testatina dillo al direttore WEB

 

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