Moglie di Palma a ruota libera: “Come mio marito, due colleghe fanno oltre 500 ore al mese. Asl sistema marcio”

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Sta assumendo dei contorni surreali e macabri la vicenda relativa alla denuncia da parte di sette professionisti nei confronti del collega Francesco Paolo Palma, accusato di inadeguatezza rispetto al ruolo di medico d’emergenza-urgenza. Stando alle parole di alcune fonti interne al pronto soccorso di Cerignola, lunedì scorso una ventina di Nas avrebbe raggiunto il presidio sanitario per delle indagini relative al caso. Contestualmente, nei giorni immediatamente successivi all’inchiesta, il primario del servizio di pronto soccorso e chirurgia d’urgenza di Cerignola, a cui era rivolta la missiva firmata dal personale sanitario, avrebbe rassegnato le proprie dimissioni a decorrere dal prossimo primo luglio. Ieri, intanto, l’Attacco ha raccolto la replica della signora Giulia Andriani, moglie del dottor Palma, che ha una versione dei fatti agghiacciante. Secondo la donna, suo marito – per una questione di invidie e gelosie personali e professionali – sarebbe stato avvelenato con delle benzodiazepine in tre distinte circostanze. La prima volta a ottobre 2023 a Torremaggiore, la seconda volta a gennaio 2024 a San Severo e la terza volta a maggio 2025 a Cerignola, da cui poi sarebbe scaturita appunto la notizia. Inoltre, sempre a detta di Andriani, Palma sarebbe stato solo il terzo medico per numero di ore di servizio in un mese, dopo due colleghe di San Severo, una delle quali avrebbe superato le 570 ore mensili. Il dottore, infatti, secondo la moglie, ne avrebbe accumulate addirittura 500 in un solo mese, e non 400 come denunciato, ma la Asl gliene avrebbe pagate circa 100 in meno. Le ore di lavoro in eccesso, sottolinea la donna, deriverebbero dalle richieste dei primari, dipese dall’evidente carenza di personale. “D’accordo col nostro avvocato, abbiamo disposto un esame tossicologico per mio marito, che viene avvelenato con delle benzodiazepine”, ha annunciato al telefono. “Un esame tossicologico di secondo livello – quello superficiale, di primo livello, non ha valore legale – che vada a individuare la molecola eventualmente somministrata e che ha un costo di 500 euro”, ha voluto precisare. 

“Questo esame andrebbe fatto a distanza di un po’ di tempo rispetto all’avvenimento. Mi ha detto la dottoressa che, se i miei sospetti ricadono sulla notte del primo maggio, l’esame andrebbe fatto a inizio giugno. Io, però, le ho spiegato che chi intossica mio marito inizia molto tempo prima. Infatti, già dal mese di febbraio-marzo ho cominciato ad avvertire in lui un cambiamento, come le altre volte che lo hanno drogato. Forte sonnolenza, mal di testa. Un sonno non da stanchezza, ma da sedativi”, ha raccontato. 

“Ho capito, insomma, che ci fosse qualcosa che non andava. Mio marito, però, che crede nella buonafede, mi ha risposto che, dopo due precedenti tentativi di avvelenamento e una denuncia penale in corso, non si sarebbero permessi di rischiare ancora. Il primario di San Severo, che secondo me – anche se non lo dice – ha dei sospetti, a fine aprile disse a mio marito di non andare più a lavorare a Cerignola, dove ha iniziato da poco. Disse, nello specifico, che a San Severo avrebbe potuto proteggerlo, mentre a Cerignola non avrebbe potuto fare nulla”, ha continuato. 

“Mio marito, fino a quando non ha iniziato a lavorare a Torremaggiore, non ha mai avuto questi problemi. Poi, forse per gelosie di lavoro o economiche, è stato incastrato. Il medico che ha scritto a l’Attacco, peraltro qualificandosi, ha raccontato un sacco di bugie. Mio marito è solo il terzo in classifica per numero di ore di servizio in un mese, la prima è una dottoressa. Tutti e tre hanno superato le 500 ore. Addirittura, questa dottoressa è arrivata a 572”, ha aggiunto. 

“La Asl, però, gliene ne ha pagate solo 400, perché ha messo un tetto, per cui noi ne avanziamo pure altre 104, per la precisione. La dottoressa, invece, ne avanza 172, e l’altra circa 100. La Asl, in un primo momento, ha chiesto che i primari certificassero che, per esigenze di lavoro, i medici fossero stati chiamati a fare questo numero di ore. E i primari lo hanno puntualmente fatto. Nel caso di mio marito, lo hanno fatto i primari di Cerignola e di San Severo. Ancora oggi non siamo stati pagati”, ha ribadito. 

“Ci sono stati due episodi di cui non abbiamo mai parlato pubblicamente e che è arrivato il momento di raccontare. A ottobre 2023, mio marito stava facendo il turno a Torremaggiore. Già da qualche tempo, però, aveva dei sintomi di sonnolenza e mal di testa inusuali, che non aveva mai avuto prima. Una sera, mentre era di turno a Torremaggiore, appunto, lo chiamai dopo la mezzanotte, come faccio sempre, ma al telefono lo sentii strano, scocciato. Pensai, allora, di non disturbarlo oltre e di risentirlo la mattina seguente. Il giorno dopo, alle 6:00 del mattino, l’infermiere andò a chiamarlo perché erano arrivati dei pazienti da soccorrere. Mio marito non rispondeva, allora l’infermiere aprì la stanza, che non era chiusa a chiave, e lo trovò con le braccia aperte e la testa buttata sulla scrivania, il panino per terra e la bibita aperta. Dopo averlo scosso, mandò via i pazienti - che ovviamente sclerarono - e chiamò sia me che l’ambulanza. Arrivata in pronto soccorso a Foggia, trovai mio marito in condizioni pietose. Non riusciva a svegliarsi, i sedativi erano stati troppi. Venne sottoposto a una tac, per vedere se aveva avuto un ictus, che risultò negativa. Dormì per due giorni interi, senza neanche svegliarsi per bere. Dopo una settimana di ricovero, la diagnosi fu stanchezza da lavoro. Riprese a lavorare il primo novembre, sempre a Torremaggiore e a San Severo. All’epoca non andava a Cerignola. A gennaio 2024, poi, successe la stessa cosa a San Severo, sempre durante un turno di notte. Mio maritò arrivò a quel turno pieno di benzodiazepine. Nonostante la sonnolenza, dopo avere fatto mattina e pomeriggio a Torremaggiore, andò a fare la notte a San Severo. Durante il tragitto, ebbe dei colpi di sonno e rischiò di schiantarsi con l’auto. Una volta arrivato sul posto, parcheggiò l’auto nel parcheggio di un supermercato e si addormentò. Ovviamente, poi, arrivò tardi a lavoro. Come lo so? Perché, dopo l’ennesimo collasso di mio marito – avvenuto quella notte – quando con il carrozziere andai a ritirare l’auto, trovai il sedile completamente abbassato”, ha detto. 

“Fu talmente forte da lavorare, nonostante tutto, fino a una certa ora. Poi, alle 4:00, subentrò il collega e lui andò a riposarsi, senza svegliarsi più per altri due giorni. L’indomani mattina, lui era di turno a Torremaggiore. Eravamo d’accordo che lo avrei dovuto chiamare alle 7:30, ma lui non mi rispose. Allora telefonai alla postazione di Torremaggiore, dove il suo turno lo stava coprendo una dottoressa arrivata da fuori. Ma, se per legge bisogna aspettare tre ore prima di sostituire un medico in servizio – prima delle tre ore è tenuto ad aspettare il collega che c’era prima – come facevano a sapere che mio marito non si sarebbe presentato? È questa la cosa strana”, ha fatto sapere. 

“Dopo le 8:00 mi chiamò una dottoressa da San Severo per dirmi che mio marito aveva avuto un collasso. Raggiunsi San Severo – da Foggia, dove viviamo – e trovai ancora mio marito nelle condizioni della prima volta a Torremaggiore. Avevano già fatto la tac, ed era risultato tutto negativo. Il primario pensava che avesse avuto un infarto a causa delle troppe ore di lavoro, anche perché mio marito è cardiopatico, ma avvicinandomi mi accorsi che dormiva profondamente. Questa seconda volta, però, dopo avere notato le sue urine rossastre – tipiche dell’intossicazione da benzodiazepine – chiesi l’esame tossicologico, che risultò positivo. Ho il referto”, ha risposto la donna a specifica domanda. 

“Lui non ha mai preso farmaci con benzodiazepine. Ha pianto tanto, sta male. Non si aspettava tanta cattiveria da parte dei colleghi. A San Severo le due colleghe lo avevano emarginato, per cui abbiamo chiesto a Cerignola se avessero bisogno di medici e loro hanno accettato. Il primo maggio ha avuto un calo di pressione. Dei giramenti di testa. Da quel momento in poi, non ricorda più nulla. Invece di soccorrerlo, gli infermieri si sono messi a fare foto e video per incastrarlo. La dottoressa è nuova, con un incarico a tre mesi. Ma il suo staff sanitario avrebbe dovuto soccorrerlo. Ecco, questo è importante: c’è stata un’omissione di soccorso ai suoi danni da parte della dottoressa e degli infermieri che poi hanno scritto la lettera”, ha chiosato Andriani. 

“Come fanno a intossicarlo da tutte le parti? Perché hanno i loro agganci. Tra di loro si conoscono. A Cerignola c’è un vigilante che è il compagno di un’infermiera che lavora a San Severo, per dire. Aveva ragione il primario a dire di non farlo andare a Cerignola, che a San Severo lo avrebbero protetto. E me lo ha rinfacciato, infatti. È una setta diabolica che lo perseguita. Noi non abbiamo bisogno di soldi. Mio marito, come le altre due colleghe, fanno oltre 500 ore perché glielo chiedono i primari, i pronto soccorso sono in carenza di medici. L’ultima volta il primario di Cerignola lo ha chiamato alle 23:00 per andare a lavorare. Mio marito aveva fatto la mattina a Torremaggiore e il pomeriggio a San Severo. Ha provato a protestare, allora il primario ha chiesto a me di accompagnarlo. Siccome non guido, ha detto che avrebbe mandato un’auto della Asl, perché il pronto soccorso era completamente scoperto. Non siamo noi a chiedere di fare ore, sono loro che lo chiedono a noi, ha concluso. 

“Il primo maggio la dottoressa che era con lui non poteva fare i codici rossi, perché è nuova e inesperta. La Asl deve capire che i medici nuovi vanno in crisi se arriva un codice rosso, ma anche che i medici esperti non possono fare questi orari. I primari arrivano al ricatto – fine a sé stesso, perché poi hanno bisogno di medici -, è un sistema perverso che deve essere assolutamente denunciato”. 

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testatina dillo al direttore WEB

 

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