Piccolo paziente tracheostomizzato in stanza-deposito per giorni: denuncia del papà (che sveglia Pasqualone)

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Quanto accaduto agli Ospedali Riuniti di Foggia racconta una storia che va ben oltre il singolo episodio. È il riflesso di un sistema sanitario in sofferenza cronica, nel quale carenze strutturali, organizzative e gestionali finiscono troppo spesso per ricadere sui pazienti più fragili e sulle loro famiglie. Una vicenda che non giustifica in alcun modo la violenza contro il personale sanitario, ma che impone una riflessione inevitabile: quanto incidono la mancanza di empatia, l’assenza di autocritica e la difficoltà ad assumersi responsabilità nel generare rabbia, esasperazione e sfiducia? Il protagonista involontario della vicenda è un bambino con tracheostomia, dunque estremamente vulnerabile alle infezioni. Trasportato d’urgenza in ambulanza di notte per gravi difficoltà respiratorie, dopo il primo accesso al pronto soccorso viene ricoverato in reparto. La stanza assegnata, però, non è una normale camera di degenza. Come documentato da foto e video inviati alla redazione de l’Attacco dal genitore, si tratta di un locale chiaramente adibito a deposito: privo di finestre, polveroso, con cartoni ammassati, una fotocopiatrice, armadietti inutilizzati e un bagno chiuso, con tanto di scritta sul finestrone in alto che invita a non aprire “perché entrano i piccioni”. Un ambiente che il genitore segnala immediatamente al personale sanitario come assolutamente inadatto, soprattutto per un bambino con evidenti difficoltà respiratorie. Settantadue ore di attesa e il rimpallo delle responsabilità promettendo il trasferimento in una camera idonea, che però non si concretizzava mai. Alla richiesta di spiegazioni, la dottoressa di turno giustifica la decisione parlando di priorità assegnate a codici rossi definiti più gravi. Una spiegazione che il genitore contesta apertamente: a suo avviso, la camera inizialmente destinata al figlio sarebbe stata assegnata ad altri bambini che, pur bisognosi di cure, presentavano condizioni meno critiche rispetto a quelle del piccolo con tracheostomia. Il risultato è che il bambino resta per 72 ore in quella stanza impropria. La svolta arriva solo dopo una segnalazione diretta al direttore generale degli Ospedali Riuniti di Foggia, Giuseppe Pasqualone. 

In seguito all’intervento della direzione, la situazione viene finalmente sbloccata e il bambino viene trasferito in una camera adeguata e dignitosa. C’è però un ulteriore aspetto che il genitore tiene a sottolineare con forza: farmaci, pannolini e materiali di prima necessità non sono stati forniti dall’ospedale, ma sono rimasti interamente a carico della famiglia, che ha dovuto provvedere autonomamente e a proprie spese. Un dettaglio tutt’altro che marginale, soprattutto considerando la complessità clinica del piccolo paziente. 

Non manca anche un momento di tensione quando il genitore chiede un chiarimento diretto al primario del reparto, il dr Angelo Campanozzi, sul calvario fatto vivere ad un paziente fragile e alla sua famiglia. Secondo il racconto, il medico, già presentatosi con un atteggiamento tutt’altro che conciliante, avrebbe liquidato le richieste di spiegazioni sui criteri di assegnazione dei codici rossi con: “Tanto lei non lo saprà mai, per ragioni di privacy”. 

Nessuna empatia, nessuna attenzione per lo stato emotivo di un genitore che vive ore di angoscia accanto a un figlio fragile. Una risposta percepita come l’ennesima presa in giro, inasprita dalla decisione del primario di chiamare la polizia per invitare il genitore a calmarsi.

Poche ore dopo il trasferimento e la discussione, il colpo di scena: la stanza che aveva ospitato il bambino viene svuotata, con il letto rimosso e il locale dichiarato non utilizzabile. Un dettaglio che, più di qualsiasi spiegazione, sembra confermare che quella sistemazione non fosse idonea a ospitare alcun paziente, tantomeno un bambino in condizioni così delicate. 

Non una guerra ai medici, ma alla cattiva gestione. Il genitore è chiaro: non si tratta di un attacco indiscriminato contro il personale sanitario. Al contrario, sottolinea la presenza di medici giovani, preparati e umani, così come di professionisti competenti che operano quotidianamente in condizioni spesso proibitive. Il problema, secondo la denuncia, risiede nella gestione del reparto, nella catena decisionale e soprattutto nell’incapacità di riconoscere un errore evidente. Una consapevolezza maturata anche grazie all’esperienza diretta della famiglia in altre strutture sanitarie d’Italia dove al contrario le esigenze del paziente specie se particolarmente fragile, vengono prima di tutto. 

È una storia che l’Attacco ha ritenuto doveroso raccontare, al pari delle notizie di cui il nostro quotidiano si è più volte occupato del preoccupante fenomeno delle aggressioni al personale sanitario che affligge ormai quotidianamente la sanità pugliese. 

Questa vicenda mostra l’altra faccia della medaglia: quella fatta di cattiva comunicazione, scarsa capacità di accoglienza, arroganza e negazione degli errori da parte del personale medico. In un sistema già al collasso, questi elementi rischiano di diventare detonatori pericolosi. La sanità pubblica non si difende con il silenzio né con la chiusura, ma con trasparenza, rispetto e responsabilità. Perché quando una stanza viene dismessa “dopo”, la verità ha già parlato. E a pagarne il prezzo, troppo spesso, sono i più fragili.
(Imma Ceci - l’Attacco)

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testatina dillo al direttore WEB

 

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