Chi paga fuga dei pazienti? Prosegue scontro su deficit sanitario regionale, ridurre liste di attesa non basta

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Il paradosso della sanità pugliese è tutto nei numeri. Da una parte un piano straordinario che accelera il recupero delle liste d’attesa, dall’altra un’emorragia di pazienti e risorse che continua a svuotare le casse regionali. Due facce della stessa crisi che oggi esplode nel confronto politico e istituzionale. I dati aggiornati al 25 marzo raccontano uno sforzo significativo: il piano di recupero ha raggiunto il 90% dei recall rispetto all’obiettivo fissato a febbraio. Sono state richiamate oltre 111 mila persone, anticipati più di 54 mila appuntamenti ed eseguite più di 40 mila prestazioni. Tra le attività più incisive spiccano le risonanze magnetiche (2621 esami), con un anticipo medio di 244 giorni, seguite da visite cardiologiche, ecografie e prestazioni specialistiche diffuse. Anche sul fronte dei ricoveri si registrano numeri importanti: 1.669 interventi già effettuati e oltre 1.300 anticipati. Un’accelerazione che dimostra come, con una regia organizzativa forte, sia possibile intervenire sulle criticità più evidenti. Ma non basta. Perché accanto a questi risultati resta aperta una falla strutturale: la mobilità passiva. Secondo i dati ufficiali, la Puglia nel 2025 ha speso 345 milioni di euro per prestazioni sanitarie erogate fuori regione, di cui 246 milioni per circa 53 mila ricoveri.  Una cifra che rappresenta non solo un peso economico, ma anche il segnale evidente di una domanda sanitaria che non trova risposta adeguata sul territorio. Il fenomeno non riguarda solo prestazioni altamente specialistiche, ma anche operazioni più semplici che  potrebbero essere effettuati anche in Puglia, segno di criticità organizzative e di sistema più che di carenze strutturali. Il presidente della Regione, Antonio Decaro, ha posto il tema al centro dell’agenda politica, parlando della necessità di rivedere il sistema della mobilità sanitaria e trattenere risorse sul territorio. L’obiettivo è chiaro: migliorare l’offerta interna e ridurre la dipendenza da altre regioni. Ma le sue dichiarazioni hanno innescato un duro scontro politico. Fratelli d’Italia accusa: quei 53 mila pugliesi che si curano fuori regione non lo fanno per scelta, ma per necessità, costretti da un sistema inefficiente. 

Nel mirino la gestione regionale, ritenuta responsabile di anni di ritardi, carenze organizzative e mancanza di programmazione. E proprio sul terreno della mobilità e del rapporto tra pubblico e privato si inserisce la posizione dell’AIOP, che prova a spostare il dibattito su un piano più strutturale. Per l’associazione della sanità privata accreditata, il fenomeno non va letto solo come un costo da abbattere, ma come un indicatore di ciò che non funziona. 

“La mobilità sanitaria interregionale non è solo un costo, ma un segnale che ci dice dove migliorare”, sottolinea il presidente di AIOP Puglia, Fabio Margilio. Secondo AIOP, il dato più significativo è che gran parte dei pazienti pugliesi si rivolge a strutture private accreditate del Nord: una scelta che evidenzia la ricerca di tempi certi e qualità organizzativa. Da qui la proposta: non limitare la mobilità con vincoli amministrativi, ma rafforzare l’offerta sanitaria regionale. La Puglia, sostiene Margilio, dispone già di competenze, infrastrutture e professionalità in grado di competere a livello nazionale, ma queste risorse non sono ancora pienamente valorizzate. La soluzione indicata passa attraverso cinque direttrici: integrazione reale tra pubblico e privato accreditato, programmazione basata sui fabbisogni per specialità, pieno utilizzo della capacità erogativa esistente, interventi mirati nei settori più critici e stabilità normativa nei rapporti tra Regione ed erogatori.

Un cambio di paradigma, quindi, che punta a trasformare una debolezza in opportunità. “I cittadini non cercano cure altrove per scelta, ma per necessità. Se l’offerta è di qualità, restano”, è la sintesi della posizione AIOP. L’obiettivo è comune dunque: restituire ai cittadini pugliesi fiducia nel proprio sistema sanitario, valorizzando ogni eccellenza a disposizione.

Una visione che si intreccia con quella di Antonio Perruggini, presidente di Welfare a Levante, associazione di categoria che aggrega numerose strutture sociosanitarie (come le RSA) in Puglia. Perruggini pur condividendo l’orientamento del governatore, individua nella mancata programmazione il nodo storico della sanità pugliese. Il problema, osserva, è soprattutto organizzativo: non sono stati pianificati in modo adeguato i fabbisogni né monitorate con continuità le liste d’attesa. 

Oggi il rischio è quello di intervenire in emergenza, con misure drastiche per contenere la spesa. Ma la risposta, avverte, deve essere più ampia. Serve una nuova visione della medicina territoriale, con il rafforzamento dell’assistenza domiciliare e la piena attivazione delle case della salute, per ridurre la pressione sugli ospedali e migliorare la presa in carico dei pazienti.

Resta però un principio imprescindibile: la libertà di scelta del cittadino, che non può essere compressa neppure in una fase di difficoltà del sistema. È proprio in questo equilibrio tra sostenibilità economica, efficienza organizzativa e diritti dei cittadini che si gioca il futuro della sanità pugliese. Il piano di recupero delle liste d’attesa dimostra che intervenire è possibile. Ma senza una riforma strutturale, capace di integrare pubblico e privato e di programmare davvero i bisogni, il rischio è che la fuga continui. E con essa, il costo – economico e sociale – di una sanità che ancora fatica a trattenere i propri pazienti.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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