Don Antonio Carbone ha l’ardire e la sensibilità di parlare dei sogni dei ragazzi nella città della quarta mafia, in modo particolare dei figli delle famiglie che abitano nel quartiere Candelaro, dove svolge opera di aggregazione e animazione il gruppo dei Salesiani, nell’oratorio della Parrocchia del Sacro Cuore.
Il sacerdote di Torre Annunziata era seduto tra il pubblico dell’assemblea pubblica “Foggia, ora tocca a noi”, organizzata dal Presidio di Libera Foggia “Nicola Ciuffreda e Francesco Marcone” in collaborazione con la rivista Lavialibera. “Ero pronto ad intervenire, ma non c’è stato tempo. E’ stato un bel momento con un’ampia partecipazione trasversale di tante realtà del territorio, ma mi chiedo dove erano le rappresentanze dei commercianti, degli imprenditori, di coloro che vivono nella loro quotidianità le difficoltà, il martirio direi della presenza mafiosa?”. Fatte le dovute distinzioni, don Antonio suggerisce l’utilità di potersi rifare all’esperienza del Comune di Torre Annunziata che anni fa si è impegnato nella costituzione di un osservatorio permanente per la Legalità contro la stretta dell’antistato sul tessuto economico e sociale del territorio di camorra: “Forse in questo momento storico ci sarebbe il bisogno di istituire anche a Foggia un osservatorio comunale della legalità che metta insieme un gruppo di organismi e in cui far confluire pezzi dello Stato, forze di polizia e di sicurezza, associazioni, persone impegnate nell’antimafia, il mondo della chiesa, gli imprenditori che sono maggiormente a rischio di essere vittime - spiega a l’Attacco il direttore dell’Opera Salesiana -. E’ stata un’esperienza positiva che abbiamo portato avanti a Torre Annunziata. La principale finalità è stata quella di mettere a sistema le esperienze di ciascuno di noi che agivamo in ambiti diversi della vita pubblica. Certamente la prima esigenza è stata quella di reclamare una maggiore presenza e visibilità delle forze di polizia sul territorio, e questa è una necessità che si avverte ancora di più qui su Foggia, dove ci sono momenti di alto impatto ma poi nell’ordinarietà della periferia, qui a Candelaro, non si avverte questa presenza. Dopo l’omicidio di Pietro Russo, lo scorso 29 dicembre a Via Lucera, per due o tre giorni ci sono stati molti posti di blocco e controlli, ma adesso il territorio è di nuovo sguarnito”.
Seppur avvertita come indispensabile, l’azione dello Stato non può risolversi in interventi di sola repressione e prevenzione ma si aggiunge con uguale urgenza la necessità di accompagnare in misura adeguata le famiglie delle vittime a cercare punti di riferimento che siano riferibili ad un concreto affrancamento da logiche mafiose: “Penso alla situazione della moglie di Russo che è rimasta sola con quattro figli, che ha bisogno di giustizia non certo di vendetta, e mi chiedo chi si è trovata vicino in questa disgrazia? In che modo lo Stato, i servizi sociali, le forze di polizia, la chiesa stessa sono stati capaci di portare la loro vicinanza? Oppure ha trovato vicinanza soltanto da parte di qualcuno che le avrà sussurrato all’orecchio non ti preoccupare che poi regoliamo noi i conti? Penso al disagio economico di una mamma con quattro figli che abitava già in un contesto molto provato, come continuerà a vivere? Quali saranno i punti di riferimento di questa donna? Ha avuto l’opportunità di un’alternativa che non sia soltanto la rivalsa offerta da forze criminali?”. In relazione a queste domande centrate e dirette don Antonio Carbone chiede di superare l’autoreferenzialità che in tanti contesti in cui si professa il verbo dell’antimafia si manifesta “tutti invochiamo una comunione di intenti però poi forse si ha la percezione che ognuno vuole gestire le azioni a modo suo, non mi pare ci siano coordinamenti di associazioni né istituzionalizzati, né informali, e questo è un grave limite”.
Alla scuola ed all’azione educativa e culturale don Antonio attribuisce un ruolo altrettanto determinante “bisogna avere la capacità di non guardare all’immediato ma programmare a lungo termine attraverso un’attività cultura che parta dalle scuole e che deve essere molto più forte. Noi abbiamo avuto un incontro da remoto con la dirigente della scuola Altamura anche in previsione del Piano di zona dei Servizi sociali, ci siamo voluti collegare ad alcune realtà con le quali già collaboriamo per fare il punto della situazione, abbiamo rassegnato le emergenze che abbiamo riscontrato anche noi con la nostra prossimità ai bisogni dei nostri ragazzi e delle loro famiglie. Qui più che altrove non bastano gli spazi, ma vanno riempiti di opere educative”.
La comunità educante del Sacro Cuore è in piena attività per i preparativi della settimana dedicata ai festeggiamenti per Don Bosco che si articolerà in una serie di attività che ruotano attorno alla figura e all’opera del santo considerato il patrono della Chiesa dei giovani: “Avremmo voluto allargare le iniziative alle scuole, ma le restrizioni sanitarie non ce l’hanno consentito - spiega il sacerdote -. Vorremmo trasmettere ai nostri ragazzi la capacità di sognare anche se questo è profondamente impegnativo perchè nasce poi da parte della società adulta l’obbligo di spendersi affinchè questi sogni prendano forma. Non dobbiamo aver paura di far continuare a sognare i ragazzi di questa città ed in particolare di questo quartiere, perché il nostro presente non può pregiudicare quello che può essere un futuro diverso per loro”.
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