È stata un’estate complicata, forse la più difficile degli ultimi anni, quella vissuta dal Quartiere Ferrovia di Foggia. Nel giro di poche settimane, il rione che si sviluppa intorno alla stazione ferroviaria è stato travolto da episodi che hanno occupato le prime pagine dei giornali e acceso i riflettori della cronaca nazionale. Scene forti, talvolta surreali, che hanno contribuito a consolidare un’immagine di degrado e di insicurezza, colpendo la percezione collettiva non solo del quartiere, ma dell’intera città. Tutto è iniziato con le immagini diventate virali di una coppia sorpresa ad avere rapporti sessuali in pieno giorno in piazzale Vittorio Veneto. Pochi giorni dopo, la follia di un uomo armato di una grossa mazza di ferro che ha distrutto auto, colpito cassonetti e minacciato passanti, costringendo polizia e carabinieri a un intervento ad alta tensione. Poi, la cronaca minuta ma non meno preoccupante: tentativi di rapina a danno di ragazzini in bicicletta, risse improvvise, episodi di microcriminalità che alimentano il senso di paura diffusa. Fino alle reazioni più esasperate dei residenti, che in più di un’occasione hanno sfiorato la giustizia fai-da-te, con folle pronte a fermare da sole i responsabili. Ogni volta, il quartiere Ferrovia è diventato caso nazionale: servizi televisivi, talk-show, inviati pronti a mostrare l’altra faccia di Foggia, quella più dura, fatta di marginalità e abbandono. Una narrazione che riduce la complessità di un territorio alla sola cronaca nera, trasformando il rione in simbolo di degrado e insicurezza. Ma dietro quelle immagini c’è molto di più. Perché il quartiere, nonostante tutto, non si arrende. Anzi. Negli stessi giorni in cui i riflettori mediatici si concentravano sugli episodi di violenza, prendevano corpo esperienze di partecipazione, reti di solidarietà, iniziative dal basso. È il segnale di una comunità che rifiuta la rassegnazione e cerca nuove forme di protagonismo civile. Emblematico il ruolo del comitato Difendiamo il Quartiere Ferrovia, nato nel 2016 e oggi più attivo che mai. Residenti organizzati che chiedono sicurezza, servizi, interventi di riqualificazione, ma che al tempo stesso propongono idee e provano a colmare i vuoti lasciati dalle istituzioni. Non solo denunce, ma azioni concrete: dalla cura degli spazi comuni alla mobilitazione per ottenere maggiore attenzione da parte del Comune e delle forze dell’ordine. Accanto a loro, una galassia di associazioni e movimenti cittadini che, anche fuori dal quartiere, stanno dando vita a esperienze di cittadinanza attiva. Volontari che piantano alberi, raccolgono rifiuti, riaprono luoghi abbandonati, organizzano attività per i più giovani. Piccoli gesti che, sommati, tracciano una linea diversa da quella del degrado: quella di una città che prova a rialzarsi partendo dal basso. La vera notizia dell’estate foggiana, forse, non è dunque soltanto quella dei fatti di cronaca. È che accanto al racconto della paura, cresce quello della reazione. In un contesto difficile, la cittadinanza attiva non è più un’eccezione, ma un fenomeno in espansione. Un patrimonio di energie che, se sostenuto e riconosciuto, potrebbe diventare la leva più forte per restituire al Quartiere Ferrovia – e a tutta Foggia – un futuro diverso.
Comitati, associazioni ambientaliste e sociali. Matura un nuovo e vivace attivismo dal basso
Il comitato Difendiamo il Quartiere Ferrovia è diventato, negli ultimi anni, il simbolo della resistenza civile di una parte di Foggia che non intende più piegare la testa. Nato come gruppo spontaneo, con poche decine di residenti decisi a non sopportare oltre lo stato di degrado, il comitato si è progressivamente trasformato in un presidio stabile, capace di aggregare centinaia di famiglie, commercianti e cittadini comuni. Da tempo denuncia situazioni che molti preferivano ignorare: spaccio diffuso, microcriminalità, bivacchi notturni, risse frequenti. Ma l’ultima estate, segnata da episodi di cronaca eclatanti, ha rappresentato un punto di svolta.
“È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso – spiegano i promotori – perché ormai la percezione di insicurezza è diventata quotidiana. Non è più soltanto il pensionato che ha paura a uscire di sera, ma anche lo studente che va a prendere il treno, la madre che accompagna i figli a scuola, il commerciante che abbassa la saracinesca con l’ansia di trovare il negozio vandalizzato il giorno dopo. La sensazione è quella di vivere in un quartiere lasciato a sé stesso”. Non ci si limita più alle lamentele, ma si propongono soluzioni. Tra le iniziative discusse, l’attivazione dei gruppi di controllo di vicinato previsti dalla normativa nazionale, una forma di collaborazione civica che in altre città ha portato a una diminuzione dei reati predatori. “Non vogliamo sostituirci alle forze dell’ordine – chiariscono i membri del comitato – né improvvisarci poliziotti. Quello che chiediamo è di poter fare la nostra parte, vigilando e segnalando con tempestività situazioni sospette. Non servono ronde o giustizia fai da te, ma una rete di cittadini consapevoli che sappiano dialogare con le istituzioni”.
Il comitato immagina anche strumenti tecnologici per dare forza alle denunce. Un gruppo WhatsApp pubblico, aperto ai residenti, nel quale ogni segnalazione diventa un atto tracciato, verificabile e, soprattutto, visibile. “Immaginate la differenza – spiegano – tra una segnalazione fatta al telefono, che magari si perde in qualche ufficio, e una denuncia scritta in un gruppo dove tutti leggono e tutti possono verificare. La trasparenza diventa la nostra arma. Non vogliamo più che i problemi vengano minimizzati o messi a tacere: se succede qualcosa, deve restare scritto nero su bianco e diventare patrimonio collettivo”. Il linguaggio si è fatto più duro e diretto. Dopo l’ennesimo accoltellamento avvenuto nei pressi della stazione, il comitato ha chiesto l’invio dell’esercito, sostenuto da una petizione con tremila firme. Una richiesta che ha fatto discutere, ma che fotografa l’esasperazione.
“Non bastano promesse o rassicurazioni generiche – si legge nel documento – perché di promesse ne abbiamo sentite troppe e quasi mai mantenute. La misura è colma: non si può vivere nella paura di prendere un autobus o attraversare una piazza. La sicurezza non è un lusso riservato a pochi, ma un diritto che lo Stato deve garantire a ogni cittadino, indipendentemente dal quartiere in cui vive”. Alle denunce si affiancano tre proposte precise al Comune: dichiarare il quartiere Ferrovia zona di interesse storico, così da frenare il proliferare del commercio fotocopia; introdurre un’ordinanza anti-alcol che limiti la vendita notturna e contrasti i bivacchi; creare un filo diretto con i cittadini, una cabina di regia che consenta risposte immediate.
“Tre misure semplici – sottolineano – che non richiedono miliardi di euro o rivoluzioni amministrative. Sono cose che si possono fare subito, se c’è la volontà politica di agire. Non accettiamo più scuse, non accettiamo che ci si nasconda dietro la burocrazia. La gente del quartiere è stanca di aspettare”. Non manca una riflessione sul clima cittadino: “La vera omertà non è di chi denuncia – spiegano ancora – ma di chi finge che tutto vada bene, di chi condanna chi alza la voce e invita al silenzio. Noi chiediamo unità, chiediamo che chi ama questa città si metta insieme per cambiare le cose. Non è tempo di divisioni né di scaricabarile: o si agisce insieme, o il quartiere affonda”.
L’impegno degli ambientalisti
Accanto alle battaglie per la sicurezza, a Foggia cresce un’altra forma di mobilitazione: quella ambientale. È un movimento che non nasce dal nulla, ma dall’esasperazione di fronte a una città che negli anni ha visto ridursi drasticamente le aree verdi, aumentare le discariche abusive e moltiplicarsi i problemi legati alla gestione dei rifiuti. Vincenzo Rizzi, presidente del Centro studi naturalistici, guarda con favore a queste iniziative, pur evidenziandone i limiti: “Sono segnali positivi – dice – perché dimostrano che la cittadinanza non è indifferente, ma sente la responsabilità di curare il proprio territorio. Tuttavia, devo sottolineare che questo attivismo resta troppo frammentato, troppo strisciante e graduale. Lo vediamo all’opera in un quartiere, con qualche decina di volontari che ripulisce un’area verde o pianta nuovi alberi, ma manca un disegno complessivo. È come se tante piccole luci si accendessero, ma senza mai illuminare l’intera città. Per fare davvero la differenza, serve un progetto unitario che metta insieme queste energie”.
Maurizio Marrese, presidente del WWF Foggia, pone l’accento sulla distanza tra cittadini e politica: “C’è un vuoto che la gente prova a colmare con le proprie forze, ed è un vuoto che non dovrebbe esistere. Il compito della politica è quello di guidare e risolvere i problemi, non di negarli. Invece, troppo spesso ci troviamo davanti a istituzioni che minimizzano, che si trincerano dietro frasi fatte. Questo atteggiamento non solo non aiuta, ma rischia di spegnere l’entusiasmo dei cittadini. Se la gente si rimbocca le maniche per ripulire un parco e la politica fa finta di nulla, è come se si volesse scoraggiare la partecipazione”.
Ancora più netto è Giorgio Cislaghi, che legge l’attivismo come sintomo del fallimento istituzionale: “Sono iniziative lodevoli – riconosce – ma non possiamo nasconderci dietro l’elogio del volontariato. Non è compito dei cittadini raccogliere rifiuti, potare alberi, sistemare aiuole. È l’amministrazione che deve occuparsene. Quando i cittadini fanno queste cose, non è un segno di vitalità, ma la prova evidente che il Comune non fa il proprio dovere. Attenzione: apprezziamo chi si dà da fare, ma non possiamo accettare che questa diventi la normalità. La manutenzione della città è un servizio pubblico, non un favore che i residenti devono farsi da soli”.
Fabrizio Cangelli, infine, interpreta il fenomeno come un indicatore politico: “Quando la gente si organizza in modo autonomo è perché non viene ascoltata – osserva – e questo è un dato gravissimo. È come se i cittadini avessero perso fiducia negli strumenti istituzionali e avessero deciso di arrangiarsi. Il messaggio è chiaro: ci aspettavamo uno scatto, una visione, un cambiamento di passo che non è arrivato. E allora la comunità reagisce, creando reti alternative. È un fenomeno che merita attenzione, perché racconta una frattura tra città e istituzioni”. Le voci sono diverse, ma convergono su un punto: l’attivismo ambientale cresce laddove la politica arretra. Non è solo entusiasmo civico, ma resistenza al degrado e al vuoto istituzionale.
Le associazioni del sociale
Il mosaico non sarebbe completo senza il mondo del volontariato sociale, che a Foggia vive una stagione di grande fermento. Accanto ai comitati di quartiere e ai gruppi ambientalisti, esiste una rete di associazioni che si occupa di educazione, solidarietà, inclusione. Lelio Pagliara, sociologo e presidente del Movimento Volontariato Italiano, racconta: “Riscontro quotidianamente un desiderio crescente di partecipazione. C’è una nuova consapevolezza, la gente non vuole più sentirsi ai margini. Oggi abbiamo venti associazioni coordinate che lavorano insieme su temi che vanno dall’ambiente al welfare di comunità. Non parliamo di piccole azioni sporadiche, ma di un impegno costante, quotidiano, che entra nelle scuole, nelle parrocchie, nei centri di aggregazione. Questo è il segnale più forte: la comunità non vuole subire, vuole essere protagonista”.
Roberto Lavanna, presidente del Centro servizi per il volontariato, aggiunge: “Questa energia non nasce per caso. È il frutto di anni di lavoro silenzioso, spesso invisibile ai più. Penso al Patto Educativo, che oggi coinvolge decine di realtà diverse e che rappresenta un modello di collaborazione tra associazioni. Non si tratta di iniziative improvvisate: dietro c’è progettazione, ci sono bandi vinti, ci sono capacità di scrivere progetti complessi e di renderli sostenibili. Oggi vediamo i frutti di un percorso costruito con fatica, ed è un patrimonio che la città non può permettersi di disperdere”.
Queste esperienze dimostrano che, pur in un contesto difficile, Foggia sa esprimere vitalità. Il filo rosso che lega i vari movimenti è il seguente: sicurezza, ambiente e sociale nascono da un’unica esigenza, quella di non restare più spettatori passivi. In una città segnata da ferite profonde – dalla criminalità organizzata al degrado urbano – cresce la consapevolezza che il cambiamento può venire solo dal basso. È questa, oggi, l’immagine più autentica di Foggia: una comunità stanca di subire, che cerca nuove strade per difendere la propria dignità.
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