Progetto Nicodemo: volontariato sociale insieme alle Suore della Carità, cresciuto lontano dai riflettori

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Tra le tre e mezza e le quattro del pomeriggio – nel quartiere Croce-Di Vittorio di Manfredonia -, qualcuno si mette in cammino, percorre marciapiedi conosciuti da decenni, supera incroci e attraversamenti, e raggiunge una porta che, da oltre vent’anni, si apre due volte alla settimana. Sono donne soprattutto, molte delle quali hanno superato da tempo l’età della pensione. Chi cammina con maggiore difficoltà e chi si aiuta con un bastone, eppure continuano a uscire di casa anche soltanto per trascorrere qualche ora in compagnia. Una consuetudine, per loro, che riguarda anche il futuro di Manfredonia e di un’intera provincia: il modo in cui una comunità decide di accompagnare i propri anziani, prima che la solitudine diventi abbandono e prima che la fragilità si trasformi in emergenza. Nel febbraio 2005, nasce anche per questo il Progetto Nicodemo: un’iniziativa di volontariato sociale concepita insieme alle Suore della Carità e cresciuta lontano dai riflettori, attraverso la disponibilità di una casa, il lavoro gratuito di alcuni volontari e la presenza costante di persone che, spesso, non hanno bisogno di un servizio straordinario ma di qualcuno che si accorga di loro. A raccontare a l’Attacco questa esperienza è Michele Illiceto, professore di filosofia, autore e intellettuale impegnato nella vita culturale e sociale del territorio. Il suo percorso professionale si muove tra il pensiero filosofico, l’insegnamento e l’attenzione alle relazioni umane. Le Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret - presenti a Manfredonia da decenni - aprirono le porte dell’Istituto di San Francesco da Paola per offrire agli anziani uno spazio di socializzazione, spiritualità e reciproca attenzione. Un’esperienza che, ancora oggi, coinvolge circa un centinaio di persone, soprattutto donne, e che si svolge il mercoledì e il sabato pomeriggio in via Elvio Giustino. La stessa finalità emerge nel racconto delle religiose: fare in modo che gli anziani non rimangano confinati nelle proprie abitazioni e che possano continuare a esprimere capacità, interessi e creatività. L’origine del progetto fu una domanda semplice, rivolta dalle religiose a chi avrebbe potuto aiutarle a individuare una nuova forma di presenza: “Che cosa possiamo fare noi per il quartiere?”. La risposta non prevedeva strutture complesse, progetti faraonici o servizi che richiedessero investimenti impossibili. “Dovete fare una cosa molto semplice: aprire i vostri locali, la vostra casa, e ospitare una fascia di persone che non viene sempre messa al centro dell’attenzione”, il suggerimento che arrivò dal professor Illiceto. Era un’intuizione sociale, prima ancora che organizzativa. Le suore disponevano di spazi da mettere a disposizione, mentre gli anziani avevano bisogno di occasioni per uscire di casa e incontrarsi. Il progetto nacque dall’incrocio tra queste due disponibilità, con l’idea che la solidarietà non dovesse necessariamente cominciare da un servizio specialistico, ma potesse prendere forma attraverso l’ospitalità, la relazione e la continuità della presenza.

La fascia di popolazione anziana interessata più direttamente è quella del rione Croce-Di Vittorio. Vennero preparati manifesti, si cominciò a far circolare la notizia e, poco alla volta, il salone dell’istituto divenne un appuntamento fisso. Da allora il calendario è rimasto sostanzialmente lo stesso: due pomeriggi alla settimana, dalle 16 alle 19, il mercoledì e il sabato. Il progetto non è un centro residenziale, non sostituisce l’assistenza domiciliare e non pretende nemmeno di risolvere da solo i problemi della terza età. Piuttosto è un luogo nel quale le persone si ritrovano, partecipano ad attività comuni e, soprattutto, interrompono per qualche ora la routine domestica.

Il programma alterna movimento, socializzazione, attività culturali, canto, preghiera, gioco e ballo. “La ginnastica dolce - svolta con il contributo dei professori Giuseppe Carone e Maria Benedetta Leone - è tra le attività più richieste”. Un’occasione per mantenere il corpo in movimento, ciascuno secondo le proprie possibilità, e per contrastare l’immobilità che può accompagnare l’invecchiamento. “Molti anziani ci hanno detto che, da quando frequentano questi incontri, hanno notato miglioramenti nella loro condizione fisica e nel benessere mentale”, aggiunge Illiceto. 

L’attenzione comprende anche esercizi pensati per mantenere attive le capacità cognitive. “Quando hanno l’occasione per ballare, sembrano giovinetti straordinari”, ribaltando l’immagine stereotipata dell’anziano, considerato quasi esclusivamente come persona da assistere, proteggere o curare. Nel salone del Progetto Nicodemo, invece, l’anziano è anche qualcuno che si diverte, prende iniziative, si muove, costruisce relazioni e porta con sé una storia che merita di essere ascoltata.

A frequentare il progetto sono cento iscritti, dei quali normalmente una ottantina partecipa alle attività. C’è però una contraddizione che attraversa l’intera esperienza. Le persone che vengono accolte sono anziane, ma lo sono anche quasi tutte le suore che le accolgono. Sono circa una quindicina e le più giovani e attive hanno ormai settant’anni. Alcune hanno ottanta, ottantotto o persino novantacinque anni; altre sono allettate. La nuova superiora, più giovane delle consorelle, ha assunto un ruolo importante nella guida della comunità, ma la questione rimane: per quanto tempo un’esperienza di questo genere potrà fare affidamento sulla stessa disponibilità?

Il lavoro è gratuito e il peso materiale dell’iniziativa ricade in larga misura sull’istituto religioso. Tanto è vero che il progetto è sopravvissuto soprattutto grazie alla dedizione delle persone che lo animano e alla disponibilità degli spazi, più che a una macchina di servizi pubblici che lo abbia accompagnato stabilmente nel tempo. Ma il volontariato, da solo, non può essere una risposta illimitata a bisogni destinati ad aumentare.

Il salone non è adeguatamente climatizzato e il caldo estivo rende difficile proseguire le attività. Molti anziani arrivano a piedi, talvolta percorrendo distanze non trascurabili. “Il problema è che, quando il progetto si ferma, loro rimangono soli a casa”. E le religiose cercano di seguirli anche a distanza, “tuttavia anche loro cominciano ad essere avanti con gli anni”.

Tra l’anziano completamente autosufficiente e quello che necessita di assistenza continuativa esiste una vasta zona intermedia, spesso poco riconosciuta. È la condizione di chi riesce ancora a muoversi, ma con difficoltà; di chi può vivere nella propria abitazione, però non sempre è in grado di affrontare da solo le incombenze quotidiane. La fragilità non coincide necessariamente con la malattia e non comincia sempre nel momento in cui una persona perde del tutto l’autonomia. Può insinuarsi gradualmente, attraverso difficoltà che sembrano modeste, prese singolarmente, invece sommate finiscono per restringere il mondo di chi le sperimenta.

La famiglia, tradizionalmente, è stata il primo presidio di sostegno. Ma non sempre oggi può esercitare quella funzione con la stessa continuità. I figli vivono lontano, hanno i propri impegni lavorativi, abitano in altre città. Non tutti gli ultrasessantacinquenni sono fragili e nemmeno tutte le persone sole sono prive di autonomia, perché l’età anagrafica non è sinonimo di malattia. Ma quando la popolazione invecchia e le reti familiari diventano meno disponibili, la domanda di servizi tende a diventare più articolata. Il declino demografico riduce il numero dei residenti, modifica i rapporti tra le generazioni e può indebolire quelle relazioni di prossimità sulle quali si è retto per decenni il sostegno informale alle persone fragili.

Il problema, per il professore, è più ampio della singola iniziativa di volontariato. “Secondo me, negli ultimi anni a Manfredonia è mancata una politica sociale adeguata alla popolazione anziana”. Prima ancora di individuare le risorse e scegliere gli strumenti, “bisogna fare una radiografia sociale dei cambiamenti avvenuti e dei nuovi bisogni che sono emersi”. 

La vecchiaia non fa notizia; il modo in cui una comunità la tratta, però, racconta molto del suo presente. E il futuro di Manfredonia dipenderà anche dalla capacità di riconoscere che l’invecchiamento non è un problema da rinviare, ma una trasformazione da governare.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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