Mutare linguaggio stereotipato per cambiare cattive abitudini: “Usiamo sempre meno parole, a volte sbagliate”

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“La rappresentazione sui media della violenza contro le donne è spesso una rappresentazione distorta, che ha bisogno di essere messa meglio a fuoco”. E, anche se dopo il femminicidio di Giulia Cecchettin il tema è arrivato all’attenzione di tutte e tutti, “c’è ancora molto lavoro da fare per arrivare a un racconto davvero corretto”. Così la professoressa Flaminia Saccà dell’Università La Sapienza di Roma presentando, mercoledì scorso, i primi dati dell'’Osservatorio Step - Ricerca e Informazione sul racconto giornalistico della violenza alle donne. Sono stati analizzati circa 50mila articoli in un periodo compreso tra il 2020 e il 2024, e quello che emerge è che “la rappresentazione non è sempre a fuoco, spesso si fa fatica a capire chi è che commette reati e la vittima non sempre è presentata come tale”.

Nei titoli il virgolettato è quasi sempre dell’aggressore o di chi lo difende, il che favorisce una forma di ‘himpathy’, ovvero l’empatia nei confronti dell’uomo. Nel caso del maltrattante, di solito si parla del suo ruolo professionale o della provenienza, mentre per la vittima ricorre la caratterizzazione anagrafica. Le rappresentazioni stereotipate delle donne nei media (e nelle pubblicità) contribuiscono a normalizzare la violenza. Il linguaggio non è solo un mezzo di comunicazione, ma un potente strumento di costruzione sociale. 

E il tema del linguaggio, però quello utilizzato dai giovani, è stato ripreso brevemente anche su queste colonne nell’occasione dell’inaugurazione, a Manfredonia, dell’installazione in memoria di Giusy Potenza e sua madre Grazia Rignanese. Voleva certamente significare l’opposto delle parole che stava utilizzando, come si capiva dalla sua riflessione generale, ma uno studente intervenuto per leggere un proprio componimento ha parlato di “amore malato” e, in un passaggio, ha definito Giusy “colpevole di amare”. 

“Già il termine femminicidio non è propriamente una bella parola, ma ormai ci siamo purtroppo abituati ad uso a volte spregiudicato delle parole che, invece, devono avere il loro peso”, il pensiero di Maria Teresa Valente, assessora al Welfare e Cultura, oltre che giornalista, donna e mamma.

Era presente anche lei alla cerimonia succitata e, su espressa domanda, risponde che anche lei aveva notato quei passaggi un po' confusi, nel comunque apprezzato componimento di uno studente degli istituti superiori cittadini.

Le parole sono importanti, diceva Nanni Moretti, “perché è altrettanto importante quello che c’è dietro – riprende Valente -. Bisogna educare ad un vero e proprio utilizzo consapevole del linguaggio”.

“Pochi giorni fa - prosegue -, riflettevo con mia figlia e la invitavo a leggere per imparare più parole. Come mostrano alcuni studi, le parole stanno scomparendo e ne abbiamo sempre di meno da utilizzare. Succede, quindi, che si possano utilizzare quelle sbagliate”.

Lo studio dell’Osservatorio Step ha rilevato che anche se dai dati ufficiali il principale reato contro le donne sono i maltrattamenti in famiglia (il 50% di quelli denunciati), mentre il 35,83% è costituito da atti persecutori, il 13,86% da violenze sessuali e lo 0,29% da femminicidi, diversa è la rappresentazione sui giornali. Trova più spazio il femminicidio (22,2%), seguito da violenza sessuale (19,4%), domestica (17,8%), lesioni personali (15,9%), stalking (5,8%), molestie sessuali (2,9%), revenge porn (2,4%), tratta (1,6%).

Nel caso dei giornali e, più in generale dei mass media, Valente ricorda che quello di Giusy Potenza “fu il primo caso di femminicidio mediatico, pur non essendo stata utilizzata la parola femminicidio”.

Manfredonia “divenne un set cinematografico, con telecamere dappertutto. Questo significa che sono casi utilizzati quasi come pretesto per avere audience di ascolto. Vengono usati anche testi violenti, perché forse fanno più presa”.

A questo punto viene da chiedersi se siano i media a generare linguaggi fuorvianti, oppure se questi riflettano invece il linguaggio e il sentire comune della società. “Influiscono a vicenda – la risposta dell’assessora Valente -. Se i giornali e i telegiornali continuano a parlare di femminicidio, vuol dire che rispondo a tutta quella gente che ha una necessità quasi morbosa di informarsi su questo tema”. 

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testatina dillo al direttore WEB

 



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