Affluenza referendum: Foggia maglia nera in Puglia, meglio di 15 città del Mezzogiorno tra cui tutta la Sicilia

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Se la qualità della vita, secondo il Sole 24 Ore, la vede come 99ma sulle 107 province d’Italia, Foggia si conferma agli ultimi gradini della vocazione elettorale. E’ quanto emerge dai risultati delle consultazioni abrogative dell’8 e 9 giugno in Italia, dove va però detto che il termometro “freddo” della Capitanata ha seguito il “disastro” partecipativo nazionale. Gli elettori che hanno raggiunto le sedi referendarie dell’8 e 9 giugno nel Paese sono stati esattamente, secondo i numeri diramati da Eligendo, 45.997.941 su una base di aventi diritto di 14.067.256. La conseguenza è che l’affluenza si è attestata sul 30,58%, sulle 61.591 sezioni scrutinate. La Puglia è la 14ma regione che delibera con il maggior numero di persone, come illustra la stima percentuale del 28.61, quasi due punti in meno del concorso nazionale. Dentro la Puglia la provincia di Foggia presenta nel suo entroterra due dati estremi: Orta Nova è l’unico comune pugliese (assieme a Triggiano) che supera il quorum con il 57,17%, sospinto dalla contestuale partita comunale. Mentre Peschici è il borgo pugliese col trend partecipativo più basso, pari al 9.54%. Tale dato, nel Foggiano, finisce alle spalle delle altre due fanalino di coda provinciali Carpino (11,39%) e Zapponeta con l’11,40%. E la stessa area di Foggia detiene la “maglia nera” dell’affluenza, essendosi comportata come la popolazione votante più bassa tra i comprensori della Puglia, con la percentuale pari al 23.63 rispetto alla leader Taranto con il suo 34.28%, che comunque non è un grande dato considerato il concomitante ballottaggio per il sindaco nel suo capoluogo. Nella città-guida del Tavoliere si è recato a votare nell’ultima tornata referendaria il 27.53% degli aventi diritto, quasi il doppio rispetto al 10.60% (oltre 12mila persone) di chi andò a decidere sui quesiti abrogativi del sistema giudiziario italiano del 12 giugno 2022. Si tratta di numeri certamente inferiori rispetto alla tornata che il 22 e 23 ottobre del 2023 elesse il primo Sindaco donna della città, Maria Aida Episcopo. A quella bagarre consultiva, a Foggia parteciparono in 72272, pari ad un’affluenza poco superiore al 60%, allora in calo di oltre sei punti percentuali rispetto alle elezioni del 2019 e addirittura di dieci punti rispetto al 2014.

Rispetto al dato nazionale l’affluenza fatta registrare della città di Foggia all’ultimo plebiscito abrogativo (il 27,5%) è stata inferiore alla media nazionale, che si è attestata intorno al 30,6%. Nel confronto con altre grandi città capoluogo, quello della Capitanata si posiziona al di sotto, specialmente rispetto ai centri urbani del Centro e nel Nord, che hanno registrato affluenze più elevate. Chiari gli esempi di Genova al 40,36%, Bologna al 44,60%, Roma al 36,18%, Napoli al 33,58%, Milano al 36.8%, Campobasso al 31,2%, Cosenza al 31,6% e Matera al 53,3% sollecitato dalla scelta del nuovo sindaco.

Mentre nel confronto con territori a lenta affluenza referendaria, Foggia è stata tuttavia superiore, anche se si è posizionata attraverso un’affluenza relativamente bassa tra i capoluoghi di provincia. Ad esempio, è stata superiore a Isernia (25,8%), a tutte le città in media della Sicilia (23.10%), a Reggio Calabria (23.53%), e ad alcuni comuni del Veneto come Verona (24,31%) e Belluno (24,69%). In sintesi, la città di Foggia si colloca in una posizione di insufficiente affluenza rispetto alla media nazionale e a gran parte dei capoluoghi di provincia italiani, riflettendo il trend di minore partecipazione riscontrato nel Meridione italiano in generale.

Allargando lo sguardo al Sud l’inverno referendario si conferma nella doppia giornata elettorale dell’8 e 9 giugno scorsi. La media di attivismo registrato, infatti, in Puglia, Molise, Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia, è del 27,39%, ben tre punti sotto il numero-chiave nazionale. Calabria e Sicilia, in particolare, segnano i valori più bassi: rispettivamente 23,81% e 23,10%. Fanno leggermente meglio Basilicata (31,27%) e Campania (29,85%), ma restano comunque al di sotto della soglia di una partecipazione significativa. 

Questo dato è ancora più allarmante se confrontato con il Nord: qui l’affluenza media si è attestata al 30,53%. La forbice tra Nord e Sud d’Italia, dunque, non è solo geografica: è culturale, sociale ed esistenziale. Dove la qualità della vita è più alta, l’adesione politica è più solida. Dove si accumulano povertà educativa, crisi dei servizi, sfiducia nelle istituzioni e marginalizzazione, la risposta popolare è spesso l’astensione. 

Eppure, qualcosa si è mosso positivamente in questo gelo referendario. Un esempio viene proprio dalla città di Foggia che, pur nella sua ritrosia alle urne, ha espresso una chiara direzione sui contenuti dei quesiti posti ai seggi. Il Sì ha vinto in tutti e cinque i referendum, con percentuali superiori alla media nazionale. Sul reintegro dei licenziamenti illegittimi il Sì ha trionfato col 91,96% (contro l’89,06% nazionale), sul limite delle indennità per i licenziamenti con il 90,57% (contro l’87,60%), sui contratti a termine col 91,72% (contro l’89,04%), sulla responsabilità per infortuni sul lavoro con l’89,70% (contro l’87,35%), e infine sulla cittadinanza agli stranieri come evidenzia il 62,93% sul dato nazionale del 65,49%. Tutte queste statistiche dimostrano che chi ha votato, ha espresso una volontà netta, soprattutto sui temi del lavoro. Ma questa chiarezza è rimasta confinata a una minoranza militante: non ha avuto la forza di trasformarsi in cambiamento concreto.

La sconfitta del quorum è stato immediatamente politicizzato in Italia. Il centrodestra ha parlato di “governo rafforzato e sinistra indebolita”, mentre l’opposizione alla premier Meloni ha sottolineato che “14 milioni di votanti non sono pochi”, rivendicando l’importanza di un nucleo attivo di società civile che ha detto “Sì”. I sindacati, Cgil in testa, hanno riconosciuto la sconfitta ma senza rinnegare la battaglia civica. 

Per quanto riguarda invece il mondo del sindacato pugliese, alla vigilia dell’appuntamento elettorale aveva fatto discutere la dichiarazione della martinese Daniela Fumarola, segretaria generale della Cisl, che a nome della sua sigla aveva spiegato in modo chiaro: “Non abbiamo dato alcuna indicazione di voto: non abbiamo detto no e non abbiamo detto sì, non abbiamo detto di astenersi. Noi abbiamo approfondito i contenuti dei quesiti referendari del lavoro e abbiamo detto che sono assolutamente antistorici”. 

Al di là delle letture politiche, l’elemento più drammatico resta il distacco tra le istituzioni e i cittadini. In particolare nel Sud, e nella provincia di Foggia in primis, la partecipazione al voto appare un’eccezione. E il dato non può essere spiegato solo con la stanchezza verso lo strumento democratico o con la natura tecnica delle domande: c’è una disaffezione più profonda, che riguarda il senso stesso dell’appartenenza alla comunità politica.
(Alessandro Salvatore - l’Attacco)

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