C’è un momento in cui il rumore dei passi diventa più forte del silenzio della politica. È accaduto a Bari, dove la piazza si è riempita di volti, bandiere rosse e voci che chiedono risposte, mentre sulle note di Bella ciao la Cgil ha dato forma a una mobilitazione che parla al Paese intero. Nel giorno dello sciopero generale contro la Manovra, il sindacato ha portato in strada circa tremila persone arrivate da tutta la Puglia. Lavoratori, pensionati e giovani hanno attraversato il centro del capoluogo partendo da piazza Massari, dando vita al corteo regionale “Io sciopero”, conclusosi davanti alla Prefettura, dove si è tenuto il comizio finale. Una partecipazione che la Cgil rivendica come segnale politico chiaro: il disagio sociale e produttivo non è più disposto a restare ai margini. Al centro della protesta, la legge di Bilancio e le sue ricadute su lavoro, sanità, istruzione e Mezzogiorno. “Non ci convince una manovra che si può riassumere in due parole: austerità e riarmo”, ha detto il segretario nazionale della Cgil, Christian Ferrari. “Si continuano a tagliare sanità, scuola, previdenza e salari, mentre si destinano 23 miliardi di euro alle armi nel prossimo triennio. È una scelta folle”. Per il sindacato, la priorità dovrebbe essere opposta: investire sui redditi, contrastare l’erosione causata dall’inflazione, rafforzare un sistema sanitario che “sta implodendo” e ridare fiato a pensioni e salari. Ma la piazza pugliese ha avuto anche un altro epicentro simbolico e politico: la ex Ilva. Una vertenza che da anni rappresenta il nodo irrisolto delle politiche industriali italiane e che, secondo la Cgil, dimostra il fallimento di modelli basati su privatizzazioni e soluzioni tampone. “Continuiamo a chiedere che ci sia un ruolo centrale pubblico nella gestione – ha spiegato la segretaria generale della Cgil Puglia, Gigia Bucci – perché tutte le esperienze precedenti si sono dimostrate fallimentari”. Una posizione netta, che rilancia la richiesta di un intervento diretto dello Stato non solo come garante occupazionale, ma come attore strategico capace di guidare la transizione industriale e ambientale. “La centralità dello Stato nelle politiche industriali – ha aggiunto Bucci – è indispensabile, soprattutto quando si parla di una grande azienda come la ex Ilva”. Per la Cgil, la crisi dell’acciaieria tarantina non è un caso isolato, ma l’emblema di un modello che ha lasciato territori e lavoratori sospesi, senza una visione di lungo periodo. Ed è proprio questa assenza di strategia che il sindacato imputa all’attuale governo.
Secondo Bucci, infatti, la legge di Bilancio “volta le spalle ai problemi reali delle persone e del Sud”. “C’è una vertenza meridionale aperta in questo Paese – ha sottolineato – e la manovra non dà risposte. Il governo decide di non decidere e disinveste su politiche industriali, sanità pubblica, welfare e istruzione”. Un giudizio severo, che si intreccia con la denuncia delle tante crisi produttive ancora aperte in Puglia e nel Mezzogiorno, ognuna con i suoi “tristi primati”.
La manifestazione di Bari è stata anche il riflesso concreto dello sciopero generale. In città e in diverse aree della regione si sono registrati disagi nei trasporti: forte l’adesione allo sciopero nelle ferrovie in concessione, con la quasi totalità dei treni e dei bus di Ferrotramviaria soppressa, mentre alle Appulo Lucane oltre il 50% dei servizi è rimasto fermo, al netto delle fasce di garanzia. Un segnale tangibile di una protesta che ha inciso sulla quotidianità, rendendo visibile la forza della mobilitazione.
Nel suo intervento, Ferrari ha legato le rivendicazioni economiche a una visione più ampia, che tiene insieme pace e giustizia sociale. “Ci sono 175mila giovani che negli ultimi tre anni hanno lasciato il Mezzogiorno in cerca di un lavoro dignitoso, ha ricordato. A loro non si può proporre l’austerità, la leva obbligatoria o la corsa al riarmo. Bisogna offrire condizioni di vita e di lavoro decenti”. Un messaggio che parla direttamente alle nuove generazioni, protagoniste silenziose ma presenti nel corteo.
La piazza di Bari, dunque, non è stata solo una protesta contro una manovra economica, ma un atto di accusa verso un’idea di sviluppo che, secondo la Cgil, ha smarrito il senso dell’intervento pubblico e della coesione sociale. Dalla ex Ilva alla sanità, dal lavoro ai salari, il sindacato rivendica un cambio di rotta netto. Mentre il corteo si scioglie e le bandiere vengono ripiegate, resta l’immagine di una mobilitazione che chiede di essere ascoltata. Perché, come ha dimostrato questa giornata di sciopero, quando la politica tace, la piazza torna a parlare. E lo fa con la voce di chi non vuole più rassegnarsi.
Il messaggio che arriva da Bari è netto: il Mezzogiorno non può continuare a essere trattato come una periferia da amministrare con interventi emergenziali o con politiche di rinvio.
Le vertenze industriali, a partire da quella della ex Ilva, raccontano di un sistema produttivo lasciato senza una regia pubblica, mentre sanità, istruzione e welfare subiscono tagli che aggravano disuguaglianze già profonde. In questo contesto, la richiesta di un ruolo centrale dello Stato non è una bandiera ideologica, ma una necessità concreta.
(Imma Ceci - l’Attacco)
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