Seguo poco il calcio, ancora meno il Foggia, però ammetto di aver visto in tv entrambe le gare di finale dei rossoneri contro il Lecco, in compagnia di mio figlio di 9 anni che sul "pallone" ne sa già più di me. Ho assistito al profluvio di proteste contro la direzione del signor Kevin Bonacina di Alzano Lombardo, e anche allo stupore manifestato dal popolo foggiano sulla sua promozione nella Can di A-B. Esiste una percentuale infinitesimale di persone che sanno come funziona un ambiente arbitrale e ancora meno sono quelli che hanno voglia e modo di spiegarlo. Io penso di poter dire qualcosa sull'argomento, dopo aver trascorso 30 anni con il fischietto, nell’ambito della Federazione Italiana Pallavolo.
Gli ultimi 11, fino al 2021, li ho vissuti in serie A con circa 200 gare dirette nella massima serie, per cui credo di conoscere come va il mondo in quello speciale tipo di settore, a prescindere dalla disciplina, perché poi le dinamiche sono sempre le stesse, e lo sono altrettanto a prescindere dalla categoria, perché funziona così ad alto livello così come nei campionati regionali e provinciali.
Non ho le competenze per stabilire se la prestazione allo Zaccheria sia stata positiva, ma è bene subito chiarire che Bonacina aveva in tasca il passaggio di categoria prima ancora che arrivasse a mettere piede a Foggia. Chi conosce certi meccanismi lo sa già, così come lo sapeva lui, anche se non era ovviamente ufficiale, perché poi la ratifica arriva sempre alla fine delle competizioni. Dopo aver fischiato l’inizio della partita, quello a cui doveva badare era “semplicemente” di non fare disastri tali da mettere in discussione il sicuramente ottimo curriculum con cui è arrivato a quel prestigioso appuntamento. In poche parole, nella psicologia di un arbitro che deve dirigere una finale scatta il processo mentale di non fare “danni”, lasciando scorrere quanto più possibile il gioco e gli eventi, naturalmente gestendo ogni accadimento con l'esperienza e le capacità di cui è certamente dotato.
E’ altrettanto chiaro che, come in qualunque contesto umano, le (ottime) valutazioni tecniche sono alla base di tutto, ma poi c’è sempre una componente di gradimento empatico che determina alcune scelte, con la preferenza di un collega anziché di un altro da parte di chi deve scegliere. In termini più brutali, il merito arriva fino a un certo (pur elevatissimo) punto, ma poi il resto lo fa la predilezione personale. Del resto, anche tra gli arbitri non esiste la democrazia, ma anzi tanta voglia di emergere. A ogni modo, uno scarso non sarebbe mai stato mandato.
Sembrano (e lo sono) affermazioni ovvie, ma diventano necessarie quando si innestano in un contesto da tifo in cui la razionalità non è proprio la caratteristica principale.
Quando un designatore delega un arbitro per l'appuntamento decisivo di una stagione, vuol dire che punta su quelli che gli hanno dato maggiore affidabilità e soddisfazioni durante un periodo piuttosto lungo. È lui il primo a non poter e non dover fare brutta figura, perché a sua volta soggetto a valutazione, evitando quindi di inviare gente non all'altezza, per cui è assolutamente certo che Bonacina si sia guadagnato quella designazione per quanto di buono fatto vedere durante l'annata in corso e pure nelle precedenti, perché un arbitro si valuta per il percorso e non per la singola gara diretta.
Maurizio Ciampi avrebbe potuto evitare di utilizzare un fischietto che abita a poca distanza dalla squadra ospite? Probabilmente sì, ma quando bisogna mettere in campo i migliori, questi sono ragionamenti che valgono solo per chi non conosce come funziona il meccanismo.
Bonacina avrebbe potuto tenere un linguaggio del corpo meno spocchioso? Anche stavolta probabilmente sì, ma questo ha solo acuito un preconcetto che forse si sarebbe dovuto esercitare prima della gara, e non dopo, quando le cose sono andate male.
Bonacina si sarebbe potuto mostrare più “casalingo”? Ancora probabilmente sì, ma aveva così tanti occhi addosso della sua dirigenza che mai avrebbe potuto far sembrare di subire la pressione psicologica di uno stadio incalzante come pochi, e quindi è possibile che abbia reagito nella maniera opposta.
In questo speciale tipo di ambiente, altamente competitivo nonostante possa sembrare il contrario, il linguaggio con cui si esprime un capo arbitrale sono proprio le designazioni, e quindi lui ha il dovere di schierare la formazione migliore possibile nelle gare che contano davvero, anche per rispetto nei confronti di squadre e società che si giocano in uno o due incontri il lavoro di un anno, con relativi investimenti economici.
Non a caso, anche l'arbitro della gara di ritorno (Di Marco) è stato promosso, a dimostrazione che il capo del gruppo sapeva già di poter contare su una ristretta rosa di nomi che hanno rappresentato il meglio a sua disposizione. Ed evidentemente nessuno ha tradito le aspettative, perché si è discusso di decisioni dubbie e di situazioni al limite, ma la gente di campo sa benissimo che in ogni partita può sempre succedere di tutto, un favorito può soccombere e un outsider può prevalere. Se si dovessero rispettare sempre i pronostici, allora lo sport sarebbe una scienza esatta. Ed evidentemente non lo è.
Diversa è la posizione e l'atteggiamento di chi sta in tribuna e ancora di più in curva o davanti allo schermo, perché la sua esperienza di sport e la sua percezione degli eventi è completamente diversa, non necessariamente razionale. È giusto e normale che sia così, ma molto si può fare su questo argomento, migliorando l'approccio culturale alla figura dell'arbitro. Come? Con la diffusione del modo più banale possibile: partendo dalle scuole.
Io introdurrei questa attività come obbligo all’ultimo anno delle superiori, magari in cambio di crediti formativi, in una qualunque disciplina di squadra e certamente non in funzione di una carriera. Quella eventualmente arriverà solo dopo, mostrando talento, impegno e disponibilità nel tempo. Ma vestire i panni dell’arbitro, anche per poco, è una straordinaria occasione di crescita che a quell’età porta benefici alla singola persona e alla società civile.
I giovani a ridosso della maturità sono indotti a gestire in prima persona situazioni che molto difficilmente troverebbero altrove: potrà sembrare scontato, ma preparare la borsa, organizzare la trasferta, svolgere adempimenti, avere a che fare con persone sconosciute in un ruolo super partes sono azioni che modellano la maturazione personale. Ti insegnano a saper stare al mondo. E poi è una palestra irripetibile nell’imparare a prendere decisioni, velocemente, in autonomia e soprattutto sotto pressione. All’inizio non verrebbe certo chiesto di farlo davanti a 10 mila persone, ma anche con 10 spettatori non c’è nessun altro che può dirimere quella situazione, bisogna farlo da soli e in quel preciso momento. A 18 anni l’obiettivo non è ovviamente essere infallibili, ma piuttosto cimentarsi con sé stessi, sollecitati da ciò che succede davanti ai propri occhi.
E poi c’è un risvolto sociale preziosissimo: fare un’esperienza del genere sicuramente aiuta a essere già da subito tifosi migliori, quelli per i quali la sconfitta non è per forza addebitabile a chi sta fischiando, trascurando o facendo finta di non sapere che, quel giorno, quell’arbitro è partito da casa sua senza interessi personali, ma solo con l’intento di garantire, in nome della propria federazione, che i contendenti rispettino semplicemente il regolamento.
Un ragazzo ai suoi esordi quasi certamente si farà accompagnare dal papà alle prime gare, e solo allora quell'uomo, tifoso esagitato allo stadio, potrà capire cose a cui non aveva forse mai pensato. E poi cercherà di spiegarlo con le parole e il proprio rinnovato comportamento all'amico accanto che ha la giugulare aperta dalla rabbia contro l’arbitro, sicuramente mostrando più autorevolezza di qualche giornalista o politico complottista che a malapena sa di cosa sta parlando.
Insomma, scoprirà improvvisamente che suo figlio e quel Bonacina hanno molto in comune, perché sono fatti della stessa pasta e animati dalla stessa straordinaria e benefica passione.
Primo direttore di gara di serie A nella storia della pallavolo di Capitanata, con circa 200 gare dirette e 30 anni di attività federale
Riccardo Zingaro, giornalista de l’Attacco, è di Lucera. Ha iniziato ad arbitrare 17enne nel 1991 e ha smesso nel 2021, vivendo le ultime 11 stagioni in serie A. È stato il primo e finora unico fischietto nella massima serie nella storia del volley di Capitanata.
Dal 2010 ha diretto 196 incontri di tutte le categorie, tranne la Superlega, con l’appuntamento più importante rappresentato dai quarti di finale scudetto femminile a Conegliano nel 2017. Ma si contano anche due finali play-off di A2 femminile, una finale play-off di A2 maschile (sempre nella gara decisiva che assegnava la promozione), oltre a svariate semifinali, compresa la Coppa Italia, e numerosi incontri di cartello o scontri salvezza delle rispettive regular season.
Sono state almeno una decina le sue partite trasmesse in diretta sui canali Rai e Sportitalia, mentre nei dieci anni di serie B aveva già fatto en plein dopo altre 174 gare, con la direzione di tutte le finali nazionali giovanili, tutti i play-off delle quattro categorie e una finale di Coppa Italia di B1 femminile.
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