Nessuno vuole venire a Foggia. Lo dice Delio Rossi, ed è una rivelazione che inquieta. Un ceffone in pieno viso alla storia di un club che vive uno dei momenti più controversi dell'ultimo trentennio, e che ora col ritorno del tecnico romagnolo cerca di esorcizzare il presente: "Paghiamo dazio ai recenti errori", ha provato a spiegare il tecnico di Rimini giovedì scorso in conferenza stampa –. Dobbiamo ritrovare la verginità persa". Più facile a dirsi che a farsi, perché se le porte si chiudono dovunque bussi, forse sarebbe il caso di farsi qualche domanda. Scomoda, ma inevitabile: cosa spinge oggi un calciatore a non accogliere favorevolmente la chiamata del Foggia? Nascondersi dietro l'alibi di un ambiente particolarmente surriscaldato che ha indotto la DDA a sottoporre il club ad amministrazione giudiziaria per bonificarlo da eventuali infiltrazioni mafiose regge, ma fino ad un certo punto. Sono altre le ragioni che risiedono nei ripetuti rifiuti di questi giorni, e che chiamano in causa precise responsabilità del club di Nicola Canonico. Il problema non riguarda né la piazza o la città, né tantomeno i tifosi. I calciatori non vengono a Foggia per ben altri motivi, che non sono noti ma puntualmente taciuti. Eppure basterebbe voltarsi indietro e ripercorrere l'ultima tormentata annata per schiarirsi le idee: società sempre in rivolta, progettualità vicino allo zero, stipendi pagati in ritardo, cambi frequenti in panchina, ds che vanno e vengono.
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