La rinascita del Melfi porta la firma di Corrado Del Giudice: dopo anni di digiuno i lucani tornano in Serie D

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“Stiamo facendo le cose come si deve, anche perché credo che l’organizzazione valga almeno il 30-40% della buona riuscita di un progetto”, aveva dichiarato il presidente dell’A.S. Melfi, Corrado Del Giudice, in un’intervista rilasciata a l’Attacco lo scorso novembre. Alle parole sono seguiti i fatti, la società gialloverde ha infatti marciato a ritmi impressionanti in Eccellenza, e dopo anni di digiuno, è tornata meritatamente in Serie D. Un successo che porta la firma dell’imprenditore campano trapiantato a Foggia.

Che stagione è stata?
Esaltante. Non conoscevo la categoria, quindi non sapevo quali potessero essere gli handicap. Li abbiamo scoperti durante il cammino: campi al limite della praticabilità e arbitraggi molto sotto il livello della categoria. La squadra era stata costruita per tentare fin da subito di vincere il campionato, anche se le incognite erano numerose: come non poterci allenare nel nostro campo fino a fine ottobre e una rosa di 28 giocatori che ha comportato difficoltà nella gestione. Da qui l’avvicendamento di qualche allenatore dovuto proprio alla gestione dello spogliatoio. Abbiamo trovato la quadra con Leo di Benedetto, che con un filotto di otto vittorie consecutive ci ha permesso di vincere il campionato con quattro giornate d’anticipo. Il pubblico è stato fantastico e la città ci ha accolto benissimo.

E adesso?
Stiamo cercando di fare le cose per bene. Ovviamente, la Serie D comporterà degli investimenti molto più importanti. Ci aspettiamo che anche l’amministrazione faccia la sua parte con l’assegnazione del campo. Senza una struttura adeguata non si può fare una programmazione seria. Poi, confidiamo che anche l’imprenditoria locale possa partecipare a questo progetto. Tutto dipenderà dalle risposte che avremo in questi giorni. Al momento, stiamo programmando un campionato per una salvezza tranquilla, poi non sempre spendendo milioni si vince. È uno sport dove non basta avere i soldi, ma c’è bisogno di tanta competenza e soprattutto bisogna viverlo sempre al 100%. Io non ho quasi mai saltato neppure un allenamento. Ho visto tutte le partite, sono sempre stato negli spogliatoi prima e dopo ogni partita. La vicinanza di un presidente è fondamentale per raggiungere certi obiettivi, ma anche contornarsi delle persone giuste, dirigenti che abbiano a cuore la squadra e non lo facciano solo per soldi ma per passione.

Lei è molto legato alla città di Foggia. Sicuramente avrà seguito le recenti vicende del club rossonero. Cosa ne pensa?
Seguo Casillo e De Vitto con ammirazione. Sono imprenditori che fanno bene a questo sport, che si buttano a capofitto in avventure anche un po’ pericolose e senza i quali il calcio non esisterebbe. Non so se siano gli uomini giusti, per capirlo bisognerà attendere l’esito di questa stagione, ma anche quello della prossima. Sono comunque persone che amano la propria città, i propri colori e già questo dovrebbe dargli un qualcosa in più da parte del pubblico foggiano. Poi, i risultati sono anche frutto dell’esperienza e della capacità di sapersi contornare delle persone giuste. Tuttavia, credo che con il tempo ce la faranno, spero tanto che riescano a raggiungere il proprio obiettivo, perché Foggia merita questa categoria e tanto altro.

E dell’ennesima disfatta della Nazionale, ne vogliamo parlare?
Bisognerebbe affidarne l’amministrazione a gente che abbia capacità tecniche e organizzative e che capisca di calcio, e non ai soliti politici del settore. E, soprattutto, bisogna investire sul settore giovanile, con tecnici che non guardino solo alla struttura fisica e che non rimproverino i giovani durante le partite e gli allenamenti se tentano un dribbling di troppo. Se a questi ragazzi gli tarpiamo la fantasia, non andremo mai da nessuna parte. Bisogna lasciare spazio all’estro dei nostri calciatori e trovare tecnici che gli diano la possibilità di esprimersi. Poi, ci sono anche tante altre piccole cose che sembrano banali ma non lo sono. Noi giocavamo 5-6 ore in strada, ora queste cose stanno svanendo, né tantomeno ci sono strutture che permettono di farlo, soprattutto al Sud siamo deficitari anche in questo. L’altro giorno, mio figlio 19enne mi ha detto “papà, non ricordo un Mondiale giocato dall’Italia”, credo che questo sia abbastanza indicativo. Tranne la parentesi dell’Europeo, siamo fuori dai giochi da un bel po’.

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