Cuore di Foggia. Paolo Bianco ha appena centrato il traguardo più prestigioso della sua ancor breve carriera di allenatore: la A con il Monza. Ma il passato non si dimentica, e quando gli parli di Foggia e del Foggia gli si illuminano gli occhi. Perché le origini fanno parte ancora oggi del suo presente.
Riportare subito il Monza in A quanto ti ha gratificato?
Molto, è il risultato più importante della mia carriera di allenatore. Ma non è stato semplice come potrebbe sembrare: soprattutto i primi mesi sono stati particolarmente complicati, molti dei miei giocatori erano spaesati dopo la retrocessione ed il cambio di proprietà, l’uscita di scena della famiglia Berlusconi e di un dirigente come Galliani hanno provocato inevitabili contraccolpi. Ma alla distanza la squadra è cresciuta, fino a conquistare meritatamente la A.
Ormai 30 anni fa a soli 18 anni ti affacciavi in B col Foggia. Ricordi?
Sempre nitidi. Impossibile per me dimenticare quegli anni: Burgnich ad un certo punto mi diede fiducia e senza accorgermene mi ritrovai titolare in prima squadra. Per me però cambiò poco: continuai a rimanere il ragazzo senza grilli per la testa che si divertiva da morire a giocare a calcio, ero arrivato in B ma non mi ero montato la testa. Ogni giorno sempre sul pezzo, senza saltare mai un allenamento, e la sera quando tornavo nella mia Ordona con gli amici era uno spasso trascorrere serate delle quali ancora oggi avverto una certa nostalgia. Foggia per me è sempre casa, rappresenta le mie radici umane e calcistiche.
E del Foggia attuale cosa sai?
Ovviamente ne seguo con attenzione le vicende, ero convinto che il cambio di proprietà avrebbe portato una ventata di ottimismo, i due giovani imprenditori che hanno rilevato il club mi sembrano molto passionali e legati alla squadra, Casillo è un nome che profuma di storia e quindi immagino che il futuro non possa che essere migliore del presente. Anche se la retrocessione non è facile da digerire. Ora siamo un pò tutti aggrappati a questa possibile riammissione che spero diventi realtà. Mi sento vicino all’ambiente, ed il mio personale auspicio è che il Foggia possa tornare rapidamente fra i professionisti.
Nel tuo percorso formativo di allenatore quanto hanno inciso le collaborazioni con Roberto De Zerbi e Massimiliano Allegri?
Con Roberto mi lega una amicizia ultraventennale, eravamo compagni di squadra a Catania. Oggi posso dire che è uno degli allenatori che hanno inciso maggiormente sulla mia formazione. L’esperienza condivisa al Sassuolo mi ha lasciato importanti insegnamenti sul gioco, sulla costruzione dal basso e sulla ricerca continua di soluzioni tattiche. L’ho seguito poi anche in Ucraina allo Shaktar in una avventura che sotto il profilo umano mi ha molto arricchito. Da Allegri quando ero alla Juve ho invece imparato soprattutto la gestione degli uomini e la pazienza. Anche lui mi ha migliorato molto, nella capacità unica che ha di leggere i diversi momenti della stagione è unico nel suo genere.
Da due tecnici ormai supercollaudati ad uno che comincia ad affacciarsi alla ribalta: Marco Turati sarebbe nel mirino del Foggia, e tu lo hai allenato quando eri al Siracusa. Chi meglio di te può tracciarne il profilo?
Lo stimo Marco, a Siracusa ha svolto un ottimo lavoro, il valore del percorso compiuto dalla squadra è stato notevole, peccato non abbia centrato la salvezza. A mio avviso resta uno dei profili emergenti della Serie C.
L’abbraccio che hai riservato ad Aquilani subito dopo il fischio finale che ha sancito la promozione resta un gesto di rara nobiltà…
E’ stato spontaneo e sincero. Ho fatto esattamente quello che avrei voluto ricevere io se mi fosse andata male, con Aquilani non ho una amicizia particolare, ma in quel momento ho voluto fargli sentire tutta la mia vicinanza...
Bianco un’ultima cosa: ci spieghi perché giocare ed allenare a Foggia non è da tutti...
Probabilmente lo avrete capito proprio nel corso dell’ultima stagione. Senza personalità è davvero dura reggere le pressioni.
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