La prescrizione chiude il processo Grande Carro a Foggia, La Scala: “E’ un fallimento per la giustizia”

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Reati prescritti. Si è concluso così, davanti al collegio del Tribunale di Foggia presieduto dal giudice Mario Talani, il processo Grande Carro sulla presunta maxi frode ai fondi pubblici per l’agricoltura. La sentenza della seconda sezione penale, pubblicata ieri, risale all’udienza del 20 gennaio scorso, pm la magistrata della DDA di Bari Bruna Manganelli. L’estinzione dei reati contestati per decorrenza del termine ha determinato il non doversi procedere nei confronti dei numerosi imputati: Alberico Andreano, Luca Andreano, Giuseppe Arpaia, il noto agronomo Manlio Livio Cassandro, Luigi Cianci, Addolorata Diomede, Donato Matteo Forte, l’ex assessore comunale di Monte Sant’Angelo Giovanni Granatiero, Raffaele Angelo Lo Drago, Michele Prencipe, Angelo Sacchi, Giuseppe Sgorbati e Cosimo Specchia. Erano accusati a vario titolo di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche e falsità ideologica. Reati estinti ma per morte del reo nel caso di Giuseppe Fiumara, deceduto nel 2025. Il rinvio a giudizio risale al settembre 2021, mentre la prima udienza dibattimentale fu quella di gennaio 2022. A fine ottobre 2020 la grande operazione di DDA di Bari e ROS dei Carabinieri svelò, a detta dell’accusa, la mafia degli affari tramite le infiltrazioni della Società foggiana nel sistema dei fondi comunitari per l’agricoltura. Dalle oltre 1100 pagine del GIP della DDA di Bari De Benedictis emerse un sistema che trovava sponde nella politica, in colletti bianchi, in studi di commercialisti e agronomi specializzati nei fondi UE, in pezzi (ritenuti corrotti dall’accusa) di tecnostruttura regionale del settore agricoltura. I provvedimenti scaturirono da un’indagine avviata dal ROS che – dopo la cattura del latitante Francesco Russo in Romania – si era concentrata sulle dinamiche criminali riconducibili alla batteria Sinesi-Francavilla della Società foggiana. 

Strutturata in “batterie”, nel corso degli anni, il sodalizio aveva subito un fenomeno di modernizzazione criminale che lo aveva portato ad orientarsi verso un più evoluto modello di mafia degli affari. Le complesse indagini consentirono di documentare, secondo l’accusa: esistenza ed operatività di una articolazione della batteria attiva a Foggia, Orta Nova, Ascoli Satriano e Cerignola, con interessi su Rimini e l’alta Irpinia, nonché in Bulgaria, Romania e Repubblica Ceca; ruoli e funzioni degli affiliati all’interno della consorteria, rispondente a Francesco Delli Carri, storico esponente della Società foggiana e a suo fratello Donato. In tale contesto emersero pure le figure di Aldo Delli Carri, cugino di Francesco e Donato, impegnato nel reinvestimento dei proventi illeciti nel settore immobiliare e nelle truffe per l’indebita percezione di contributi per l’agricoltura erogati dall’UE e dalla Regione Puglia; i rapporti dei Delli Carri con esponenti della criminalità garganica e di Canosa di Puglia, grazie ai quali hanno potuto esercitare le proprie attività illecite in quelle aree. La Regione Puglia, per decisione dell’allora presidente Michele Emiliano, decise di costituirsi parte civile, al pari di Ministero dell'Interno, Agea, Comune di Foggia e associazione antimafia Giovanni Panunzio.

I funzionari regionali coinvolti erano Giovanni Bozza e Cosimo Specchia dell’ufficio di Bari e Luigi Cianci e Giovanni Granatiero, questi ultimi due all’epoca in servizio presso l’ispettorato provinciale agricoltura di Foggia, coinvolti per false attestazioni durante le ispezioni. Notissimo anche il Capitanata il re del PSR Manlio Cassandro di Barletta, firmatario di moltissime richieste di agevolazioni. C’era poi l’ortese Cristoforo Aghilar, che uccise l’ex suocera, evase dal carcere di Foggia nella maxi sommossa e fu arrestato dopo mesi di latitanza. Per gli inquirenti avrebbe fatto parte di un gruppo contiguo al clan foggiano Sinesi-Francavilla. Appartiene alla Società Foggiana la batteria Delli Carri (legata ai Sinesi) composta da Aldo Delli Carri, Antonello Delli Carri, Donato Delli Carri (già condannato nel processo per l’omicidio dell’edile Giovanni Panunzio), Francesco Delli Carri e Leo Delli Carri.

In carcere e ai domiciliari finirono diversi colletti bianchi, tra cui i quattro funzionari regionali, cui in prima istanza fu contestata l’aggravante del metodo mafioso. Il brindisino Specchia è stato difeso dal noto avvocato sipontino Antonio La Scala, che a l’Attacco osserva: “La giustizia ne esce con le ossa rotte, questo esito è l’ennesimo fallimento. I fatti contestati risalgono agli anni tra il 2014 e il 2016, troppo tempo è passato da allora. Sono amareggiato perché non si è arrivati alla verità processuale, visto che la prescrizione non fa giustizia”. C’è chi dice che l’innocente può sempre rinunciare alla prescrizione. “Dopo 12 anni dai fatti siamo ancora al primo grado, quanto costerebbe al mio cliente settantenne rinunciare alla prescrizione, in termini di costi e tempo? Servirebbero, temo, altri sette anni per appello e Cassazione. C’è una impossibilità oggettiva. Il processo si è chiuso quando mancavano ancora circa 50 testi delle difese di tutti gli imputati”. Tanti rinvii sono dipesi dalle difese. “Mai nessuna richiesta di rinvio è stata avanzata da me”, conclude La Scala. “La prescrizione può andare bene al mafioso, ma non al funzionario pubblico che ha tutto l’interesse all’accertamento della verità”.

Ai primi di marzo scorso risalgono gli arresti nell’ambito di un altro filone di Grande Carro: cinque ordini di carcerazione emessi dalla Procura generale presso la Corte d’appello di Bari nei confronti di altrettanti condannati, dopo che la sentenza è diventata definitiva. Il 12 febbraio scorso la Corte di Cassazione dichiarò inammissibili i ricorsi presentati dagli imputati che avevano scelto il rito abbreviato, confermando le decisioni già adottate in primo e secondo grado dal Tribunale e dalla Corte d’appello di Bari. Gli arresti riguardano Cristoforo Aghilar (già all’ergastolo per l’omicidio dell’ex suocera) condannato a 11 anni di reclusione, Vincenzo Buonavita condannato a 8 anni e 10 mesi, Adriano Leone condannato a 11 anni, Cono Morena condannata a 6 anni 7 mesi e 10 giorni, Michele Pelosi condannato a 12 anni. Secondo quanto emerso dalle indagini, farebbero parte della batteria Sinesi-Francavilla, articolazione della Società foggiana. Il gruppo - operante a Foggia e nei comuni di Orta Nova, Ascoli Satriano e Cerignola – si sarebbe poi sviluppato anche al di fuori dei confini regionali, in particolare a Rimini e in alta Irpinia, oltre a contatti transnazionali in Romania, Repubblica Ceca e Bulgaria. Le indagini hanno inoltre evidenziato una strategia criminale orientata sempre più verso settori economici ritenuti redditizi e meno esposti rispetto alle attività illegali tradizionali, in particolare l’imprenditoria legata al comparto energetico e agroalimentare, senza tuttavia escludere il ricorso alla violenza armata per mantenere il controllo del territorio.

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