Lucera, sede del 118 come piazza di spaccio a tutte le ore: Cenicola si muoveva come il padrone del suo sistema

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La postazione del 118 di Lucera, ricavata all’interno dell’ospedale Lastaria, era diventata una vera e propria piazza di spaccio, con andirivieni di pregiudicati, pusher o semplici consumatori di stupefacenti che si recavano sul posto a piedi o addirittura in auto a comprare droga. A cedere le sostanze, quasi sempre cocaina ma gli investigatori non escludono anche altre tipologie, era un autista soccorritore che aveva organizzato una rivendita, utilizzando le strutture del presidio sanitario come la sala dei medici, e perfino il condotto esterno di aerazione, dove nascondeva le dosi e le prelevava all’occorrenza. È il quadro descritto dal tribunale di Foggia per un sistema che sarebbe stato messo in piedi da Antonio Cenicola di 41 anni, intercettato telefonicamente (i termini “birra” e “bocconcini” sono risultati i più usati), ma anche con dispositivi ambientali e video da oltre un anno, quando i carabinieri del Nucleo radiomobile di Lucera avevano avviato un’indagine partita presumibilmente dai sospetti destati proprio dal via vai di persone che non avevano affatto l’aspetto o le condizioni di pazienti, sebbene qualcuno di questi facesse finta di aver bisogno di pratiche burocratiche, presentandosi con un foglio di carta in mano. Le riprese diurne e notturne di una telecamera piazzata proprio di fronte all’ingresso hanno documentato numerose cessioni di droga a fronte di pagamenti in denaro contante, assieme ad altre desumibili dalle conversazioni captate nelle immediate vicinanze, oppure rilevate dopo il sequestro dei cellulari da cui è emerso anche un codice di ordinazioni veicolato con Whatsapp, quindi senza alcun chat criptata, denotando una certa audacia nelle attività contestate, vale a dire detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. Cenicola risponde di numerosissimi episodi del genere, e anche di uno di peculato, per aver portato via guanti di lattice e disinfettanti dalla sede di lavoro. Il gip Michela Valente, peraltro, ha riconosciuto la sua posizione aggravata proprio dalla violazione di doveri inerenti un pubblico servizio, accogliendo però solo in parte le richieste del pubblico ministero Enrico Infante che aveva chiesto la detenzione per dieci persone.

Alla fine il giudice, a distanza di un mese dagli interrogatori preventivi espletati a fine marzo secondo la nuova discutibile normativa in materia di eventuale custodia cautelare, ha disposto il carcere per Cenicola e per Daniele Furio, foggiano di 32 anni, ritenuto un fornitore a favore del primo. Ai domiciliari sono invece finiti Donato Colelli di 49, autista del 118 di stanza a Volturino, Giuseppe Petrone, di 33 anni, Raffaele Sordillo di 36, entrambi dipendenti di un ristorante di Campomarino e ritenuti pusher incaricati da Cenicola, e Antonio Di Giovine di 36 anni, del quale si dirà a breve.

Davanti al gip, Cenicola si è avvalso della facoltà di non rispondere anche se poi ha fatto parziali ammissioni per scagionare i familiari, Furio ha negato le accuse pur ammettendo di essere andato in ospedale a incontrarlo ma per questioni di compravendita di automobili, anche Colelli non ha voluto rispondere alle domande, Petrone ha ammesso un solo episodio di spaccio, mentre Sordillo ha riferito di essere un consumatore ma non un pusher. 

Restano indagati, ma a piede libero, due donne molto vicine a Cenicola, di 27 e 61 anni, un infermiere del 118 di 55 anni e un altro lucerino di 49.

Le indagini sono andate avanti per mesi almeno fino a giugno dell’anno scorso, quando avvenne un fatto inaspettato ma che poi ha fatto emergere nuovi elementi sulla vicenda, proprio a proposito degli ultimi quattro. Cenicola fu arrestato a Campomarino per spaccio di cocaina e hashish rinvenuti nello sportellino del carburante della sua auto. Gli venne imposto l’obbligo di dimora a Foggia dove però avrebbe continuato a gestire i traffici. Non a caso, nel giro di poche ore le due donne si sarebbero precipitate nottetempo nei locali del 118, agevolate dalla presenza dell’operatore sanitario, e avrebbero portato via dalla sala medici droga nascosta dentro un armadietto. 

Pochi giorni dopo sarebbe accaduto di nuovo con Di Giovine che ha ammesso di essere un cliente di Cenicola e di essersi prestato a togliere la droga da un nascondiglio nelle tubature dell’impianto di condizionamento, per poi consegnargliela fino al capoluogo. La più giovane delle due donne non ha voluto rispondere al gip, l’altra ha negato di essere lei quella ripresa in un video notturno, l’operatore sanitario ha fatto parziali ammissioni su quell’insolita visita notturna. 

La presunta organizzazione aveva le sue diramazioni anche nel centro marittimo molisano e a Volturino, e nelle 327 pagine dell’ordinanza, il gip definisce Cenicola da un lato molto scaltro e dall’altro incurante della presenza dei colleghi durante il turno di servizio, operando e rimanendo nelle vicinanze anche quando ne era libero. C’è stato addirittura un caso in cui un sodale ha dovuto attendere che rientrasse di notte da un intervento di soccorso, per poi comprare droga direttamente sul posto. 

Secondo la ricostruzione degli uomini al comando del capitano Federico Di Giovanleonardo, spesso i clienti si presentavano alla postazione 118 senza nemmeno avvisare preventivamente, sapendo di trovare il loro fornitore e soprattutto disponibilità fissa di merce da acquistare, in alcuni casi anche a credito con pagamento posticipato di qualche giorno.

Cenicola è coinvolto anche in altro procedimento a Lucera e risalente a tre anni fa, con l’accusa di tentata rapina ed estorsione ai danni di un parente per questioni legate alla gestione di slot machine.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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