Processo a poliziotti penitenziari “maneschi”: Regione e Garante dei detenuti vogliono essere parte civile

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Era facilmente prevedibile che non sarebbe stata sufficiente una sola seduta dell’udienza preliminare celebrata giovedì scorso per definire la posizione processuale di dieci poliziotti penitenziari e quattro sanitari accusati di tortura, danneggiamento, concussione e tentata concussione, falsità ideologica, calunnia, soppressione atti e favoreggiamento, tutti reati contestati quando erano in servizio a vario titolo nel carcere di Foggia. L’Associazione Yairaiha di Cosenza e una delle parti offese avevano già presentato al gup la richiesta di costituzione di parte civile nel procedimento a carico degli imputati, e in aula si sono aggiunte le istanze di Regione Puglia e Garante dei detenuti, per cui il collegio difensivo ha chiesto alla giudice Cecilia Massarelli i termini previsti per valutare la situazione sopravvenuta, ricevendo la concessione di quasi tre mesi, visto che il prossimo appuntamento è stato fissato per il 29 gennaio. La procura chiede per tutti il rinvio a giudizio: l’ispettore Giovanni Di Pasqua, 57 anni di Foggia, i sovrintendenti Vincenzo Piccirillo, 54 anni di Stornarella, e Vittorio Vitale, di 55 di Lucera dove risiedono anche la vice ispettrice Annalisa Santacroce di 48 anni, l’agente scelto Flenisio Casiere di 39 anni, gli assistenti capo coordinatore Nicola Calabrese di 51 e Massimo Folliero di 53, l’assistente Raffaele Coccia di 39, gli agenti Pasquale D'Errico di 29 e Giuseppe Toziano di 27. 

Per un periodo di tempo più o meno lungo erano finiti ai domiciliari, poi sono stati rimessi in libertà nelle diverse fasi giudiziarie gestite dai rispettivi difensori e infine sono tutti rientrati in servizio dopo le sospensioni subite, sebbene in istituti diversi di Puglia e Basilicata.

Risultano coinvolti, ma sempre rimasti a piede libero, il medico della casa circondariale Antonio Iuso di 72 anni di Foggia, i colleghi Romolo Cela di 73 anni di Foggia, e Francesco Balzano di 70 di Lucera, e la psicologa della struttura, Stefania Lavacca di 48 di Cerignola.

Quasi tutti si dicono innocenti o hanno ammesso una parte residuale delle condotte rilevate e avallate dal gip Carlo Protano che dispose i provvedimenti cautelari a marzo dell’anno scorso. Nella sua richiesta degli arresti, il pubblico ministero aveva parlato di “diffusissimo clima di omertà, quando non di fattiva collaborazione nell'ostacolare le indagini, con capacità di ottenere la collaborazione di detenuti differenti dalle persone offese, al fine di depistare le indagini e di intimidire le stesse vittime delle violenze”.

La procura stava indagando da almeno sei mesi sulla vicenda, partita da una lettera ricevuta pochi giorni dopo i fatti denunciati, uscita direttamente da Via delle Casermette, scritta dalla presunta persona offesa ma in una busta strategicamente riportante il nome di un altro detenuto che avrebbe assistito almeno in parte a quanto sarebbe accaduto, così da non destare sospetti nella verifica della corrispondenza. 

Le indagini avrebbero poi fatto emergere gravi indizi di colpevolezza nei confronti degli indagati, indiziati di aver partecipato con ruoli diversi a un pestaggio compiuto l’11 agosto 2023 nei confronti di due detenuti, di cui uno di Bitonto in condizione di fragilità. Contestualmente all’aggressione, altri due sarebbero stati inoltre arbitrariamente sottoposti a misure di rigore non consentite. 

Nel corso delle investigazioni sarebbe stata documentata la predisposizione e la sottoscrizione di atti falsi finalizzati a nascondere successivamente le violenze perpetrate e a impedire che venissero emesse a carico delle persone offese le diagnosi delle lesioni riportate. Sarebbero state, inoltre, accertate minacce e promesse di ritorsioni attraverso le quali due indagati avrebbero costretto le vittime a sottoscrivere falsi verbali di dichiarazioni, in cui era riportata una versione dai fatti smentita dagli esiti delle indagini.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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