C’è una parte della festa di Santa Maria di Merino che sembra quasi un racconto sospeso, capace di intrecciare aspetti fideistici e leggende popolari. Una narrazione che i viestani si tramandano da secoli e che ancora oggi, in qualche modo, continua a vivere dentro quella processione interminabile che porta la Madonna verso il santuario di Merino. La storia della patrona, infatti, è indissolubilmente legata - anche dal nome - ad un’altra storia, ancora più antica: quella della città sperduta di Merino. Stando alla tradizione, dove oggi sorge il santuario e si estendono le campagne verso Scialmarino, un tempo esisteva una città. Una centro importante, ricco, abitato, poi improvvisamente sparito. Nessuno sa davvero cosa sia successo, c’è chi parla di incursioni saracene, chi di malaria, chi di carestie o dell’abbandono progressivo della costa. Altri ancora raccontano che Merino sarebbe stata “punita”, sprofondata quasi per volontà divina, come accade nelle grandi leggende del sud. Di quella città, oggi, non restano tracce evidenti. Restano i racconti, tramandati dagli anziani. E soprattutto resta la Madonna, anch’essa è legata ad un’altra leggenda. La versione più conosciuta narra che, a seguito di una violenta mareggiata, due pescatori - uno di Vieste e uno di Peschici - trovarono sulla spiaggia di Scialmarino una statua lignea della Vergine. Forse arrivata dal mare, da qualche nave dispersa tra quelle ottomane che percorrevano le coste, probabilmente parte di un antico carico diretto altrove. La statua colpì subito entrambi: quella figura con lo sguardo rivolto verso il cielo e la mano sul petto venne interpretata come un segno.
Il problema arrivò subito dopo, perché sia Vieste che Peschici volevano custodire quella Madonna. Nessuno dei due pescatori intendeva rinunciare all’effigie e allora, come spesso succede nei racconti popolari, la decisione venne affidata al destino. Si narra che la statua fu caricata su un carro trainato da due buoi, uno viestano e uno peschiciano, decretando che la Madonna sarebbe appartenuta alla città verso cui gli animali si sarebbero diretti spontaneamente. E secondo la tradizione i buoi presero la strada di Vieste: da questo episodio sarebbe nato il culto di Santa Maria di Merino. Sul luogo del ritrovamento venne costruita una chiesetta, poi trasformata nel santuario che ancora oggi rappresenta uno dei luoghi simbolo della devozione garganica. E attorno a quella devozione, nei secoli, è cresciuta una ritualità popolare fortissima. Gli storici collocano la statua tra il XIV e il XV secolo. Alcuni studi sostengono che fosse parte di un gruppo scultoreo più ampio, probabilmente una scena dell’Annunciazione. Ma al di là delle ricostruzioni storiche, quello che conta davvero è ciò che quella Madonna è diventata per i viestani.
La processione del 9 maggio, ancora oggi, conserva molti elementi antichi. La Madonna parte dalla Cattedrale dentro la “cassa di città”, quella più grande e solenne; poi, arrivata alla cosiddetta Pietra della Madonna, avviene uno dei momenti più sentiti: il cambio della cassa, in cui la statua viene sistemata nella “cassa di campagna”, più leggera, quella che accompagnerà il lungo pellegrinaggio verso Merino. Da lì in poi cambia tutto. Sparisce quasi il tono cittadino e inizia quello più popolare, più intimo. I fedeli la accompagnano a piedi tra canti dialettali, rosari, soste e silenzi. E c’è un dettaglio che a Vieste conoscono tutti: durante l’andata il volto della Madonna guarda verso il mare, quasi a benedire pescatori, marinai e chiunque viva del rapporto con l’Adriatico. Al ritorno, invece, il viso viene rivolto verso la campagna, verso i campi e la terra.
È un gesto semplice, ma dentro ci sta un mondo intero. Il mare e la terra, Vieste e Merino, la città e la campagna, la fede e la sopravvivenza.
Un tempo la festa era anche molto diversa da oggi. Nei racconti storici si parla perfino di ronde armate organizzate per proteggere la processione dalle incursioni dei pirati turchi. Vieste ha convissuto per secoli con quella paura. Le razzie, gli sbarchi improvvisi, il terrore di quell’invasione del 1554 sono rimasti impressi nella memoria collettiva della città... e anche la festa patronale, in qualche modo, portava addosso quella tensione. Esisteva persino la figura del “camerlengo”, una sorta di comandante incaricato di garantire l’ordine durante tutta la celebrazione, dotato di poteri civili e militari per la durata della festa. Oggi sembra un racconto lontanissimo, ma aiuta a capire quanto fosse centrale questa ricorrenza nella vita della comunità.
E forse è proprio questo il bello. Santa Maria di Merino continua a resistere perché non è mai stata soltanto una festa religiosa. È il giorno in cui Vieste si riconosce. Lo si vede ogni anno, nei viestani che tornano da fuori apposta per esserci, nelle famiglie che seguono la processione da generazioni, nei ragazzi che magari durante l’anno vivono lontani ma il 9 maggio cercano comunque di rientrar e persino in quel senso di malinconia che tanti provano quando non riescono a esserci. Alla fine Santa Maria, a Vieste, più che con la storia, si spiega con l’appartenenza.
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