Il dibattito che si sta aprendo attorno alla stele che il Rotary Club di Manfredonia intende donare alla città non è soltanto una querelle locale su gusti estetici ma, piuttosto, pare essere un caso emblematico che mette in luce tensioni profonde tra buone intenzioni civiche, competenza scientifica e responsabilità pubblica nella gestione del patrimonio. Da un lato c’è la volontà di fare un gesto — un’opera che “ricordi” e che “richiami” il Museo nazionale archeologico posto nel Castello e le sue collezioni. Dall’altro c’è l’allarme di chi studia da decenni quei reperti e teme che la semplificazione trasformi la memoria in un simulacro. In mezzo, i cittadini. La professoressa Maria Luisa Nava ha espresso la sua posizione con nettezza e rigore. “La recente stele daunia in lamiera pensata per Manfredonia appartiene, senza possibilità di equivoco, a questa seconda specie (simulacro, ndr)”, scrive denunciando la sostituzione del reperto con “una sua sagoma arbitraria, modernizzata, impoverita, ridotta a decorazione urbana”. Manfredonia, “città che custodisce uno dei nuclei più importanti della scultura indigena dell’Italia protostorica e che non merita di vedersi rappresentata da una carnevalata irrispettosa. Perché di questo si tratta: di una carnevalata. E anzi, con un’aggravante rispetto al Carnevale autentico. Il Carnevale almeno non mente sulla propria natura: è travestimento, gioco, deformazione dichiarata. Qui invece il travestimento si presenta come omaggio colto. Ci si copre con il manto delle buone intenzioni, si invoca l’amore per la città, il legame con le radici, il desiderio di segnalare il Museo, e intanto si realizza un oggetto che con le vere stele ha il medesimo rapporto che una maschera di cartapesta ha con un ritratto scolpito. Le ricorda da lontano, le svilisce da vicino, e soprattutto si fonda sull’idea implicita che nessuno noterà la differenza. È questa, forse, la parte più offensiva: la fiducia nell’ignoranza del pubblico”. Frasi che, comunque, non sono un attacco al gesto generico del dono ma una presa di posizione sulla qualità del dialogo che si instaura tra antico e contemporaneo quando il primo viene usato come repertorio visivo senza la mediazione dello studio. Ascoltando il presidente del Rotary Club di Manfredonia, Raffaele Fatone, emergono le intenzioni che hanno mosso il progetto: si tratta di un regalo privato alla città, pensato per valorizzare un elemento del patrimonio locale e per richiamare l’attenzione sul Museo. Il suo tono è molto pacato, a tratti quasi imbarazzato. Probabilmente si augurava che si parlasse della donazione ma non certo in questi termini. Da subito, vuole esprimere “la massima stima nei confronti della dottoressa Maria Luisa Nava, che sarà coinvolta nel progetto in un eventuale rapporto di collaborazione costruttiva, attraverso la promozione di comunicati stampa e conferenze stampa e seminari pubblici”. Fatone fa osservare più volte a l’Attacco “la confusione che si sta facendo”, E specifica che “l’idea non è di fare una riproduzione di una stele daunia. Piuttosto è quella di ricordare, e regalare questo monumento in memoria delle nostre meravigliose stele”.
L’iniziativa interamente finanziata dal Rotary Club con fondi privati, “nasce esclusivamente con l’intento di offrire alla città di Manfredonia un’opera condivisa, capace di valorizzare e promuovere il patrimonio storico e culturale locale”. Sono dichiarazioni di buona fede, come a dire che il Rotary intende fare un gesto di promozione culturale, non una contraffazione deliberata.
Il giovane presidente del locale Rotary chiarisce che la scelta del materiale - l’acciaio corten - è dettata da ragioni pratiche. “Per una questione di durabilità, dal momento che così durerebbe anche fino a 100 anni” e per evitare “una fotocopia”, cioè “una copia fedele che sarebbe apparsa ridicola”.
Alla volontà di evitare una replica pedissequa, si è quindi aggiunta la scelta di un linguaggio visivo che si dichiara libero e non filologico. Il problema è che, come osserva Nava, la libertà creativa non è automaticamente legittimante quando si tratta di reperti che hanno una forte identità materiale e iconografica.
La disputa non è un puro dibattito estetico, dal momento che la materia e la forma di un reperto sono parte integrante del suo significato. Le stele daunie sono sculture in calcare, nate in un contesto funerario e ideologico preciso. La loro consistenza, il volume, la resa e la tecnica di lavorazione sono elementi che parlano della cultura che le ha prodotte. Sostituire il calcare con una lastra di corten incisa significa cambiare il linguaggio del monumento. Nava lo sintetizza con durezza: trasformarle in lamiera “significa alterarne radicalmente la natura. Cambiare la materia significa cambiare il linguaggio. Cambiare il corpo del monumento significa svuotarlo della sua identità”.
Fatone, dal canto suo, sembra consapevole del rischio di equivoco e più volte sottolinea che non si tratta di una riproduzione. La scelta del corten, poi, è motivata dalla sua durabilità, dai costi più contenuti e dalla volontà di non realizzare una copia. Ma la domanda che rimane aperta è: quando la distanza dall’originale diventa una falsificazione simbolica? Per Nava la soglia è stata superata: l’opera proposta non dialoga con l’antico, lo sostituisce nella percezione pubblica.
Un altro aspetto cruciale è il rapporto con le istituzioni competenti, visto che Fatone racconta di aver fatto “alcuni passaggi col dirigente comunale e con la Sovrintendenza”, che avrebbe suggerito di spostare l’installazione “più esternamente rispetto al perimetro della villa comunale” perché, altrimenti, i tempi della Sovrintendenza per valutare la proposta sarebbero stati decisamente lunghi. “Ci hanno detto che sarebbero serviti probabilmente 2 o 3 anni per ottenere eventualmente l’autorizzazione”.
Se l’obiettivo è davvero valorizzare il Museo e le sue collezioni, la strada più responsabile sarebbe stata quella di costruire un progetto partecipato, con il coinvolgimento esplicito di archeologi, storici dell’arte e conservatori, e con una comunicazione chiara che distinguesse tra riproduzione filologica, opera contemporanea ispirata all’antico e semplice omaggio simbolico. Fatone stesso ammette che “forse abbiamo sbagliato a non coinvolgere la dottoressa Nava” e che l’intenzione è di porre in qualche modo rimedio.
La questione più generale tocca anche il rapporto tra patrimonio e cittadinanza. “Molti cittadini forse non sanno nemmeno che cos’è una stele daunia e che ce le abbiamo nel nostro castello. L’obiettivo è quello di richiamare l’attenzione dei cittadini e dei turisti su questo straordinario patrimonio custodito all’interno del nostro Castello, un Museo Nazionale spesso poco conosciuto sia dalla comunità locale che dai visitatori”.
Questo dato - reale o percepito che sia - indica comunque la necessità di accompagnare ogni intervento con strumenti di informazione e mediazione culturale. Il presidente del Rotary riconosce che “l’idea era anche questa: fare un comunicato e una conferenza stampa con la professoressa Nava per spiegare il progetto”, perché se l’intenzione è davvero quella di promuovere la conoscenza, allora la via obbligata è la collaborazione.
Una vicenda che, in definitiva, può valere anche come un monito: il patrimonio non si onora travestendolo; lo si onora conoscendolo. Il gesto del Rotary nasce da una volontà positiva, ma la buona intenzione non basta quando si tratta di simboli che incarnano identità storiche e culturali. Come scrive Nava, “la materia è parte costitutiva del significato” e la trasformazione del reperto in “lastra metallica traforata o incisa significa alterarne radicalmente la natura”.
Serve mettere insieme competenza e partecipazione, progettando con rigore e accompagnando l’intervento con informazione e mediazione. Il “dono civico” potrà trasformarsi in un atto di cura e non in un’operazione che, pur nata dal desiderio di celebrare, finisce per deformare la memoria che intendeva onorare.
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