Monti Dauni, Faccilongo: “Turismo può essere la ciliegina sulla torta ma non sarà mai una leva di sviluppo”

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L’intervento di Nicola Faccilongo, docente dell’Università di Foggia, è stato sicuramente uno tra i più interessanti della settimana di Summer School organizzata dal Comune di Accadia. Dopo la lezione tenuta agli studenti, il professore ha risposto alle domande de l’Attacco.

Si è detto piuttosto scettico sul tema scelto per questa Summer School: Restanza. Per quale motivo?
Più che scettico, direi che sono critico. Non perché il concetto non abbia un suo valore, ma perché temo che spesso se ne faccia un uso eccessivamente retorico. Restare nei luoghi in cui si è nati può essere una scelta, ma non deve trasformarsi in un vincolo. Io credo che il vero obiettivo debba essere quello di costruire un territorio attrattivo per tutti, non soltanto per chi è originario di qui. I nostri giovani devono avere l’occasione di partire, di andare fuori, di formarsi e di fare esperienze internazionali. Poi, se trovano le condizioni adeguate, possono anche decidere di tornare e mettere a disposizione le competenze acquisite altrove. La sfida vera, però, è creare un contesto in cui non solo i nostri ragazzi, ma anche giovani da altre parti d’Italia e del mondo possano trovare opportunità di crescita. Per questo più che di Restanza io parlerei di Accoglienza, intesa come capacità di aprirsi e di diventare attrattivi per nuove energie e nuove intelligenze.

Ha detto che il problema delle aree interne non è solo dei Monti Dauni e, in generale, del Meridione d’Italia, ma di tutta Europa. Come si riescono a connettere, da un punto di vista politico, questi territori, per avere un maggiore peso nelle sedi decisionali e magari una voce unica?
Sì, esattamente. Spesso si pensa che lo spopolamento e la marginalità riguardino soltanto il Sud Italia, ma non è così. È un fenomeno che attraversa l’intera Europa. Dal Nord della Francia fino alla Calabria, ci sono territori che soffrono dello stesso isolamento, della stessa mancanza di servizi, della stessa difficoltà a trattenere popolazione giovane. La vera sfida politica è quella di mettere questi territori in rete, di farli dialogare e collaborare. Servirebbero strumenti istituzionali capaci di dare rappresentanza a queste aree, perché troppo spesso le politiche europee sono pensate per le città e i grandi poli urbani. Invece, i bisogni delle aree interne sono comuni e richiedono risposte condivise. Un’alleanza tra territori periferici potrebbe portare a elaborare istanze più forti e a farle pesare nei processi decisionali europei. Solo così si può pensare di invertire una tendenza che, altrimenti, rischia di diventare irreversibile.

Le infrastrutture digitali: è questo il nodo più critico, quello di cui c’è maggiore bisogno in questi territori?
Assolutamente sì. Oggi parlare di sviluppo senza infrastrutture digitali è impossibile. La connessione veloce non è un lusso, è la precondizione minima per qualsiasi progetto. Non possiamo pensare all’intelligenza artificiale, alla telemedicina, all’istruzione a distanza o a qualunque forma di innovazione tecnologica se non garantiamo prima infrastrutture digitali solide. Per un territorio interno, essere connesso significa abbattere distanze, superare isolamento, offrire nuove opportunità alle imprese e ai cittadini. Se manca la rete, manca la possibilità stessa di immaginare un futuro. Ecco perché considero questo tema un’emergenza assoluta. Senza una banda larga diffusa e stabile, ogni altra iniziativa rischia di essere solo teorica.

Ha parlato infine di retorica del turismo. È l’industria manifatturiera, secondo lei, che va potenziata in questo territorio?
Io credo che sia arrivato il momento di fare delle scelte precise. Non possiamo più pensare di puntare su tutto indistintamente, perché questo significa non puntare davvero su nulla. Il turismo può rappresentare un elemento importante, un settore complementare, ma non può essere considerato la chiave di volta dello sviluppo dei Monti Dauni. Il turismo genera indotto, ma è un settore troppo legato alla stagionalità e non crea quell’ossatura produttiva che serve a dare stabilità economica a un territorio. La manifattura, invece, produce beni e servizi, crea filiere, genera lavoro stabile e duraturo. È questo che porta ricchezza. Senza manifattura non esiste crescita solida. Non sto dicendo che il turismo non sia utile, ma deve essere visto come una ciliegina sulla torta, non come la torta stessa. Il cuore dello sviluppo deve essere la produzione, accompagnata dai servizi fondamentali. Solo così si possono creare condizioni reali per attrarre investimenti, far restare chi vuole restare e convincere anche altri a scegliere i Monti Dauni come luogo in cui vivere e lavorare. 

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