Aree retroportuali, quale futuro? Gentile, Tasso e Di Staso intervengono dopo l’allarme lanciato da Ciuffreda

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Le riflessioni a l’Attacco di Massimo Ciuffreda, sindacalista FEMCA CISL e operaio Sisecam, hanno avuto l’effetto di una scossa. Il suo atto d’accusa ha riaperto un dibattito che Manfredonia rimanda da tempo: a cosa devono servire le aree retroportuali? E, soprattutto, perché nonostante ZES, incentivi, semplificazioni e promesse, continuano a non produrre lavoro? Possono diventare qualcos’altro, ma cosa? Un hub logistico? Un polo produttivo? L’assessore allo Sviluppo economico del Comune di Manfredonia, Matteo Gentile, parte dal presupposto che non sono una questione locale, ma un nodo strategico per l’intera provincia. “Non rappresentano una partita che riguarda esclusivamente Manfredonia, ma una leva strategica per l’intera Capitanata. La loro pianificazione e valorizzazione possono determinare un salto di qualità per tutto il sistema economico provinciale, rafforzando logistica, filiere produttive e capacità di attrarre investimenti. Gentile insiste sulla necessità di una visione di lungo periodo, perché ritiene che “le aree retroportuali devono diventare un polo integrato di sviluppo, capace di generare occupazione stabile e crescita sostenibile per tutto il territorio”. E richiama un tema che Ciuffreda aveva già sollevato da queste colonne: la rappresentanza, che è anche “la posizione del Sindaco, quella di una rappresentanza adeguata dei Comuni interessati negli organi decisionali competenti. Le scelte che incidono su queste aree non possono prescindere dal coinvolgimento diretto delle comunità che ne subiscono gli effetti e che ne possono beneficiare. Solo attraverso una governance realmente partecipata sarà possibile costruire un progetto credibile e duraturo per il futuro della Capitanata”. Un messaggio che va letto anche alla luce delle tensioni recenti sulla riconferma del presidente ASI Agostino De Paolis, definita dal Sindaco Domenico la Marca uno “sfregio politico-istituzionale”. L’assessore, senza entrare nel merito, ribadisce un principio: “Non si può decidere del futuro di Manfredonia senza Manfredonia”. Di segno diverso, ma altrettanto netto, è l’intervento del consigliere di Sipontum Antonio Tasso, che parla come chi ha visto passare troppi annunci. “L’area retroportuale del bacino ‘alti fondali’ e l’area industriale di Manfredonia vengono da decenni presentate come la grande opportunità di sviluppo del territorio, quasi fossero soluzioni salvifiche e risolutive”. La realtà, secondo Tasso, è ben diversa dal momento che “gran parte del retroporto del BAF versa in uno stato di totale abbandono e degrado”. 

E introduce un elemento nuovo nel dibattito: un progetto industriale già pronto. “Da alcuni anni, un consorzio di imprese – riferisce a l’Attacco - sta tentando di ottenere le necessarie autorizzazioni per realizzare un polo produttivo che in fase progettuale prevede laboratori e depositi di vario tipo, nel pieno rispetto dei criteri ambientali e di sostenibilità; strutture per la logistica e l’import-export; edifici destinati ad attività produttive e commerciali; strutture ricettive; scuole di formazione professionale post-diploma. Il progetto, che potrebbe generare circa quattrocento posti di lavoro, è attualmente bloccato in attesa del pronunciamento della ZES”. 

La solita guerra di competenze tra enti. “L’Autorità di Sistema Portuale ha espresso parere contrario per la presenza di altri interessi progettuali e per questioni legate alla riperimetrazione dell’area; l’ASI per contrasti con l’ente portuale riguardanti proprietà e gestione delle aree”. Il risultato è amaro, perché “il progetto resta fermo e, con ogni probabilità, l’area continuerà a rimanere inutilizzata ancora per molti anni”. Una fotografia che si sovrappone perfettamente alle preoccupazioni di Ciuffreda quando parlava di “un territorio che rischia di diventare un deposito, non un luogo di produzione”.

Il consigliere di Noi Moderati Vincenzo Di Staso offre una prospettiva diversa e parte da un dato: “Finora in quella zona abbiamo attirato solo prospettive di imprese che vogliono sempre operare nell’ambito dei rifiuti. E questo non è il massimo, perché non portano lavoro e umiliano il territorio”. Ricorda che l’area è ancora oggetto di un processo di bonifica “infinito”, e che molti progetti approvati in passato “come quelli legati alla plastica o alle aziende finite sotto sequestro, sono stati un fallimento annunciato”. 

Per lui, la soluzione “è quella dell’hub logistico-industriale, perché rappresenta la sua destinazione naturale sfruttando le infrastrutture già presenti, compresa la ferrovia”. Motiva il suo pensiero anche alla luce del fatto che il porto industriale oggi funziona ed “è l’unico che sta aumentando il proprio volume di affari”. 

Però avverte: le concessioni trentennali a bando non devono diventare un alibi per immobilizzare le aree. “Se c’è qualcuno che prende la concessione e poi non ne fa nulla, dobbiamo agire sull’ASI e mettere criteri stringenti: il progetto deve essere realizzato in due o tre anni, altrimenti si revoca”.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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