Giovanni Bergantino come Carlo Acutis, Checchinato: “Era un vero amico di Dio. Un santo della porta accanto”

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La malattia tumorale, oggi, ha molte misure che riescono a combatterla e, spesso, a sconfiggerla o a renderla cronica. Ma, purtroppo, riesce ancora a mietere vittime. Ci sono diverse storie di bambini e ragazzi, ad esempio, che non sono riusciti a sconfiggerla, come quella di Carlo Acutis, morto a quindici anni, nel 2006, a causa di una forma particolarmente aggressiva di leucemia, nota come leucemia mieloide acuta di tipo M3, spesso definita anche “leucemia fulminante”. Acutis fu proclamato beato nel 2020 ed era santo per Papa Francesco, anche se la cerimonia venne stata posticipata per la morte del Pontefice, poi celebrata a settembre 2025 da papa Leone XIV. Quella del sanseverese Giovanni Bergantino è una storia simile: ragazzo santo già in terra, colpito da una patologia tumorale che lo uccise a sedici anni, nel 2021. Ecco cosa diceva e scriveva di lui monsignor Giovanni Checchinato, vescovo di San Severo, a settembre 2021 su Oltre la Porta, la rivista diocesana: “Ho conosciuto Giovanni in occasione della sua cresima. Me lo presenta padre Raffaele, della parrocchia delle Grazie, e mi dice che Giovanni è malato e che ci tiene tanto a ricevere la cresima; ha già cominciato le lunghe sessioni di chemio e radio e i segni sono evidenti su quella faccina da bambino. Sono andato a trovare Giovanni qualche volta e, rientrando a casa dicevo fra me: possibile che un ragazzo di 14-15 anni (tanti ne aveva allora) sia capace di affidarsi così radicalmente al Signore? Venivo a sapere dai familiari che faceva la comunione frequentemente e che era legatissimo ad un rosario “bianco” con cui pregava quotidianamente. Ho incontrato l’ultima volta Giovanni domenica 11 luglio (2021, ndr) e nonostante fossero già arrivati i segni dell’inesorabilità della malattia, l’ho trovato sereno e sorridente, con la sua coroncina in mano”. Giovanni Bergantino aveva raccolto pensieri profondi e storie in un libro intitolato “La Rosa di Giò”, presentato il 22 novembre 2022 a San Severo. “Se avessi una bacchetta magica, cosa farei?”, scriveva. “Un sacco di cose, o forse una sola, ma di sicuro donerei ai bimbi che non ce l’hanno, la forza e il coraggio di un papà saggio; la dolcezza di una mamma che con un abbraccio ti calma e ti culla con una ninna nanna; il calore di una famiglia in cui forte forte si sente battere il cuore perché piena d’amore; e quella serenità che di notte ti fa dormire e sognare con tranquillità”. Un libro che potrebbe essere riproposto, forse, da papà Mario Bergantino e dalla mamma Antonella Salvato. “Giovanni era un amico di Dio. Vero. E abitava accanto a noi. Un santo della porta accanto”, la conclusione del vescovo.

“Il 3 settembre del 2021 mio figlio Giovanni è diventato un angelo meraviglioso del Paradiso: aveva sedici anni”, la testimonianza a l’Attacco della mamma Antonella. “Tutto è successo a causa di una malattia che scoprimmo nel 2015 quand’era ancora un bambino con tanti sogni da realizzare, generoso, riservato, semplicissimo ma, al tempo stesso, desideroso di conoscere e di sapere. Era bravissimo a scuola, amava leggere, scrivere, disegnare, recitare ed era un grande appassionato di calcio. Proprio durante una partita con la sua squadra, un giorno si fece male e iniziò ad avvertire un forte dolore al bacino e a zoppicare. Inizialmente i medici pensarono ad uno stiramento, ma non migliorando la situazione ci ritrovammo a settembre di quello stesso anno, il 3 settembre - questa data si sarebbe ripetuta nella storia di Giovanni - a Bologna, all’ospedale Rizzoli, dove ci dissero che Giovanni aveva in realtà una malattia molto più grave che si chiama sarcoma di Ewing. Si tratta di uno dei tumori ossei più rari e aggressivi che possano colpire i bambini a quell’età, a lui esploso in modo ancora più aggressivo perché aveva colpito il bacino, inoperabile, dove si era formata una massa di circa 17 centimetri, e perché aveva già provocato numerosissime metastasi ai polmoni, tanto che i medici ci dissero che Giovanni doveva iniziare immediatamente delle cure fortissime ma che secondo loro non sarebbe arrivato al Natale”. “Nel giorno in cui avrebbe dovuto iniziare la prima media”, continua Antonella,

“Giovanni avviò queste cure fatte di tanta chemioterapia, tanta radioterapia al bacino e ai polmoni, un trapianto delle cellule staminali durante il quale fu costretto a stare per un mese intero in completo isolamento in una stanza sterile in ospedale senza poter vedere nessuno e, come se tutto questo non bastasse, di nuovo il 3 settembre ma del 2017 un intervento d’urgenza alla testa per una metastasi che si era formata anche lì, seguito da altra chemio, altra radio e poi un secondo intervento sempre alla testa a giugno 2020. Tutto questo durò esattamente 6 anni, dal 3 settembre 2015 al 3 settembre 2021, sei anni in cui Giovanni ci insegnò a vivere e ci mostrò un nuovo significato della parola felicità. Avrebbe potuto usufruire di programmi ridotti e semplificati nelle sue condizioni, ma lui si oppose fermamente e volle continuare la scuola nel modo più normale possibile perché questo significava impedire alla malattia di cambiargli la vita. Quando non riusciva ad essere presente in classe chiedeva ai professori di venire a casa, una volta vennero anche in ospedale per consentirgli la partecipazione alle olimpiadi della matematica”.

Con questa enorme forza di volontà il ragazzo ottenne il diploma di terza media con il massimo dei voti e si iscrisse al liceo scientifico Rispoli-Tondi, dove frequentò solo i primi tre anni. “Furono anche gli ultimi tre anni della sua vita, anni in cui si impegnò con una forza di volontà ancora maggiore perché la malattia peggiorava e quindi le cure diventavano sempre più debilitanti, ma soprattutto facendolo non solo e non tanto per sé stesso quanto per i suoi amici con i quali creò legami che durano ancora adesso e che lo rendono vivo più che mai”, continua Antonella Salvato. “Giovanni faceva chemio in ospedale dal lunedì al venerdì. Il venerdì pomeriggio tornava a casa e il sabato mattina, contro il parere dei medici, andava a scuola per recuperare quello che non aveva fatto durante la settimana, per stare con i suoi amici, rassicurarli e tante volte per andare alle interrogazioni al posto di qualcuno che gli aveva confidato di non essere preparato, per salvarlo da un brutto voto. Non ho mai visto Giovanni arrabbiato, non gli ho mai sentito dire “perché questa cosa è successa a me e non ad un altro?”.

Giovanni aveva una forte fede basata sulla certezza assoluta che Gesù fosse sempre al suo fianco, come un amico speciale che non si vedeva ma era lì e con il quale poteva condividere, anche senza parlare, ogni gioia o dolore. Questo gli permetteva di non sentirsi solo, anche quando di fatto era solo in una stanza di ospedale. Il 17 marzo 2018 conobbe anche Papa Francesco, in visita a San Giovanni Rotondo nel reparto di oncoematologia pediatrica. Giovanni stava facendo chemio quando il Papa entrò nella sua stanza e, vedendolo entrare, ci disse di aver avuto la sensazione di veder entrare proprio in quella stanza Gesù. Giovanni preparò per il Papa un disegno con delle margherite bellissime, disegnate tra i sassi. Su ognuna di queste margherite scrisse il suo nome e quello dei ragazzi ricoverati con lui e spiegò questo disegno facendo riferimento ad una frase pronunciata dal Papa un po’ di tempo prima e cioè che i fiori più belli crescono tra le pietre più dure”.

“Per condividere il dono di Giovanni”, conclude la mamma, “è nata l’associazione ‘Giovanni Bergantino - gli Amici di Giò’ attraverso la quale è stato pubblicato il libro ‘La Rosa di Giò’ che raccoglie alcuni suoi scritti e disegni. Il ricavato viene devoluto al reparto di oncoematologia pediatrica di Casa Sollievo. Inoltre ogni anno viene indetto un concorso rivolto a tutti gli studenti delle scuole di ogni ordine e grado della provincia di Foggia”.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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