E’ mutata completamente la posizione della vicesindaca di Foggia Lucia Aprile dopo dieci giorni dallo scoppio del caso mediatico sull’affidamento diretto del Comune capoluogo in favore dell’impresa della sorella gemella. Quel 18 luglio, dopo averci riflettuto su e dopo essersi confrontata negli uffici comunali col rup Cosimo Suriano, la contiana avvisò i colleghi e vertici del M5S delle proprie intenzioni: “C’è un problema politico. Rassegnerò comunque le mie dimissioni, spiegherò quello che è accaduto anche forte della spiegazione della tecnostruttura, ma c’è un problema politico che resta e che va oltre la mia persona e, pur inconsapevole, devo assumermi l’onere di tutelare l’amministrazione e il partito. E’ giusto così”. Oggi l’assessora all’ambiente non pensa più minimamente a lasciare la giunta ed ha cambiato del tutto umore: se prima appariva travolta dall’accaduto, profondamente scossa e sentiva di dover fare un passo indietro pur ribadendo di non aver mai saputo nulla dei plurimi affidamenti diretti ad alcune tra le numerose imprese di parenti ed affini (finora noti i casi di fratello, cognato e sorella), oggi è irata e vede nemici finanche tra i compagni pentastellati. “Mi difendo benissimo da sola da sciacalli del suo livello, ma lo faccio nelle sedi opportune. A presto”, è stata la frase minacciosa rivolta il 26 luglio all’eletto di minoranza Nunzio Angiola su Fb, un commento che ha reso palese il nuovo stato d’animo. Dimettersi, per Aprile, significherebbe ora ammettere una colpa che non sente di avere. Ma si può pensare che la vicenda possa essere archiviata con la rinuncia di Servitalia srl all’appalto per l’arredo urbano e con l’annullamento in autotutela della determina illegittima da parte del dirigente Mendolicchio?
Da Palazzo di città trapela che ci sarà un procedimento disciplinare nei confronti del rup Suriano e che non è esclusa una responsabilità anche del dirigente firmatario dell’atto, ovvero Tullio Daniele Mendolicchio. La linea attuale della vicesindaca è evidenziare, come da risultanze dell’accertamento tecnico, il ruolo della tecnostruttura e restare al proprio posto.
Ma quanti interrogativi restano senza risposta? Non è ancora stato spiegato perché, a dispetto della competenza dell’Ambiente sull’arredo urbano (dunque della stessa Aprile e del dirigente Longo), l’iter sia stato seguito dai Lavori pubblici, con fondi del capitolo di bilancio dell’arredo urbano. Né si conoscono i nomi delle altre due imprese che erano state contattate dagli uffici prima di decidere che, in base alle inesistenti “esperienze pregresse”, la soluzione migliore fosse quella della neo costituita srl della gemella della vicesindaca. Soprattutto, però, né la rinuncia né l’annullamento, né tantomeno la posizione espressa da Lucia Aprile, riescono a chiudere un caso che può essere risolto solo, oltre che agendo sulla tecnostruttura, rimuovendo alla radice ciò che suscita (e susciterà pure in futuro) dubbi e sospetti.
Qui, oltre ad un caso evidente di illegittimità ammesso dallo stesso Mendolicchio, c’è pure una chiarissima inopportunità politica che si sana o evitando di essere amministratore di un Comune che dà affidamenti diretti alle imprese di famiglia o evitando che le imprese di famiglia si facciano avanti per gli appalti comunali. Altra via non c’è, come mostrò nel 2024 lo stesso caso del presidente della Regione Michele Emiliano e dell’appalto al fratello. In quella situazione fu la presidente Pd del consiglio regionale Loredana Capone a sottolinearne l’inopportunità politica. Perché oggi, invece, la maggioranza del campo largo, a cominciare dalla sindaca Marida Episcopo, tace? Non vale dire “sono importi limitati”, “prendevano affidamenti diretti anche prima di questa amministrazione” e “lei non ne sapeva nulla”. Se il conflitto di interessi non dev’essere neanche solo potenziale e se non deve albergare il benchè minimo sospetto su cosa avviene rispetto agli appalti comunali, i danni provocati da questa vicenda sono rilevanti.
Anche a Palazzo di città sono consci che il già debolissimo rapporto di fiducia tra politica e comunità, risultato della storia di Foggia (a cominciare dalle vicende di presunta corruzione e dallo scioglimento per mafia), ha ricevuto uno scossone ulteriore. Uno scossone tale che oggi il tarlo che, dopo questo caso, si è insinuato nella cittadinanza è che “non sarebbe successo nulla se non ci fosse stata la stampa a svelare l’affidamento” e che “chissà quanto altro avviene e non si sa”.
E ad esser danneggiato in modo consistente è il M5S, che dopo 10 giorni non ha ancora trovato il modo per esprimere la propria posizione. Giovedì scorso era pronto un comunicato tutto diretto contro la tecnostruttura, in cui nemmeno veniva citata Aprile, col fine di far capire che bisognava intervenire sugli uffici per ripristinare legalità e trasparenza. Una nota stampa ritenuta inutile da parte del gruppo consiliare, dove c’è stato chi ha chiesto un passo indietro (Giovanni Quarato), chi è rimasto silente e chi, secondo quanto ritiene la stessa vicesindaca, vorrebbe prendere il suo posto. Insomma, i veleni hanno travolto il partito locale: se i consiglieri ripetono che deve essere il vertice nazionale Giuseppe Conte a mettere la parola fine sulla posizione del M5S e su cosa Aprile deve fare, tirandoli fuori dall’onere di una decisione imbarazzante che non compete loro (e che si vuole a loro addossare per togliere dagli impicci il vertice locale e per preservare il leader nazionale), dall’altro lato Roma non parla e il coordinatore provinciale Mario Furore nemmeno, mentre per la consigliera regionale Rosa Barone e per il deputato Marco Pellegrini serviva lasciare subito. Una situazione caotica che favorisce gli avvelenatori di pozzi, chi ha interesse a un M5S più debole e disgregato, chi cavalca ed alimenta le distanze interne.
How to resolve AdBlock issue?


(condividi) in basso allo schermo,
(Aggiungi alla schermata Home).