Tutte le volte che Antonio Decaro ha detto no a Emiliano (e ai suoi) ma anche sì a certi figli prodighi

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C’è una parola che in Puglia risuona in ogni conferenza stampa, in ogni slogan e in ogni programma elettorale: discontinuità. Antonio Decaro, candidato del centrosinistra alla presidenza della Regione, la ripete come un mantra. Dice di voler “voltare pagina” rispetto alla lunga stagione di Michele Emiliano, di voler dare alla politica pugliese un volto nuovo, trasparente, meritocratico. Ma tra le righe delle liste e dei malumori che accompagnano la sua corsa, emerge un paradosso difficile da ignorare: la discontinuità proclamata rischia di assomigliare più a una strategia comunicativa che a un reale rinnovamento. A rompere la narrazione idilliaca è stato Stefano Lacatena, consigliere regionale uscente del movimento Con Emiliano, escluso dalle liste che sostengono Decaro. La sua conferenza stampa ha avuto il tono e la forza di un atto politico: “È disumano quello che mi è accaduto, un atto di violenza politica”, ha detto. Accusa il candidato presidente di averlo lasciato “spegnere lentamente come una candela”, senza mai spiegargli le ragioni della mancata ricandidatura. Dietro la sua esclusione, sostiene, ci sarebbe un veto del consigliere molfettese Saverio Tammacco, uomo di peso nella lista Per la Puglia. Ma, secondo Lacatena, quella è solo una scusa: “Se un candidato presidente non riesce a dirimere le questioni interne di una lista, significa che ha scelto di colpire”. Eppure, parliamo di un politico, Lacatena, con un pacchetto stimato di circa 10 mila preferenze personali, radicato sul territorio di Monopoli, autore – tra le altre – della legge regionale sulla rigenerazione urbanistica. Uno che aveva costruito consenso e visibilità, ma che oggi si ritrova senza simbolo e senza casa politica. “Sono una persona leale, ma non fedele”. La storia di Lacatena diventa ancora più significativa se la si confronta con altri casi. Prendiamo quello di Aldo Patruno, ex direttore del Dipartimento Cultura e Turismo della Regione Puglia, oggi candidato con il Movimento 5 Stelle. Di fronte alle polemiche per la sua candidatura “inopportuna”, Patruno si è difeso parlando di “competenza”, di “politica come servizio” e di “meritocrazia”. Il paradosso è evidente: le stesse parole – competenza, valore, servizio – che nel suo caso vengono considerate un titolo di merito, per Lacatena sembrano non valere nulla. È come se la meritocrazia fosse valida solo quando coincide con l’appartenenza al campo giusto.

E qui la riflessione si fa più ampia: in politica, la competenza è davvero un criterio, o diventa una bandiera da sventolare quando serve e da accantonare quando disturba equilibri e convenienze? C’è anche un altro fattore che spiega la marginalizzazione di Lacatena: il passato politico. Ex forzista, approdato nell’area civica emilianea, è sempre stato percepito come un outsider rispetto alle logiche del Partito Democratico. 

La sua forza personale, il suo voto “autonomo”, la sua libertà di linguaggio lo hanno reso un alleato utile ma mai completamente integrato. In una coalizione che si appresta a una transizione delicata, il “non allineato” è spesso il primo a essere tagliato. Così il passato diventa un marchio che non perdona, e la competenza si trasforma in ingombro. È una regola antica, ma che oggi stride con il racconto pubblico di rinnovamento e apertura.

A rendere il quadro ancora più contraddittorio è il trattamento riservato al “padre politico” del centrosinistra pugliese, Michele Emiliano. L’ex governatore, dopo due mandati, è stato di fatto archiviato: trattato, per usare una metafora amara che circola negli ambienti interni, “come un anziano da destinare a una RSA politica”. Peccato che sia proprio Emiliano l’artefice della squadra che oggi compone gran parte delle liste di Decaro, e che sia stato lui ad aiutarlo a costruire il consenso di cui oggi gode.

Non va dimenticato che alle elezioni europee del 2024 Decaro è stato il più votato d’Italia nel Partito Democratico, con quasi 500 mila preferenze nella circoscrizione Sud. Un successo che porta anche la firma di Emiliano e della rete politico-amministrativa costruita negli anni dal governatore uscente. Eppure, nella corsa alla Regione, di quella eredità si preferisce non parlare. Anzi, si tende a rimuoverla, come se il nuovo dovesse necessariamente coincidere con la cancellazione del passato. Ma si può davvero rinnovare un sistema negandone le radici?

Scorrendo le liste a sostegno di Decaro, il dubbio si rafforza. Ci sono molti nomi noti del governo uscente: Raffaele Piemontese, Loredana Capone, Fabiano Amati, Mauro Vizzino, Paolo Campo, Gianni Stea, Francesco Paolicelli, Lucia Parchitelli, Ruggero Mennea, Saverio Tammacco, Sebastiano Leo, e poi ancora Donato Pentassuglia, Enzo Digregorio, Alessandro Leoci, Gianfranco Lopane, Antonio Tutolo, Debora Ciliento, Maurizio Bruno, Sergio Clemente e i pentastellati Christian Casoli, Rosa Barone. È la stessa architettura politica che ha retto le ultime due legislature emilianiste, oggi solo “rimarchiata” con slogan civici o progressisti.

Si invoca il cambiamento, ma il volto del potere resta pressoché identico. E allora la parola “discontinuità” diventa fragile, quasi retorica. Perché a contare non sono le dichiarazioni ma le composizioni, non le intenzioni ma le scelte. Ferma restando la forza personale di Decaro quale amministratore esperto, comunicatore efficace e politico che gode di popolarità anche fuori dal perimetro tradizionale del centrosinistra, la sua coalizione appare più debole di lui, divisa fra vecchie appartenenze e nuove ambizioni, tra civismo di facciata e calcolo interno.

Le esclusioni come quella di Lacatena sono il sintomo di un problema strutturale: la difficoltà di rinnovare davvero senza spaccare. E se l’equilibrio si regge su esclusioni dolorose, la governabilità futura rischia di nascere già zoppicante.

Alla fine, la vicenda Lacatena non riguarda solo un consigliere tagliato fuori, ma un interrogativo più profondo sul modo in cui si seleziona la classe dirigente. In politica, il merito è un concetto fluido: vale se serve, si dimentica se disturba. La vera discontinuità, forse, non sta nel cambiare nomi o slogan, ma nel cambiare metodo: nel restituire dignità alla coerenza, alla trasparenza, alla capacità.

Perché se la “nuova Puglia” che si annuncia nasce già con il vizio antico delle esclusioni opache e delle fedeltà selettive, allora la promessa di cambiamento rischia di essere solo un esercizio di stile. E gli elettori, che ormai riconoscono la distanza fra parole e fatti, potrebbero essere molto meno indulgenti di quanto la politica si illuda.
(Mary Vergura - l’Attacco)

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