Nel centrodestra pugliese c’è una costante che sembra resistere a ogni stagione politica, a ogni cambio di leadership e perfino a ogni sonora sconfitta elettorale: la straordinaria capacità di complicarsi la vita da soli. Non serve l’avversario, spesso basta il fuoco amico. E così, mentre il centrosinistra continua a governare la Regione da ormai vent’anni e si prepara all’ennesima sfida con la consapevolezza di chi conosce bene il campo di gioco, dall’altra parte del tavolo il centrodestra continua a muoversi come un esercito diviso, incapace di trasformare il consenso potenziale in una reale alternativa di governo. Il caso Modugno, esploso a quarantotto ore dalla presentazione delle liste per le prossime amministrative, è solo l’ultimo tassello di un mosaico che da tempo racconta molto più di una semplice frizione locale. La rinuncia forzata di Pierpaolo Ventrella, coordinatore cittadino di Fratelli d’Italia e candidato sindaco ormai designato della coalizione, non è infatti un episodio isolato, ma l’ennesima conferma di un metodo politico che continua a produrre fratture, malumori e fughe in avanti. A rendere ancora più pesante la vicenda è il contesto in cui matura. Modugno non è un comune qualsiasi: è una città strategica dell’area metropolitana barese, un laboratorio politico dove da anni il peso delle civiche supera quello dei partiti tradizionali e dove ogni candidatura rappresenta un investimento sul futuro più che una semplice corsa amministrativa. Perdere terreno qui significa perdere influenza nei futuri equilibri provinciali e regionali, soprattutto in vista delle Politiche del 2027.Non a caso, dietro il caso Ventrella, molti leggono non soltanto una valutazione elettorale ma una partita molto più grande: quella per il controllo del consenso territoriale e per la futura spartizione dei collegi parlamentari. I nomi che circolano sono sempre gli stessi, da Michele Picaro a Marcello Gemmato, passando per il peso ancora determinante dell’area fittiana. Vecchie correnti che cambiano forma ma non sostanza, in un equilibrio fragile dove ogni candidatura può alterare rapporti di forza consolidati. La sensazione, sempre più diffusa anche tra militanti e dirigenti locali, è che il centrodestra pugliese continui a vivere una contraddizione irrisolta. E forse il vero problema non è capire chi ha ragione ma chiedersi se il centrodestra pugliese abbia davvero imparato qualcosa dai suoi ultimi vent’anni di sconfitte.
Se c’è un’arte nella quale il centrodestra pugliese sembra imbattibile, è quella di collezionare autogol. Uno dopo l’altro, con una puntualità quasi scientifica, tali da trasformare ogni occasione elettorale in un esercizio di autodistruzione politica. Senza neppure che fossero passate ventiquattro ore dall’articolo che il nostro giornale ha dedicato ai vent’anni fallimentari del centrodestra in provincia di Foggia, ecco che dal Barese si scatena un impeto d’orgoglio di chi non ha alcuna intenzione di farsi superare dai “cugini” di Capitanata. E se ancora qualcuno pensava che il fondo non fosse stato toccato, ecco esplodere il caso Modugno, quando mancano appena due giorni alla presentazione delle liste per le amministrative. Riflettori puntati su Pierpaolo Ventrella, coordinatore cittadino di Fratelli d’Italia, che in una conferenza stampa non ci pensa due volte a far volare gli stracci in diretta web, raccontando il torto subito proprio dal suo stesso partito. “Pur preparando la mia candidatura da oltre un anno con i simboli di Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia, ho ricevuto il benservito dal coordinatore provinciale, l’europarlamentare Michele Picaro”, sbotta Ventrella, lasciando poco spazio all’interpretazione.
Una scena già vista, che richiama inevitabilmente il precedente di Raffaella Casamassima alle ultime Regionali: candidatura annunciata, sostenuta pubblicamente e poi ritirata all’ultimo momento. Cambiano i nomi, non il metodo. E soprattutto non cambia il regista politico che molti indicano: il presidente provinciale di Fratelli d’Italia Michele Picaro. “Non sarò più il candidato sindaco della coalizione di centrodestra a Modugno”, ha annunciato Ventrella, spiegando che proprio Picaro, a quattro giorni dalla consegna delle liste, gli avrebbe comunicato il diniego all’utilizzo del simbolo di Fratelli d’Italia. La motivazione, raccontata dallo stesso ex candidato in conferenza stampa, sarebbe stata una valutazione elettorale: “Pochissime possibilità che possiate superare l’8% nella prossima competizione elettorale - gli avrebbe detto Picaro - quindi, per evitare brutte figure, non ti concedo il simbolo”. Ma c’è un dettaglio che, più di altri, alimenta dubbi e malumori interni. Prima dello stop definitivo, infatti, Picaro avrebbe chiesto a Ventrella la bozza completa della lista dei candidati di Fratelli d’Italia, spiegando che la segreteria nazionale a Roma voleva visionare i nomi per una valutazione politica e organizzativa. Una richiesta che Ventrella ha raccontato di aver trovato quantomeno insolita: “Mi sono chiesto cosa potessero sapere a Roma dei candidati di Modugno”. Eppure quella lista è stata inviata. Poco dopo sarebbe arrivato il dietrofront definitivo. Ed è proprio questo passaggio che, secondo molti, riporta il discorso al solito equilibrio interno tra le diverse anime del partito.
Una scelta che ha avuto un effetto domino immediato: venendo meno Fratelli d’Italia, anche Forza Italia e Lega hanno deciso di non presentarsi. Risultato finale: il centrodestra, o almeno quella con i simboli dei partiti, a Modugno non correrà. Eppure il percorso era partito da lontano. Già dal dicembre scorso, Ventrella aveva avviato il lavoro politico con un obiettivo dichiarato e preciso: riportare i partiti dentro la vita amministrativa cittadina, rompendo quella lunga egemonia delle civiche che da anni governa gli equilibri locali. A gennaio la nascita ufficiale della coalizione con Lega e Forza Italia, poi mesi di incontri, costruzione delle liste, confronto con associazioni e movimenti, fino alla preparazione concreta delle candidature. Un lavoro lento, faticoso, costruito sul territorio.
Tutto saltato nel giro di poche ore. “Abbiamo mandato all’aria un lavoro iniziato un anno fa - ha detto Ventrella - e la cosa più grave è che quando ho chiamato i referenti provinciali di Lega e Forza Italia, ho scoperto che non ne sapevano nulla”. Una versione che però Picaro respinge nettamente: “Il centrodestra è una forza politica seria e radicata, che continua a lavorare per costruire, nei tempi e nei modi più adeguati, un progetto credibile nell’interesse della città di Modugno. La decisione è maturata in maniera condivisa tra tutte le forze della coalizione ed è il risultato di una valutazione complessiva di carattere politico e strategico. Chi sostiene il contrario mente sapendo di mentire”.
Ma dietro il caso Modugno si muovono letture ben più profonde. Per molti, alla base del dietrofront ci sarebbe il solito, eterno dualismo interno al centrodestra pugliese: quello tra area gemmatiana e area fittiana, una contrapposizione che ciclicamente riemerge e che continua a influenzare candidature, equilibri e spartizioni di potere. Una guerra fredda permanente dove ogni candidatura diventa una casella di Risiko e ogni amministrativa un anticipo delle future Politiche. Il precedente Casamassima lo racconta bene. La consigliera comunale di Cassano delle Murge, fortemente sostenuta inizialmente da Picaro per le Regionali, venne esclusa dalla lista di Fratelli d’Italia a poche ore dalla presentazione ufficiale, dopo inaugurazioni di comitato elettorale, investiture pubbliche e persino la presenza dei big del partito. Anche lì, spiegazioni tardive, malumori interni e l’impressione diffusa che le vere decisioni si consumassero altrove.
Per alcuni, dunque, il caso Modugno sarebbe soltanto l’ennesimo capitolo di una partita più grande, dove la candidatura locale conta meno degli equilibri provinciali e dove il mantenimento dei rapporti di forza tra correnti vale più del consenso reale sui territori. Ma c’è anche chi invita a leggere il caso Modugno in modo molto più pratico e meno ideologico. La città da anni è territorio dominato dalle civiche, dove i simboli di partito sono quasi banditi e il consenso si costruisce su reti personali, pacchetti di voto, equilibri delicatissimi che raramente coincidono con le appartenenze ufficiali. Qui il voto non segue il simbolo, ma il nome. Non premia il partito, ma il riferimento personale, familiare, territoriale. In questo scenario, la discesa in campo con i simboli di partito avrebbe rischiato di rompere meccanismi consolidati. Perché se il partito da solo - come sostiene Picaro - non sarebbe andato oltre l’8 per cento, lo stesso non vale per i candidati distribuiti nelle civiche, spesso capaci di muovere voti ben più consistenti pur senza simbolo. E questo avrebbe inevitabilmente disturbato equilibri consolidati. Perché il simbolo richiama appartenenza, identità, schieramento netto. Le civiche invece permettono ambiguità, trasversalità, voto fluido. E in territori come Modugno questo fa spesso la differenza. Ed è proprio lì che si gioca la vera partita: non l’amministrativa di oggi, ma le Politiche del 2027. Quei pacchetti di consenso territoriali, costruiti silenziosamente dentro le civiche, saranno fondamentali per future candidature parlamentari, collegi uninominali, sindaci e leadership provinciali. Meglio voti veri che simboli vuoti, ragionano molti nel centrodestra. E forse, guardandola così, perfino la scelta di Picaro diventa comprensibile.
Perché la politica, si sa, è come il Risiko: l’importante non è vincere la singola battaglia, ma arrivare all’obiettivo finale. Il problema, però, è che il centrodestra pugliese continua a giocare partite di brevissimo respiro, sacrificando costruzione politica per tatticismi immediati. E questo, alla lunga, presenta sempre il conto. La verità, ammettono anche dentro la coalizione, è che un candidato di partito non si costruisce un anno prima del voto. Si costruisce in cinque anni, stando nei territori, creando credibilità, presenza, riconoscibilità. Frequentando quartieri, associazioni, categorie produttive, costruendo consenso vero e non improvvisato. Continuare invece con strategie last minute, candidature usa e getta e retromarce imbarazzanti significa restare prigionieri di un modello ormai fallimentare. Significa affidarsi ogni volta all’uomo giusto all’ultimo minuto, sperando che basti una firma, una telefonata o una benedizione politica a rendere credibile un progetto che spesso non esiste. Più che Risiko, servirebbe una partita a scacchi: meno improvvisazione, più visione. “Perché lo scacco alla Regina non è un caso, ma il destino scritto da chi sa guardare oltre, anche se comporterà del tempo”.
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