Manfredonia, cade la mozione per un referendum sul CAS: si consuma uno scontro che lascia ferite aperte

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La seduta di Consiglio comunale che avrebbe dovuto chiarire la vicenda del CAS alla Casa della Carità si è trasformata in un lungo confronto politico denso di accuse incrociate, richiami alla trasparenza e appelli alla responsabilità. La mozione presentata dai consiglieri di minoranza Fabio Di Bari, Vincenzo Di Staso, Ugo Galli e Liliana Rinaldi chiedeva l’indizione di un referendum consultivo per permettere ai cittadini di esprimersi sulla presenza dei richiedenti asilo nel centro straordinario di accoglienza. È stata respinta con 3 voti favorevoli e 17 contrari. Un voto che ha messo in luce – ancora una volta - la frattura politica e comunicativa che attraversa la città da mesi. Il consigliere Vincenzo Di Staso ha posto proprio il tema della fiducia tra istituzioni e cittadini, appuntando che “se i cittadini fossero stati informati correttamente e tempestivamente, non vi sarebbe stato questo moto di sfiducia”. Per il consigliere di Noi Moderati, il referendum non è un atto ostile verso l’Amministrazione ma un tentativo di ricucire un rapporto incrinato: “Non possiamo lasciare che la gente si sfoghi sui social o che qualcuno faccia il capobastone”. Il tema della trasparenza è stato ripreso con forza anche da Ugo Galli, che ha ricordato come già nella seduta del 29 aprile scorso la minoranza avesse chiesto chiarimenti sull’iter che ha portato all’attivazione del CAS. “In quella sede non abbiamo ricevuto alcun chiarimento - ha affermato -. Nulla è trapelato concretamente dalle parole pronunciate dal Sindaco circa la vicenda che ha condotto all’istituzione del centro straordinario per l’accoglienza”. Galli – a supporto delle sue ragioni - ha citato l’articolo 11 del decreto legislativo 142/2015, secondo cui l’apertura di un CAS deve essere preceduta dal parere dell’ente locale. Ancora più dura è stata Liliana Rinaldi, che ha accusato il Sindaco di aver eluso le domande della città. “Nel precedente Consiglio abbiamo ascoltato mezz’ora di fumo, una recita scritta male. Non ha saputo dare mezza risposta”. Per la consigliera di Fratelli d’Italia, il Comune non può nascondersi dietro la Prefettura. Piuttosto “smettetela di dire che le decisioni arrivano dall’alto. È una scusa vecchia che non regge più”. La maggioranza consiliare ha risposto compatta, seppur con sfumature diverse. Gianpio Ognissanti ha definito la mozione “inefficace e priva di utilità pratica”, ricordando che il referendum sarebbe comunque consultivo e non vincolante. 

“Indire una consultazione popolare sapendo già che l’esito potrebbe rimanere lettera morta non è un atto di democrazia”, ha osservato il capogruppo di Progetto Popolare. “Rischia di diventare un esercizio di illusione istituzionale che alimenta solo frustrazione e sfiducia”. Ognissanti ha insistito anche sul tema delle competenze, dal momento che “la materia dei CAS è disciplinata da norme nazionali e gestita dalle Prefetture. Il Comune ha margini di manovra limitati”.

Matteo La Torre ha invece puntato il dito contro il clima cittadino, accusando la mozione di alimentare tensioni già presenti e ricordando come l’Amministrazione abbia già dovuto affrontare questioni complesse, come il superamento degli insediamenti informali di Borgo Mezzanone. Il consigliere di Molo 21 ritiene che il referendum sia “uno sperpero di risorse per continuare a fomentare un clima che poco piace”.

“Questa non è una discussione che si basa sulla PEC, sulla Prefettura, sulle comunicazioni del Sindaco. È una questione politica”, la premessa del capogruppo democratico Raffaele Caputo. “Vogliamo accogliere i rifugiati politici oppure non li vogliamo?”. Però ha anche aggiunto un’autocritica, sottolineando che “probabilmente la sicurezza, che è un diritto universale, è un tema che la parte politica a cui appartengo ha fatto pensare che non fosse importante. Invece è importantissimo”. Ma ha messo in guardia dal rischio di confondere i piani, perché “non possiamo mischiare la crisi occupazionale, la difficoltà di arrivare a fine mese, con la presenza di 70-100 persone che non risolveranno i problemi della città, ma nemmeno li aggraveranno”.

Tra gli interventi più articolati c’è stato quello di Antonio Tasso, che ha provato a riportare la discussione su un terreno di equilibrio. “Dobbiamo rispondere alla nostra coscienza, alla nostra sensibilità, alla nostra conoscenza dei fatti”. Il consigliere di Sipontum ha criticato l’idea che chi non sostiene la mozione sia “contro Manfredonia” e ha proposto una via alternativa: “Chiediamo formalmente chiarimenti alla Prefettura, tutti insieme, come capigruppo. È così difficile fare questa cosa?”.

Libero Palumbo ha insistito sulla mancanza di informazione e, di suo, ha posto un tema spesso ignorato nel dibattito pubblico: le condizioni di lavoro dei migranti nelle campagne. “Queste persone sono assunte regolarmente? Verranno pagate almeno 9 euro l’ora? Verranno versati i contributi?”.

La discussione si è chiusa con un dato politico chiaro. La maggioranza ha respinto la mozione, ritenendola inutile, strumentale o dannosa. La minoranza ha denunciato opacità, mancanza di dialogo e un clima cittadino che rischia di degenerare. 

“Non c’è nessun male a confrontarsi. Nel bene e nel male, ognuno accetti il responso”, le parole di Di Staso. Ma quel responso non arriverà dalle urne.

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