“Tutta colpa del governo Meloni”: sintesi del discorso di Decaro per annunciare aumento Irpef in Puglia

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Tutta colpa del Governo”. È questo, in sintesi, il messaggio politico con cui la Regione Puglia ha presentato il nuovo squilibrio della sanità regionale e la conseguente manovra fiscale destinata ad aumentare l’addizionale Irpef per coprire il disavanzo. Nel corso della conferenza stampa, la linea seguita dall’amministrazione regionale è stata chiara: il deficit sanitario pugliese sarebbe soprattutto il risultato di un Fondo sanitario nazionale cresciuto troppo poco rispetto all’aumento dei costi sostenuti dalle Regioni. Secondo le slide illustrate, nel 2025 la spesa sanitaria nazionale aumenterebbe del 3,6%, mentre il Fondo sanitario nazionale si fermerebbe a una crescita dell’1,09%. Una forbice che, secondo la Regione, avrebbe inevitabilmente prodotto squilibri economici non soltanto in Puglia ma in gran parte del Paese. Non a caso, nella conferenza, il presidente Antonio Decaro, in qualità da qualche giorno di commissario straordinario alla sanità, ha  ribadito più volte come anche Regioni tradizionalmente considerate virtuose – Piemonte, Emilia-Romagna, Toscana e Friuli Venezia Giulia – stiano registrando difficoltà analoghe. La tesi sostenuta dalla Regione è dunque quella di una crisi strutturale della sanità pubblica italiana, aggravata dall’aumento dei costi del personale, dei farmaci innovativi, dell’assistenza sociosanitaria e dei dispositivi medici. In questo scenario, la Puglia avrebbe semplicemente subito un problema nazionale senza avere strumenti sufficienti per evitarlo. Ma se il racconto istituzionale punta decisamente verso Roma, le stesse slide e diversi passaggi della conferenza finiscono per aprire interrogativi anche sulla gestione regionale degli ultimi anni. Il disavanzo sanitario pugliese per il 2025 viene quantificato in 349 milioni di euro. Il percorso illustrato parte da 433 milioni di maggiori costi, compensati soltanto in parte da 51 milioni di maggiori ricavi e 25 milioni di recuperi e compensazioni ottenuti dalla revisione di oltre 500 voci di bilancio. A questi dati si aggiunge una perdita strutturale di 131 milioni, che porta il totale della maggiore perdita a 488 milioni. L’aumento del Fondo sanitario nazionale, pari a 139 milioni, riduce solo parzialmente il divario, lasciando aperto il buco finale da 349 milioni. La voce più pesante è quella del personale sanitario: 188 milioni di euro di costi aggiuntivi. La Regione attribuisce l’aumento alle nuove assunzioni, al rinnovo dei contratti collettivi nazionali, agli adeguamenti delle indennità e alle prestazioni aggiuntive necessarie per rafforzare i servizi. È la stessa amministrazione a sostenere che la Puglia abbia investito per recuperare ritardi storici e migliorare la qualità dell’assistenza. Subito dopo arriva la spesa farmaceutica, cresciuta di 117 milioni di euro. 

Di questi, 86 milioni riguardano la distribuzione diretta ospedaliera e 31 milioni la farmaceutica convenzionata. Le slide parlano apertamente di aumento dei farmaci innovativi, soprattutto oncologici, e del trasferimento di costi dallo Stato alle Regioni. Viene citato anche il peso di gliptine e gliflozine, farmaci per il diabete che costerebbero da soli circa 22 milioni di euro alla Puglia. Il quadro viene completato da altre voci in aumento: 35 milioni per dispositivi medici, legati all’inflazione e al rincaro delle materie prime; 35 milioni per accantonamenti rischi e fondo contenzioso; 25 milioni per il comparto sociosanitario, tra RSA, hospice, autismo, trasporto sanitario e psichiatria residenziale. Parallelamente al peggioramento dei conti, la Regione rivendica però un miglioramento delle performance sanitarie. 

La Puglia viene indicata tra le prime dieci Regioni italiane nella classifica dei Livelli essenziali di assistenza, con un punteggio LEA di 228 e lo status di Regione “adempiente” in tutte le aree: prevenzione, assistenza distrettuale e ospedaliera. Ed è qui che emergono le prime contraddizioni politiche del racconto regionale. Perché se da una parte si sostiene che la sanità pugliese sia migliorata e che il deficit sia il prezzo inevitabile di investimenti necessari, dall’altra la stessa conferenza ha annunciato misure di contenimento e controllo della spesa che implicitamente riconoscono criticità gestionali esistenti da tempo.

Tra gli interventi annunciati figurano: monitoraggio più stringente dei direttori generali; controllo della spesa farmaceutica; razionalizzazione delle consulenze; contenimento degli sprechi; responsabilizzazione dei centri di costo. Misure che hanno inevitabilmente alimentato una domanda politica: se oggi si parla apertamente di sprechi, controlli insufficienti e necessità di maggiore vigilanza sulla spesa sanitaria, significa che questi strumenti non sarebbero stati applicati con sufficiente efficacia negli anni precedenti. Altro punto che ha alimentato le polemiche è il rapido deterioramento dei conti. Solo due anni fa il disavanzo sanitario pugliese era stato sostanzialmente azzerato. 

Oggi, invece, il sistema presenta un buco da 349 milioni di euro. Prima di arrivare all’aumento fiscale, la Regione sostiene di aver recuperato internamente 107,6 milioni di euro. Le coperture derivano da maggiori entrate fiscali riconosciute dal Ministero dell’Economia, minori contributi alla finanza pubblica, risparmi sugli interessi di tesoreria, utilizzo di avanzi di amministrazione e riduzioni di spesa. In una delle slide vengono citati anche circa 30 milioni recuperati dai cosiddetti “costi della politica”. Nonostante queste risorse, restano scoperti 241,6 milioni di euro. Da qui la scelta definita “obbligata”: l’aumento dell’addizionale regionale Irpef.

La manovra viene presentata dalla Regione come progressiva e orientata a colpire soprattutto i redditi medio-alti. Nessun aumento per i redditi fino a 15 mila euro. Per la fascia tra 15 mila e 28 mila euro l’incremento medio stimato è di 4,17 euro al mese. Tra 28 mila e 50 mila euro si sale a circa 19,33 euro mensili. Sopra i 50 mila euro l’aumento medio previsto è di 66,62 euro al mese. La Regione insiste sul principio di equità: “chi ha di più contribuisce di più”. Secondo i dati illustrati, il 72,5% dei contribuenti pugliesi avrebbe impatti nulli o molto contenuti. Ma anche su questo punto restano dubbi e tensioni politiche. 

Perché il rischio evidenziato da più parti è che i cittadini si trovino a sostenere nuovi sacrifici fiscali senza vedere miglioramenti immediati nella qualità percepita dei servizi sanitari: liste d’attesa, carenza di medici, pronto soccorso congestionati e difficoltà di accesso alle cure restano infatti problemi molto sentiti sul territorio. 

Una delle slide più significative mostra che l’88,6% dell’intero bilancio regionale viene ormai assorbito dalla sanità, pari a oltre 8,5 miliardi di euro. Tutte le altre politiche regionali – trasporti, welfare, ambiente, agricoltura, cultura, sviluppo economico – devono quindi dividersi il restante 11,4%. 

Ed è probabilmente questo il dato che fotografa meglio la situazione attuale: la sanità pugliese non appare più semplicemente in difficoltà, ma strutturalmente dominante rispetto all’intera finanza regionale.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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