A questo punto, per Antonio Decaro, sembra non esserci più spazio per mediazioni, compromessi o eredità politiche da gestire con prudenza. La “tolleranza zero” mantra ripetuto fin dalla campagna elettorale come segno di discontinuità rispetto al passato, sta assumendo i contorni di un vero e proprio undicesimo comandamento della Stirpe Decariana.
Nessun vincolo con le vecchie liturgie del potere, nessuna sudditanza verso equilibri costruiti negli anni, nessun obbligo morale verso reti di consenso sedimentate nel tempo. Il caso Emiliano – ancora sospeso in un diabolico limbo dantesco, senza posti da occupare né in politica né in magistratura, rappresenta il simbolo più evidente di questa frattura.
Per Decaro, il peso del l’eredità ricevuta sta diventando sempre più difficile da sostenere. E non solo sotto il profilo finanziario. Un fardello pesante persino per chi, come lui, ha costruito la propria immagine politica sulla concretezza amministrativa e sul pragmatismo. Più volte Decaro ha respinto l’etichetta del “giovane prestato alla politica”.
Lui, in quegli ambienti, ci è cresciuto davvero. Li conosce, li frequenta da anni, ne comprende dinamiche e rapporti di forza. Ma proprio questa consapevolezza oggi sembra spingerlo verso una linea sempre più rigida. C’è chi sostiene che Decaro non potesse ignorare ciò che, secondo l’opposizione, la sinistra avrebbe prodotto in due decenni di governo regionale: un sistema che avrebbe contribuito a generare un buco sanitario da oltre 350 milioni di euro.
Ma è altrettanto vero che difficilmente avrebbe potuto imporre diktat a Michele Emiliano e alla sua corte politica. Una corte che, peraltro, Decaro non avrebbe nemmeno scelto integralmente, ma che si è ritrovato in giunta per ragioni di equilibrio territoriale, consenso elettorale e pesi interni alla coalizione più che per reale affinità politica. E così, a soli quattro mesi dall’inizio del mandato, il nuovo presidente si è ritrovato tra le mani dossier esplosivi.
Su tutti, quello della sanità. Un settore da sempre particolarmente delicato, ma che ha generato una falla impossibile da risanare negli ultimi due anni proprio quando la delega era nelle mani dell’assessore Raffaele Piemontese, già vicepresidente della giunta Emiliano. Un buco che ha costretto Decaro a mettere mano ai portafogli dei cittadini pugliesi imponendo l’aumento Irpef. Una decisione definita dallo stesso presidente difficile e presa non a cuor leggero, ma inevitabile. Ci ha messo la faccia come un buon padre di famiglia ma allo stesso tempo la punizione nei confronti di quei “figli” politici che è costretto a crescere, diventa inevitabile.
Da qui la scelta di Decaro di blindare ogni decisione strategica. Emblematico quanto accaduto nelle ultime ore sul dossier delle nomine dei direttori generali delle Asl e delle aziende ospedaliere pugliesi. Secondo indiscrezioni, molti degli attuali manager sarebbero destinati a cambiare sede, se non addirittura a uscire completamente dal sistema.
Durante una riunione interna, alla richiesta di Piemontese di condividere preventivamente i nomi dei futuri direttori generali, Decaro avrebbe reagito in modo netto: “nessuno conoscerà i nomi se non all’ultimo momento e a deciderli sarò solo io”, avrebbe scandito. Una frase che pesa come un macigno. Perché conferma la crescente sfiducia del presidente verso pezzi della sua stessa maggioranza, ritenuti responsabili di aver già provocato troppi danni politici e amministrativi. È un lavoro sporco ma qualcuno deve pur farlo.
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