Non è con il tono del giustizialismo né con la fretta del processo mediatico che si può comprendere il significato profondo di una vicenda che – a prescindere dall’aspetto personale – solleva interrogativi di ordine giuridico, etico e politico. Per questo l’Attacco ha voluto ripercorrere con rigore e attenzione le tappe che hanno portato al Caso Emanuele, cercando di andare oltre la superficie dello scandalo per ricostruire, anche con l’aiuto di esperti e giuristi, un quadro più completo. Il vero nodo, infatti, come osserva un avvocato intervenuto ai microfoni di questa testata, è proprio di natura giuridica.
"Secondo il principio di buona fede contrattuale sancito dall’articolo 1375 del Codice Civile, ogni contraente – quindi anche l’intestatario dell’alloggio – ha l’obbligo di informare tempestivamente la controparte, in questo caso Arca Capitanata, di ogni mutamento rilevante delle condizioni che hanno dato origine al contratto. Mutamenti che, nel caso specifico, riguardavano l’evoluzione reddituale e patrimoniale del nucleo familiare", ha spiegato il legale.
La responsabilità di Emanuele, dunque, non si esaurirebbe nella legittimità formale dell’assegnazione iniziale, ma si sposterebbe sul piano della mancata comunicazione di quelle modifiche dei fatti che, se note ad Arca, avrebbero potuto determinare la risoluzione del contratto e la conseguente riassegnazione dell’immobile a un altro richiedente in condizioni di bisogno. “Dal momento in cui sono cambiate le condizioni, l’assegnatario avrebbe dovuto dichiararlo", ha sottolineato.
"Arca è venuta a conoscenza dei fatti solo dopo, a distanza di anni, quando ormai l’alloggio era stato occupato a lungo da chi, secondo i parametri di legge, non aveva più titolo per abitarvi. E in questo arco temporale, l’immobile è rimasto sottratto ad altri potenziali assegnatari, generando – anche in assenza di dolo – un potenziale danno erariale e un danno diretto a chi ancora oggi attende una casa popolare. Il paradosso è aggravato dalla posizione pubblica dell’assessore: dirigente del Comune, rappresentante politico, membro di un’amministrazione che ha il dovere di vigilare proprio sul corretto utilizzo del patrimonio pubblico. Una sovrapposizione tra ruolo personale e istituzionale che solleva interrogativi anche sul piano dell’opportunità", ha aggiunto.
"Arca è un ente regionale ma integrato nel sistema comunale. Emanuele lavora per il Comune: era doveroso, anche eticamente, non esporsi a un evidente conflitto di interessi. Se mai ci fosse stato un diritto a rivendicare, bisognava rinunciare da subito”, ha concluso l'avvocato.
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