Una storia che affonda le radici nei meccanismi opachi dell’edilizia residenziale pubblica, tra pratiche tollerate, cavilli normativi e ombre di complicità istituzionali. È quella che riguarda l’assessore comunale Davide Emanuele e l’alloggio popolare in cui risultava residente. Un caso emblematico – spiegato a l’Attacco da una fonte qualificata e ben informata sui fatti – che getta nuova luce su un sistema di gestione degli alloggi pubblici che per anni, secondo diverse testimonianze e ricostruzioni, sarebbe stato fortemente condizionato da logiche clientelari e persino da interessi criminali. “La prima riflessione – premette la fonte – è che i fatti risalgono al 2006. All’epoca, Davide Emanuele era giovanissimo, presumibilmente ancora convivente con i genitori, entrambi funzionari della Regione Puglia in servizio presso il Genio Civile. Il padre, peraltro, fu per trent’anni il segretario particolare di Domenico Romano del Partito Socialista Italiano, un legame talmente stretto che in molti lo consideravano quasi un figlio per l’onorevole”. Un contesto familiare, dunque, tutt’altro che precario, secondo la fonte. Eppure, proprio in quel periodo, Emanuele si trasferisce a vivere in un appartamento popolare assegnato alla zia. Una scelta che gli avrebbe permesso – sempre secondo il racconto – di ottenere successivamente la voltura del contratto d’affitto a suo nome, eludendo le graduatorie pubbliche. “All’epoca, in base alle regole allora vigenti dell’Iacp, quando il titolare di un alloggio moriva o si trasferiva, l’inquilino convivente poteva subentrare nel contratto, purché in possesso di requisiti economici e patrimoniali adeguati. Emanuele, da poco uscito dal nucleo familiare dei genitori e senza reddito proprio, rientrava formalmente nei parametri. Ma era una pratica molto diffusa per aggirare le graduatorie”. La cosiddetta "coabitazione strategica" – una prassi tollerata e assai diffusa in quegli anni – serviva proprio a questo: intestarsi un contratto senza passare dal bando pubblico, evitando l’iter regolare. Il tutto, secondo la ricostruzione, con il tacito benestare di uffici comunali e polizia municipale.
“A quel tempo, le case popolari – non solo a Foggia, ma in tutta la Puglia – erano gestite di fatto dalla criminalità organizzata, che pilotava le assegnazioni e vendeva gli appartamenti con la compiacenza o il silenzio degli uffici. Bastava pagare. Chi voleva subentrare, come nel caso dell’assessore, dava soldi alla malavita e otteneva la voltura. I vigili, a volte conniventi o costretti, certificavano la residenza per legittimare il passaggio”. Nel 2014, però, il sistema cambia. Con la riforma dello Iacp voluta dalla Regione Puglia, nasce Arca e viene vietata la coabitazione, proprio per interrompere quel mercato parallelo. La nuova normativa intende riportare ordine e trasparenza nell’edilizia pubblica, stabilendo criteri più rigidi e bloccando le volture automatiche.
“Dal 2014, il Comune non può più concedere coabitazioni. La riforma è servita a spezzare un meccanismo che permetteva di aggirare le graduatorie pubbliche e che alimentava un’economia criminale sulle spalle dei più deboli”, sottolinea la fonte. Un altro capitolo riguarda il piano di alienazione degli alloggi popolari, avviato anni fa per fare cassa e investire nella manutenzione. Non tutte le case furono però messe in vendita, e molte palazzine restarono “miste”, con proprietari e assegnatari conviventi nello stesso condominio, generando caos gestionale e contenziosi.
“In quelle palazzine, oggi, i proprietari devono coprire spese anche per chi vive in affitto da Arca. È nata una marea di problemi: pulizie, utenze, condominio. Arca non riesce più a vendere perché è impantanata in queste situazioni. E alcune case sono state vendute e rivendute, nonostante le norme prevedano la prelazione pubblica”. Secondo la fonte, l’appartamento in cui oggi risiede l’assessore non rientrava nel piano regionale di alienazione. E la coabitazione del 2006 sarebbe servita a ottenere proprio quel risultato: l’intestazione del contratto, con il fine ultimo di acquistare la casa popolare. Una storia che solleva interrogativi non solo su quanto avvenuto quasi vent’anni fa, ma anche su cosa rimanga oggi di quelle pratiche, e su quanto sia ancora difficile garantire trasparenza, equità e legalità nella gestione dell’edilizia pubblica.
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