Referendum, da Cerignola la lotta del No. Curtotti: “Riforma è atto politico”. De Castris: “Non risolve problemi”

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A Cerignola si è tenuto nei giorni scorsi l’incontro pubblico “Perché No!”, promosso dal Comitato cittadino “Giusto dire No” in vista del referendum sulla Giustizia in programma il 22 e 23 marzo. L’appuntamento, ospitato nella sala conferenze del primo piano di Palazzo Fornari, ha rappresentato un momento di confronto partecipato sui temi della riforma costituzionale della magistratura, coinvolgendo rappresentanti delle istituzioni, del mondo accademico e della magistratura. Ad aprire l’iniziativa sono stati i saluti istituzionali del Sindaco di Cerignola, Francesco Bonito, e del portavoce del Comitato, l’avvocato Nicola Famiglietti, che hanno sottolineato il valore del dibattito pubblico e della partecipazione democratica su una riforma destinata a incidere profondamente sull’assetto della giustizia italiana. Il confronto è poi entrato nel vivo grazie agli interventi del procuratore generale della Corte di Appello di Bari, Leonardo De Castris, della coordinatrice della Prima Sezione Civile del Tribunale di Foggia, Mariangela Martina Carbonelli, e della docente di Diritto processuale penale del l’Università di Foggia, Donatella Curtotti. A moderare il dibattito è stato il giornalista Micky de Finis. L’iniziativa si inserisce nel calendario di appuntamenti promossi dal Comitato, che ha già organizzato altri momenti di confronto e ne prevede ulteriori nelle prossime settimane, con l’obiettivo dichiarato di stimolare una partecipazione informata e consapevole in vista del voto referendario.

Nel corso dell’incontro, Curtotti ha espresso forti perplessità sulla riforma, soffermandosi sugli effetti che potrebbe produrre sull’equilibrio tra i poteri dello Stato. “Non sono un politico o un avvocato, ma uno studioso. Questo mi con sente di essere indipendente e neutrale, ma ho preso posizione su questa riforma perché mi fa molta paura. Da donna delle istituzioni, anche a mio discapito, ho sentito il dovere di farlo. Perché ho paura? Perché questa proposta di modifica della Carta costituzionale crea due Consigli superiori della magistratura: uno dei procuratori e uno dei giudici. E i due terzi dei magistrati di ciascun organo verrà sorteggiato. Rimane intonso l’un terzo che attualmente è nominato dal Parlamento e che è prevalentemente filogovernativo. Perché hanno fatto tutto questo? Perché, dicono, questo è l’unico modo per neutralizzare politicamente la magistratura. Questa è la ratio. E la cosa che secondo me va detta con grande lucidità è che questa riforma è un atto politico. Uno perché quando tocchi la Costituzione non può che esserlo, due perché la narrazione che accompagna questa riforma è evidentemente di natura politica. L’intenzione qual è? Quella di controllare l’operato politicamente orientato della magistratura. Perché, spiegano? Perché ci sono stati dei casi in cui la magistratura è stata uno strumento di azione politica nei confronti di un governo piuttosto che un altro, e la presenza delle correnti politiche della magistratura è la dimostrazione che i magistrati sono politicizzati. Quindi, qual è il gesto rivoluzionario? In questi oltre 50 anni nessuno era riuscito a cambiare la Costituzione, nonostante si sia sempre parlato della separazione delle carriere. Come mai non si è mai riusciti a farlo? Non abbiamo mai avuto un governo forte? No. Non abbiamo mai avuto un Parlamento con una maggioranza schiacciante? No. Perché è un gesto molto radicale nel tessuto democratico di un Paese. Lo abbiamo fatto questa volta, con una modalità che a me spaventa. La riforma dice: ho paura che i giudici, essendo colleghi dei pubblici ministeri, non siano terzi, indipendenti e imparziali e che il processo non sia equo. Ma questa riforma non c’entra nulla con l’efficienza della giustizia. I problemi c’erano, ci saranno e addirittura aumenteranno. Perché il problema non è questo, ma un Codice di procedura penale che fa acqua da tutte le parti, oltre al fatto che non abbiamo personale. Non è la riforma a risolvere il problema”. Di taglio più operativo l’intervento del procuratore generale De Castris, che ha invitato a evitare letture ideologiche del referendum, analizzando invece le possibili conseguenze tecniche della riforma. “Bisogna stare molto attenti a non fare del No una battaglia di sinistra e del Sì una battaglia di destra. Questo è un tema che riguarda il rapporto tra cittadini, Stato e diritto. Avendo fatto per tutta la mia carriera il pubblico ministero, ho un approccio abbastanza pratico alla questione. Noi ci occupiamo delle indagini e rappresentiamo l’accusa nel dibattimento. Da qui un approccio a volte brusco, rude. La domanda che mi sono fatto quando ho letto il testo della legge costituzionale e che vi giro è stata: a cosa serve questa riforma? Non serve a separare le carriere, che sono di fatto già separate, perché un magistrato può cambiare funzioni una sola volta, peraltro cambiando regione; non serve a risolvere i problemi più spicci, che interessano alle persone, a cominciare dalla durata dei procedimenti; non serve a risparmiare sui costi, che è un tema del nostro bilancio: passeremmo da 50 milioni a 150 milioni all’anno di spesa dei contribuenti; non serve a eliminare quello che i sostenitori del Sì definiscono il comparaggio tra giudici e pm, a cui attribuiscono, con un salto logico che mi deprime, la responsabilità degli errori giudiziari. E allora a che serve? Va fatta una premessa: i promotori dicono che l’articolo 104 non si tocca. Bene, hanno fatto una legge-cornice, dove si indicano dei principi e si rimanda alle norme attuative le regole per riempirla, per cui non sappiamo come il numero di parlamentari sorteggiato dopo la cernita della maggioranza comporrà le commissioni che andranno a giudicare il disciplinare, oppure le commissioni che nomineranno gli incarichi direttivi. E quindi ci dicono: la Corte disciplinare e il Csm non modificano i numeri perché i magistrati saranno sempre due terzi e i politici un terzo. Sì, è vero. Ma, se nei singoli collegi i politici saranno due e il magistrato uno, cosa che le leggi di attuazione potrebbero tranquillamente prevedere, noi avremmo uno squilibrio in base al quale nel disciplinare le nomine dei dirigenti negli uffici saranno decise dai partiti e quindi dalla maggioranza”.

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testatina dillo al direttore WEB

 



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