Ci sarebbero ancora dei nodi da sciogliere dietro l'indagine che ha portato all'arresto del piromane che nell'ottobre del 2019 ha incendiato in più punti il capannone utilizzato dalla Sia, l'azienda che all'epoca gestiva la raccolta dei rifiuti, a Carapelle. In primis la motivazione di tale gesto e poi se ci sono dei complici. Intanto un 35enne è finito in carcere. In città - si apprende - circola la voce che il soggetto arrestato sia un habitué di atti incendiari a Carapelle.
Non sarebbe un dipendente dell'ex azienda Sia ad aver appiccato il fuoco, quindi, ma una persona che è conosciuta nel centro dei Cinque Reali Siti. In passato, secondo indiscrezioni raccolte, avrebbe anche appiccato il fuoco a delle auto. Non è chiara la motivazione che abbia spinto questo soggetto a compiere l'atto, potrebbe essere un litigio o uno screzio con qualcuno che lavora o lavorava in Sia.
L'attività di indagine da parte dei carabinieri è nata sulla base dei fatti che sono accaduti nell'ottobre del 2019, in particolare la sera del 13. E così, alle prime luci dell'alba di venerdì scorso è scattato il blitz dei carabinieri del Nucleo operativo e radiomobile del comando provinciale di Foggia per dare esecuzione, unitamente a personale dello squadrone eliportato carabinieri Cacciatori Puglia e della stazione carabinieri di Carapelle, a un'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal Tribunale di Foggia su richiesta della locale Procura della Repubblica nei confronti di un uomo di 35 anni, nativo del capoluogo dauno e già noto alle forze dell'ordine.
"C'è stato un incendio in un capannone che veniva utilizzato come deposito di stoccaggio dei rifiuti solidi urbani - hanno confermato a l'Attacco fonti investigative - e abbiamo cercato di far luce sulla corretta dinamica della vicenda, però al momento ancora non conosciamo il motivo dell'insano gesto, è un punto interrogativo".
All'epoca dei fatti l'incendio ha coinvolto in particolare un compattatore pieno di materiale cartaceo e sin da subito gli investigatori hanno intuito la natura dolosa dell'episodio, dal momento che furono rinvenute tracce di liquido infiammabile sulla superficie del mezzo, utilizzato sicuramente per porre in essere l'intero disegno criminoso, oltre che segni di forzatura dovuti al sollevamento della serranda metallica d'ingresso.
"È stato utile aver rintracciato sul posto del liquido infiammabile - hanno confermato a l'Attacco gli investigatori -, che già in qualche modo quindi faceva comprendere il carattere doloso dell'incendio, oltre alla diversità dei focolai che erano stati appiccati in più punti separati: uno di questi ha investito anche un compattatore che conteneva carta e cartone, il ripostiglio, il bagno e alcuni locali d'ufficio dell'azienda. C'è stato comunque un impegno significativo da parte dei Vigili del Fuoco, sono intervenuti due squadre e quindi si è trattata di una operazione abbastanza complessa. Questo impegno ha portato a constatare elementi utili alle indagini. Complici? Non è esclusa questa valutazione".
Pare che il colpevole, nella speranza di farla franca e nella convinzione di eliminare ogni traccia visiva della sua condotta incendiaria, aveva provveduto a rimuovere il Dvr del sistema di videosorveglianza per poi disfarsene poco dopo. "Telecamere? In tal senso ci sono state alcune complicazioni in quanto in quel frangente c'è stata anche il furto del Dvr delle telecamere di videosorveglianza - hanno rimarcato a l'Attacco fonti investigative -. Si trattava di telecamere e Dvr che si trovano a circa cinque metri di altezza, tra l'altro il Dvr era stato inserito in un armadietto metallico, chiuso con lucchetto e ancorato su una parete interna del capannone. Si tratta, quindi, di una situazione che ci ha spiazzati, infatti è plausibile che soggetto conoscesse già l'ubicazione di questi elementi".
Pietro Capuano
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