Non è un episodio isolato. E non è neanche una novità. Quello che sta emergendo ripetutamente lungo la costa di Vieste è un problema che si trascina da anni, tra segnalazioni, interventi di pulizia e responsabilità mai accertate fino in fondo. L’ultima denuncia arriva dall’associazione “La rinascita dei Trabucchi storici”. Qualche giorno fa, durante una battuta di pesca, tra le reti è finito anche un fitto groviglio di plastica. Non un un caso raro. “Noi siamo abituati a raccogliere queste reste”, spiega a l’Attacco il presidente Matteo Silvestri. “Sono anni che segnaliamo e interveniamo. Il problema esiste e va affrontato”. Non si tratta solo di ciò che arriva a riva. Il fenomeno riguarda anche i fondali, dove la presenza di materiale plastico è ormai diffusa. E ogni mareggiata riporta tutto a galla, rendendo gli interventi temporanei e costringendo a ripartire ogni volta da capo. Una situazione che, secondo il presidente del Consiglio comunale Michele Lapomarda, non può più essere ridimensionata. “Non è la prima volta che inviamo segnalazioni. Le autorità conoscono bene il problema, ma non si interviene in modo efficace” - afferma a l’Attacco. E il punto, sottolinea, è anche economico: “Qui si rischia di compromettere la principale risorsa della Puglia, il mare”.
Lapomarda spinge perché la questione salga di livello. Annuncia l’invio di una comunicazione formale alla Regione e al presidente Antonio Decaro, chiedendo una presa di posizione incisiva. “Serve un’azione decisa, non possiamo continuare a girarci dall’altra parte”.
E usa un paragone netto: per anni, dice, si è fatto finta di niente anche su altri fenomeni, finché non sono esplosi. “È successo con la criminalità. Si è sottovalutata, la si è lasciata crescere, e poi è diventata un problema fuori controllo. Non possiamo permetterci lo stesso errore”.
Il punto, per lui, è chiaro: il silenzio rischia di aggravare la situazione. E intanto, nonostante l’ultimo esposto, nulla sembra essere cambiato. Le segnalazioni continuano e il problema resta.
Dal Comune arriva la conferma che il fenomeno è noto da tempo. “Da anni interveniamo con operazioni di bonifica, sia sulle spiagge che sui fondali”, spiega a l’Attacco l’assessore all’Ambiente Vincenzo Ascoli. “In alcune aree, come baia di Campi, la presenza di queste reti è consistente e si pulisce regolarmente”. Negli ultimi anni sono state rimosse tonnellate di materiale, spesso grazie anche al lavoro di associazioni e volontari. Ma il nodo resta sempre lo stesso: da dove arrivano queste plastiche.
In paese i sospetti ricadono su allevamenti di mitili nella zona di Lesina o Capoiale, ma nessuna conferma arriva dalle istituzioni.
“Non spetta a noi fare indagini”, chiarisce Ascoli. “Il nostro compito è monitorare e intervenire dove possibile. Le verifiche sulla provenienza devono essere fatte dalle autorità competenti”.
Sul piano istituzionale, aggiunge, è stata avviata un’interlocuzione con la Regione Puglia, per il tramite dell’assessora al Turismo Graziamaria Starace. Per ora si tratta di un confronto informale, ma l’obiettivo è arrivare a un passaggio più strutturato.
Nel frattempo, però, il quadro non cambia. Tra fondali e battigia, la presenza di queste reti continua a essere segnalata. Si ripulisce, ma il problema si ripresenta puntuale. Il rischio, come sottolineano più voci, è quello di abituarsi. Di considerare normale ciò che invece non lo è. Perché qui non si parla solo di ambiente, ma di un sistema che regge sull’immagine del mare e sulla sua qualità.
Ultimamente, però, evidenzia Lapomarda: “Alle reste e alla plastica che viene solitamente trovata se ne sono aggiunte altre di recente fabbricazione. La plastica è intatta, non usurata, si vede che sono nuove”.
E mentre le segnalazioni si accumulano e le responsabilità restano da chiarire, una cosa è certa: ogni mareggiata riporta tutto a galla.
E ogni volta si ricomincia da capo.
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