Il secondo appuntamento del ciclo di incontri di Rururbe ha avuto come tema “Segni in conflitto: borgate, acque, FER, paesaggi rurali”, dedicando particolare attenzione alle aree rurali della Capitanata, spesso percepite come periferie lontane ma decisive per comprendere le trasformazioni del territorio. Tra gli interventi, c’è stato quello di Michele Cifaldi, presidente della Pro Loco di Borgo Mezzanone e figura che negli ultimi anni è diventata un punto di riferimento per chi prova a raccontare la borgata oltre la narrazione del “ghetto”. Ha partecipato portando la voce di una comunità che da decenni vive una frattura profonda con le istituzioni. Una frattura rappresentata anche nelle riflessioni che fa a l’Attacco quando afferma che “il rapporto è rotto. Nel senso che la città ha usato Borgo Mezzanone soprattutto come un tappeto dove nascondere i propri problemi. Mi riferisco alla situazione del ghetto, ma anche alla scelta che fu fatta di mandando qui le famiglie che avevano problemi abitativi a Foggia lasciarndole in un limbo amministrativo. Sono 25 anni che sono lì”. Parole che non sorprendono, visto che Borgo Mezzanone è diventato negli anni un simbolo nazionale ma quasi sempre per le ragioni sbagliate che hanno oscurato la vita reale della comunità, quella nata negli anni Trenta con la bonifica fascista e cresciuta come borgo agricolo. Una borgata fatta di famiglie italiane e straniere, di una scuola, una parrocchia, associazioni, volontari, bambini che giocano e anziani che si conoscono per nome. Una comunità viva, che resiste e si organizza. Durante l’incontro di Rururbe che si è tenuto al Distum dell’Università di Foggia, Cifaldi ha spiegato come la borgata abbia pagato decenni di scelte politiche sbagliate. “Siamo vittima di scelte politiche alquanto discutibili – spiega a l’Attacco - che invece dovevano orientarsi su uno sviluppo agricolo per una realtà rurale quale la nostra”.
“Noi ci stiamo comunque muovendo con la campagna “I’m Borgo Mezzanone”, stiamo creando seminari perché noi siamo pronti a essere attori di questo cambiamento e di questo sviluppo. Però ci vogliono istituzioni che facciano qualcosa di serio e concreto in termini di pianificazione e formazione. Altrimenti non riusciamo ad andare avanti”.
Il problema, dice Cifaldi, è che troppo spesso le istituzioni intervengono “per un continuo tamponamento di emergenze, ma senza alcuna programmazione a medio o lungo termine”. E allora la comunità ha imparato a fare da sé. “Vogliamo attingere a risorse e fondi anche da soli, perché se aspettiamo i Comuni noi rimaniamo sempre fermi. Anche per un semplice tagliare l’erba, molte volte facciamo da soli anziché aspettare che si muova tutta la macchina burocratica”.
Il tema della giornata si intreccia anche con uno dei progetti più importanti che riguardano la borgata: la riqualificazione dell’immobile Stazione di Posta, finanziata nell’ambito della Missione 5 del PNRR. Una vicenda amministrativa iniziata nel 2021 con il decreto ministeriale che apriva la possibilità per gli ATS di presentare proposte nell’ambito degli investimenti dedicati a servizi sociali, disabilità e marginalità.
Il Comune di Manfredonia - capofila dell’ATS con Monte Sant’Angelo, Mattinata e Zapponeta - candidò tre progetti, tra cui proprio il Centro servizi – Stazione di Posta, per un importo massimo di 1.090.000 euro: 910.000 euro per la ristrutturazione dell’immobile e 180.000 euro per la gestione dei servizi.
È in questo quadro che si inserisce il ruolo della Pro Loco e delle associazioni locali. “Noi facciamo parte di questo progetto, in coprogettazione col Comune e Med Training. Con una parte di quei fondi, abbiamo creato attività sociali. Alcune attività le abbiamo finanziate così. Ma una parte, ovviamente, perché si trattava di 10.000 euro e solo con quei fondi non facciamo niente”.
Tuttavia il nodo vero è rappresentato dal fatto che “questa progettazione viene fatta da chi non vive la borgata. Adesso il progetto finisce e dopo c’è una continuità che deve essere garantita”. La distanza tra chi progetta e chi vive il territorio è uno dei temi ricorrenti nelle parole di Cifaldi. Una distanza che non è solo geografica, ma culturale, amministrativa, politica.
Alla domanda se la Stazione di Posta, una volta ristrutturata, potrà davvero servire la comunità, risponde con realismo: “Penso che una struttura del genere, per essere messa a disposizione della comunità, deve prima avere i servizi comunali essenziali. Non è possibile che i vigili urbani da noi non esistano, per esempio. Un impiegato del Comune dovrebbe venire almeno un paio di volte alla settimana per fare documenti, per chi non ha la tecnologia. Lì dentro – ricorda - c’erano due stanze riservate all’ASL e veniva il pediatra, il ginecologo, l’assistente sociale, lo psicologo”.
Il rischio, a suo avviso, è che si ristrutturino contenitori senza contenuti. “Più che fare progetti che lasciano il tempo che trovano, servono progetti di servizi veri. Vanno riempiti realmente questi contenitori, altrimenti a che servono?”.
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