Un giornalista non può scrivere ciò che pensa e non può dirlo durante le sue trasmissioni, perché rischia di essere allontanato e definito sgradito. Gli altri, giornalisti e soprattutto non, possono invece scrivere di quell’episodio e di quel giornalista, tutto ciò che vogliono. Opinioni, offese, insulti, solidarietà, battute. Di tutto.
Sembra un paradosso ma ai tempi dei social media è così. La levata di scudi rispetto a ciò che è accaduto è stata rapida e decisa – e di questi tempi non è mai scontata – eppure sorprende sempre leggere alcuni commenti. Non c’è da stupirsi, perché quando si parla di calcio in questa città, troppo spesso si perde il senso della realtà e davanti a questa fede immensa che caratterizza i foggiani, tutto sembra giustificato.
La categoria ha risposto in maniera netta. Io sto con Pino Autunno. Solidarietà, quindi, dai colleghi, al collega e alla testata. Chi dissentiva – fra la stampa – sembra sia rimasto in un rumoroso silenzio. Era dai tempi di Roberto Felleca e Maria Assunta Pintus, che ormai i giornalisti sportivi erano divisi. Lotte interne e sguardi bassi per due squadre: quella che stava con mister Felleca e quelli che sostenevano invece Maria Assunta. E così per mesi e da mesi, è sempre stato un botta e risposta che è diventato aspro e piccato.
Oggi, per quelli che non stanno con nessuno, ma hanno ancora l’ambizione di fare il loro mestiere, che a volta significa anche mettere in discussione qualcuno, essere voce critica e fuori dal coro, prendere posizione, la strada è solitaria.
E questa volta, come altre in passato, ciascuno si stente livero di vomitare ciò che gli pare sotto le notizie pubblicate. Il presidente è il presidente. I giornalai andassero a vendere i giornali. A pittare le unghie alle paperelle… per dirla elegantemente alla foggiana. Insomma, si togliessero di mezzo. E soprattutto pagassero il biglietto allo stadio.
Eh già. Perché non c’è niente di peggio per i foggiani tifosi che immaginare che il solo motivo perché un giornalista si fa accreditare allo stadio – o a teatro, ma allo stadio soprattutto – sia di non pagare per vedere la partita. E’ allora che l’insulto si fa feroce.
“Foggia città dei giornalisti, pur di non pagare u bijett ou staadje”. “Trovatevi un lavoro vero”. “Appiccia fuc”. “Forza Foggia. Pensiamo al campo. Perché i giornalisti non vincono le partite e nemmeno pagano gli stipendi ai calciatori”. La chicca: “Criticare non vuol dire rompere il …. a prescindere. Ditelo a quei fenomeni dell’ordine dei giornalisti. Anè diritto di cronaca”. Ovviamente condito dal solito paga il biglietto, vatt truv na fatig che è or…. E cose del genere. E anche oltre. “Finalmente un presidente con le palle. Fuori l’immondizia”. E ancora pagliaccio, protagonista, presuntuoso, e ancora: incompetente ma sa solo speculare. Insomma, Autunno è messo male.
Per il presidente invece lodi a perdifiato. Da grandissimo a bravissimo. “Va president ‘va…”. “Fatt bun”. “Di cchiù”. “Finalmente. Era ora Solo Foggia e avast. Canonico n1”. Ripicche e veleni. Tifosi che si ergono a giudici e giornalisti che spesso fanno i tifosi, come ha sintetizzato in maniera puntuale il collega Loris Castriota. “Negli anni, questi abusi si sono ripetuti, per il malinteso ruolo che in tanti attribuiscono al giornalista (che non deve essere il tifoso pronto ad accettare qualsiasi decisione della propria squadra del cuore - e, pure in quel caso, il tifoso responsabile deve saper esprimere in modo civile un motivato dissenso). La colpa è un po' di quelli che si definiscono ‘giornalisti’ e poi, coi loro pezzi, rivelano di essere di fatto dei tifosi, risultando incompatibili con la imparzialità che dovrebbe deontologicamente contraddistinguere l'attività del cronista”.
“In una giungla di dopolavoristi che per hobby e per magia si trasformano la domenica e il lunedì in giornalisti ed opinionisti, Risultare 'poco graditi' ai nuovi padroni, in qualunque ambito, è la migliore attestazione della bontà del proprio lavoro (quelli 'graditi' ne fanno un altro)”, scrive Claudio Botta.
E ancora, tra i colleghi, Massimiliano Nardella: “È una presa in giro la reazione di sdegno di chi, in più di una occasione, ha schernito pubblicamente i giornalisti. E alcuni colleghi, probabilmente gli stessi che oggi si affrettano ad esprimere solidarietà al giornalista vittima di questo increscioso episodio, non mancavano di annuire e mettere un 'mi piace' di apprezzamento”.
“Ma questa povera città quando cresce”, si chiede Enrico Ciccarelli. Ecco. Quando cresce questa città se continua a prendere tutto come una barzelletta di cui ridere e sorridere? Foggia, ultima in Italia, senza aeroporto e senza sindaco, continua ad attaccarsi al pallone. Continua a srotolare ora scuse, ora accuse. Ma almeno, ci auguriamo, non si farà mettere il bavaglio.
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