Cinque mesi fa, con la riconsegna delle chiavi da parte di Davide Emanuele, si è chiuso formalmente un capitolo. Ma non la vicenda delle case popolari a Foggia. La gestione degli alloggi Erp continua infatti a sollevare interrogativi sulle responsabilità, sui controlli mancati e sulle storture di un sistema che, nel tempo, ha mostrato crepe profonde. Arca Capitanata, chiamata in causa per la permanenza prolungata nell’alloggio di via Alberto da Zara, si è dichiarata estranea, rimettendo la questione nelle mani del Comune. Il caso ha riacceso i riflettori su un fenomeno che non riguarda soltanto un singolo appartamento, ma centinaia di abitazioni occupate, in parte abusivamente, in parte attraverso pratiche regolari mai del tutto chiarite. Un intreccio di gestione pubblica, inerzia istituzionale e, in alcuni casi, interessi criminali che da tempo segnano la storia delle politiche abitative a Foggia. In mezzo, ci sono famiglie che rivendicano un diritto e altre che, prive dei requisiti, approfittano delle falle amministrative. Secondo Bruno Longo, già assessore ai tempi della giunta Agostinacchio e successivamente consigliere comunale durante la guida di Franco Landella, il fenomeno non è marginale, ma rappresenta una ferita aperta nella città. “Il problema delle occupazioni abusive è vastissimo. Ci sono interi complessi, come l’ex Onpi, che sono stati lasciati in balia di una gestione criminale. Non è soltanto l’amministrazione comunale ad aver mostrato inerzia, ma anche la magistratura. Denunce ci sono state, ma gli immobili restano nelle mani sbagliate”. L’ex consigliere ricorda come l’ex Onpi, una struttura acquisita dal Comune dalla Regione, sia stata al centro di interventi di ristrutturazione e di spostamenti di persone, ma poi progressivamente abbandonata al degrado. “In quell’edificio - spiega - si è consolidato un sistema di gestione parallela. Chi entra e chi esce non viene deciso dagli uffici pubblici, ma da soggetti legati ad ambienti criminali”. Una situazione rimasta cristallizzata negli anni, senza che né il Comune né la magistratura abbiano mai avviato un’azione incisiva di recupero. Longo cita anche il caso degli alloggi di via Luigi Sturzo, dove alle occupazioni gestite dalla criminalità si aggiungono quelle portate avanti da semplici cittadini che, approfittando della mancanza di controlli, sfondano porte e si insediano negli appartamenti. “La distinzione tra occupazioni spontanee e occupazioni gestite non cambia il risultato. Immobili che avrebbero dovuto essere destinati a famiglie in graduatoria finiscono fuori da ogni regola. In questa cornice, l’ufficio case del Comune - spiega l’ex assessore - non è mai riuscito a garantire un monitoraggio efficace né una risposta tempestiva. Nemmeno i piani di recupero urbanistico hanno portato i frutti sperati”.
L’ex consigliere ricorda in particolare quello legato alle baracche di via Lucera e ai 72 alloggi costruiti nella zona della 167, poco prima della nuova tangenziale. “Di 72 alloggi realizzati, solo 40 sono stati destinati a chi viveva in condizioni precarie. Gli altri sono rimasti esclusi e le baracche non sono state abbattute. Una scelta che ha creato nuove ingiustizie e nuove tensioni sociali”, racconta. “Quelle famiglie, escluse dal piano di ricollocazione, vivono ancora oggi in abitazioni fatiscenti che avrebbero dovuto essere demolite, mentre gli immobili nuovi non hanno esaurito la funzione per cui erano stati costruiti”.
Ma i problemi non nascono certo negli ultimi decenni. A ricordarlo è un ex amministratore locale che ha vissuto da vicino le diverse stagioni della politica cittadina. Secondo lui, le radici affondano già nella Prima Repubblica. “Le prime assegnazioni delle case popolari furono condizionate da logiche clientelari e da associazioni discutibili, spesso legate a famiglie con precedenti penali. Nel tempo, anche quando veniva meno il rispetto dei requisiti previsti dalla legge, nessuno è riuscito a ripristinare la legalità. Il punto di svolta - prosegue - è arrivato con la Seconda Repubblica, quando su pressione di alcuni amministratori locali fu approvata in Regione una variante che stabilizzava le occupazioni abusive attraverso una sanatoria. Una decisione che, se da un lato regolarizzò posizioni consolidate, dall’altro aprì le porte a migliaia di nuove domande senza che vi fosse un piano di edilizia popolare adeguato a soddisfarle. Arca Capitanata e Regione non hanno investito nella costruzione di nuovi immobili. Si è preferito riqualificare parzialmente le abitazioni esistenti, ma senza liberarle davvero, perché il Comune non riusciva a sgomberare chi le occupava”.
Il risultato è stato un paradosso: graduatorie sempre più affollate e immobili non disponibili. Le famiglie in attesa di un alloggio si sono trovate a competere con occupazioni già consolidate, mentre i piani di edilizia hanno continuato a essere insufficienti. Così si è creata una frattura permanente tra diritto e realtà. Da qui nasce una lunga serie di progetti rimasti incompiuti. La demolizione mai avvenuta delle vecchie case di via Lucera. L’housing sociale progettato ma mai realizzato. Gli alloggi-parcheggio temporanei, che avrebbero dovuto ospitare le famiglie durante gli spostamenti, mai costruiti. Ogni iniziativa, pur formalmente avviata, si è arenata davanti a ostacoli amministrativi o a mancate decisioni politiche.
Nel frattempo, si è radicata una prassi denunciata più volte anche in Prefettura: “Le informazioni sulle consegne delle chiavi degli appartamenti di Arca finivano sistematicamente a chi si organizzava per occupare subito gli immobili. Un fenomeno che lascia intravedere possibili complicità interne tra uffici comunali e regionali, un flusso di informazioni che trasformava ogni nuova disponibilità in un’occasione di occupazione abusiva”.
La combinazione di inerzia istituzionale e infiltrazioni criminali ha prodotto effetti concreti: una gestione distorta del patrimonio pubblico, la percezione di impunità per chi occupa senza titolo, un senso di sfiducia crescente tra i cittadini che attendono da anni il riconoscimento di un diritto. Un sistema che genera clientele, alimenta consenso elettorale attraverso la promessa implicita di protezione, ma che allo stesso tempo espone a pressioni e minacce chiunque provi a mettervi mano. “Quando sollevai pubblicamente la questione dell’ex Onpi - ricorda Longo - ricevetti minacce e tentativi di intimidazione. È la dimostrazione che non si tratta di un problema sociale, ma anche criminale”.
Oggi, con Arca Capitanata che dichiara di aver passato la competenza al Comune, la responsabilità di fare chiarezza ricade interamente su Palazzo di Città. Un compito gravoso, perché il nodo non riguarda soltanto il singolo appartamento di via Alberto da Zara, ma decine e decine di casi analoghi sparsi per tutta la città. E perché, accanto alle occupazioni abusive, vi sono anche situazioni di degrado edilizio, di mancati controlli sulle condizioni reddituali e patrimoniali degli assegnatari, di immobili mai riqualificati o lasciati in stato di abbandono.
Il fenomeno delle case popolari a Foggia appare dunque come una vicenda stratificata. Una storia di inerzie politiche, di leggi che hanno favorito la stabilizzazione degli abusi, di investimenti mancati e di progetti interrotti. Ma anche una vicenda che porta con sé la pressione di organizzazioni criminali capaci di sfruttare il bisogno abitativo per esercitare potere e controllo sociale. Il quadro che ne deriva è quello di una città che, a distanza di decenni, non è ancora riuscita a sciogliere il nodo della casa popolare.
Le famiglie regolarmente in graduatoria attendono ancora risposte, mentre interi quartieri restano segnati da occupazioni abusive e da situazioni di degrado che sembrano fuori controllo. In mezzo, una catena di responsabilità istituzionali che si intreccia con logiche elettorali e che, fino a oggi, ha impedito di affrontare il problema in maniera strutturale.
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