Casa Emanuele e alloggi Erp, norma regionale impone al Comune pagamenti per ritardi e apre a danno erariale

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È passato più di un anno dal 27 marzo 2025, il giorno in cui l’alloggio di edilizia residenziale pubblica di via Alberto da Zara fu riconsegnato ad Arca Capitanata. Da allora quella casa – al centro di un caso politico-amministrativo che l’Attacco racconta praticamente in solitudine – è rimasta il simbolo di una vicenda che nel frattempo ha assunto un significato più ampio: la capacità del sistema pubblico di assegnare rapidamente gli alloggi popolari disponibili. Il punto, oggi, non è più soltanto il caso che ha acceso i riflettori. La vicenda dell’ex assegnatario, l’assessore Davide Emanuele, ha aperto una questione che riguarda il funzionamento complessivo delle assegnazioni e la gestione di un patrimonio pubblico che dovrebbe rispondere a bisogni sociali urgenti. Anche perché una norma regionale pone un tema tutt’altro che secondario. La legge regionale pugliese n.10 del 2014, all’articolo 9, stabilisce infatti che se il Comune non provvede all’assegnazione degli alloggi disponibili deve corrispondere all’ente attuatore – quindi ad Arca – i canoni e i servizi maturati nel periodo di mancata assegnazione. Una previsione che, almeno sul piano teorico, può arrivare a lambire perfino il terreno del danno erariale: quando un immobile pubblico resta inutilizzato, il danno non è solo sociale ma anche economico. È un nodo che l’Attacco tiene acceso da oltre un anno, chiedendo chiarimenti alla politica e alla dirigenza comunale. Senza ricevere risposte sostanziali. Nel frattempo, mentre il caso della casa restituita da Emanuele diventava quasi un simbolo, restava sullo sfondo una domanda più ampia e più grave: quanti alloggi restano fermi per mesi – o anni – tra ricorsi, rifiuti e passaggi amministrativi? Negli ultimi mesi si è fatto riferimento anche a un ricorso della famiglia a cui l’alloggio era stato assegnato e che lo aveva rifiutato, circostanza che questo giornale aveva già raccontato diversi mesi fa. Da lì il rallentamento della procedura. Ma il dato di fondo resta: più di dodici mesi dopo la riconsegna, quella casa non è ancora stata riassegnata. Sulla vicenda è tornato a parlare ieri, contattato da l’Attacco, l’amministratore unico di Arca Capitanata, Pippo Liscio, che però esclude, almeno per ora, un’iniziativa formale nei confronti del Comune.

“Non ho fatto questa richiesta. È innegabile il loro ritardo su questo aspetto, ma i rapporti istituzionali tra Comune e Arca sono buoni e non intendo comprometterli. Proprio in questi giorni ho ricevuto in ufficio i funzionari comunali per concordare insieme delle modalità più rapide di assegnazione degli alloggi. Mi hanno mostrato che c’è un ricorso da parte della famiglia assegnataria che ha rifiutato l’alloggio, che loro hanno proceduto con la revoca e che, quanto meno, bisogna aspettare i tempi di pubblicazione. Insomma, devo dire che tra Arca e Comune, a livello di rapporti, ci sono delle intese che siamo riusciti a mettere a punto che io non intendo compromettere per questa questione. Anche perché, su questa cosa, sono stato già abbastanza critico e ho scritto e detto fin troppo”.

Il vertice di Arca riconosce quindi il ritardo ma preferisce non trasformarlo in uno scontro istituzionale, anche perché il problema – ormai – non riguarda più soltanto un episodio. “Considerando che il risvolto politico, oltre che amministrativo, non mi interessa, non voglio compromettere il rapporto col Comune, con cui sono in corso interlocuzioni importanti, solo per il fatto che hanno ritardato e stanno ritardando su questa questione. Una questione che non va tanto a nocumento delle casse di Arca, quanto dell’immagine del Comune di Foggia. Non ho voluto gettare altra benzina sul fuoco. Già voi, come giornale, li avete crocifissi. E io ho fatto e sto facendo lo stesso, solo in modo diverso, perché abbiamo ruoli diversi: voi fate informazione, mentre io devo salvaguardare dei rapporti istituzionali utili a lavorare insieme per il bene comune”.

Nella lettura di Liscio, peraltro, come ricordato spesso su queste colonne, la vicenda non riguarda più l’ex assessore da tempo. “Ormai Davide Emanuele non c’entra più niente. Non è che non riescono a procedere per colpa sua. La famiglia a cui hanno assegnato quella casa, mesi fa, voleva un’abitazione più grande – perché, come ci siamo già detti, vogliono tutti l’albergo a quattro stelle – e quindi al Comune stanno avendo difficoltà. Tra di loro le persone conoscono le abitazioni popolari e pretendono le migliori, ma noi non disponiamo di un parco case tale da accontentare fino in fondo le esigenze, sempre più elevate, di tutti”.

Una dinamica che finisce per rallentare l’intero meccanismo di assegnazione. “Al Comune si trovano quotidianamente assegnatari che vanno a pretendere altre abitazioni rispetto a quelle assegnate. E a quel punto l’ente deve procedere con la decadenza e altri passaggi che richiedono tempo e risorse. Quando decidi di estromettere un utente e produci gli atti, passa del tempo, qualcuno insorge e si mette di traverso, rallentando ulteriormente le procedure. Insomma, io li capisco. Ma è un argomento che noi stiamo affrontando con tutti i Comuni, non solo su Foggia, dove ovviamente il problema è maggiore rispetto agli altri centri della provincia”.

Ed è proprio qui che il caso di via Alberto da Zara torna a essere emblematico. Non tanto per la vicenda che lo ha fatto esplodere – ormai chiusa da oltre un anno – ma perché ha mostrato quanto fragile possa essere il sistema delle assegnazioni quando si inceppa tra graduatorie, rifiuti e contenziosi. Con un effetto paradossale: alloggi pubblici vuoti mentre le liste d’attesa restano piene. E con una norma regionale che ricorda come, alla fine, quando un immobile resta inutilizzato troppo a lungo, il problema non è più soltanto politico o amministrativo, ma anche contabile. Perché il patrimonio pubblico fermo, prima o poi, presenta il conto.

La normativa regionale lascia poco spazio alle interpretazioni discrezionali. L’articolo 9 della legge regionale pugliese n.10 del 2014 stabilisce che, quando gli alloggi ERP disponibili non vengono assegnati, il Comune deve comunque corrispondere all’ente gestore – dunque ad Arca – i canoni e i servizi maturati nel periodo di mancata assegnazione. Non si tratta quindi di una scelta rimessa alla volontà di Arca o del suo amministratore, ma di una previsione di legge che individua una responsabilità amministrativa precisa. In altre parole, Arca non decide se chiedere o meno: al massimo può sollecitare. È il Comune che dovrebbe attivarsi autonomamente, perché la mancata assegnazione di un alloggio disponibile produce un costo pubblico che, se protratto nel tempo, può configurare perfino un profilo di danno erariale.

Anche sul tema del rifiuto dell’alloggio la legge è piuttosto chiara. I concorrenti utilmente collocati in graduatoria non possono rifiutare l’abitazione proposta se non per gravi e documentati motivi, che devono essere valutati dal Comune competente. In caso contrario l’ente procede con la decadenza dall’assegnazione, previa diffida ad accettare l’alloggio. Ciò significa che, se il Comune respinge le motivazioni del rifiuto, la procedura può e deve proseguire con l’assegnazione ad altri aventi diritto, senza necessariamente attendere l’esito di eventuali ricorsi. 

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testatina dillo al direttore WEB

 

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