C'è una frase che, riletta oggi, dice più di quanto in tendesse al tempo. Nel settembre 2023, all'inizio della campagna elettorale per il Comune di Foggia, la candidata Maria Aida Tatiana Episcopo si presentò agli elettori con uno slogan: “Tutta un'altra storia”. Era il claim attorno a cui ruotava tutto il resto. Prometteva discontinuità in una città che ne aveva un disperato bisogno. Il contesto era quanto di più favorevole potesse esserci per una promessa di cambiamento. Foggia veniva da una doppia ferita: prima la fine dell'amministrazione di centrodestra guidata da Franco Landella, dimessosi il 4 maggio 2021, con il consiglio sciolto il 25 maggio; quindi lo scioglimento del Comune per infiltrazioni mafiose, deliberato il 6 agosto 2021, con oltre due anni di commissariamento a seguire. Una città messa sotto tutela, una città senza politica. In quel vuoto, “Tutta un'altra storia” non era uno slogan qualsiasi: era la promessa di voltare pagina e, insieme, di restituire la città a sé stessa. Lo confermano, a risultato acquisito, le reazioni dei leader nazionali del campo largo: Giuseppe Conte (M5S) parlò di “uno schiaffo alle infiltrazioni mafiose”, Elly Schlein (Pd) di una Foggia che “rialza la testa”. Tre anni dopo quella stessa frase sarebbe tornata nelle parole degli alleati che le chiedevano conto. E, rovesciata, nel divario tra ciò che era stato promesso e ciò che era stato fatto. Per capire come una promessa diventi il proprio contrario conviene partire da chi l'ha formulata. Perché Episcopo, prima che sindaca, è una professionista della parola. E non in senso metaforico.
Una competenza che entra in politica
Il suo curriculum ne restituisce un profilo preciso. Spicca una specializzazione post laurea in giornalismo e comunicazioni di massa, conseguita alla Sapienza alla fine degli anni Novanta. Poi anni di insegnamento di Sociologia della comunicazione all'Università di Foggia. La disciplina che studia come i messaggi costruiscono la realtà sociale, come le cornici orientano la percezione, come una stessa notizia cambi di significato a seconda di come viene raccontata. E decine di tesi seguite come relatrice su comunicazione non verbale, linguaggio del corpo, comunicazione mediatica. Non è un semplice dettaglio biografico tra gli altri: è la chiave per leggere il resto. Chi arriva alla politica dopo aver studiato e insegnato comunicazione difficilmente improvvisa. Sa che un messaggio efficace è semplice, ripetibile e di contrasto. Sa che un tema-architrave che tiene insieme tutto il resto vale più di dieci proposte slegate. E sa, soprattutto, che nominare le cose in un certo modo è già un modo di governarle. Questa non è un'accusa: è la descrizione di una competenza. Il punto interessante non è che Episcopo abbia questa formazione ma che la si veda all'opera, riconoscibile, in ogni passaggio del suo percorso pubblico.
L'architrave: “Tutta un'altra storia”
Prendiamo lo slogan. “Tutta un'altra storia” ha tutte le caratteristiche di un tema costruito secondo manuale. È semplice. È narrativo, evoca un racconto, un prima e un dopo. È di contrasto, definisce il nuovo per opposizione al vecchio, e in una città appena uscita dal commissariamento per mafia il “vecchio” era una zavorra, non un'astrazione. Ed è inclusivo, non dice in cosa sarà diversa la storia, e proprio per questo ci si può riconoscere chiunque voglia voltare pagina. Accanto allo slogan, il frame partecipativo: “Non voglio solo governare la città, ma governare con la città”, l'impegno che - annotava allora la stampa locale - riecheggiava in ogni intervento pubblico, insieme alla promessa di incontrare i cittadini una volta al mese, senza filtri burocratici, una sorta di “udienza del cittadino” che avrebbe potuto diventare un importante strumento di partecipazione. E non in una città qualsiasi: in una Foggia che tuttora avverte una forte frattura tra la politica e la società civile. È la costruzione di un'immagine precisa: non la tecnica calata dall'alto, ma la sindaca tra la gente, che ci mette la faccia. Il giorno della vittoria il registro resta lo stesso. “Sarò la sindaca di tutti, a partire dagli ultimi”, dichiarò. E ancora, in una nota: “Il Palazzo in cui eserciteremo la complessità dei nostri doveri sarà trasparente come una casa di vetro”. Due immagini - gli ultimi, la casa di vetro - che sono già due promesse: l'inclusione e la trasparenza. Promesse, non risultati. È bene tenerle a mente, perché è su immagini come queste che, più avanti, una città misura chi la governa. La strategia funzionò. Episcopo vinse al primo turno con il 52,78%, prima donna sindaca della città. Un dato che va letto accanto a un altro, meno citato: l'affluenza si fermò al 60,4%, in calo di oltre sei punti rispetto al 2019 e di dieci rispetto al 2014. Non un plebiscito di popolo, dunque, ma una scelta netta di chi andò a votare. La discontinuità vinse con chiarezza, su una partecipazione in ritirata: un dettaglio che, riletto oggi, dice qualcosa sul rapporto tra l'entusiasmo del racconto e la freddezza dei numeri.
Il registro professorale
C'è un tratto del suo stile comunicativo che emerge osservandolo da vicino: il registro è quello di chi insegna. Nei passaggi pubblici, nei consigli comunali, nelle repliche agli avversari, Episcopo sembra spiegare più che confrontarsi, correggere più che discutere, inquadrare l'interlocutore in una posizione: l'alunno che non ha capito, il collega da richiamare. È probabilmente il portato naturale di una vita passata nel la scuola, prima da docente e poi da dirigente scolastica: un'autorevolezza che si esercita istruendo. In comunicazione politica è un'arma a doppio taglio. Verso il cittadino può suonare rassicurante: la competenza che guida. Verso un avversario o un alleato, che pretende parità, suona come un declassamento: e una parte delle tensioni con la sua stessa maggioranza, in seguito, nascerà proprio da qui. Lo stesso vale per il lessico. Episcopo predilige un registro colto, ricercato, a tratti fin troppo: in alcuni interventi sono comparse parole come “atarassia” e “aponia”, termini della filosofia epicurea che la satira locale ha presto trasformato in tormentone. È un segnale di stile coerente con tutto il resto: il lessico che eleva, che distingue, che colloca chi parla un gradino sopra. È il rischio che accompagna ogni linguaggio troppo specialistico: distanziare invece di avvicinare, isolare chi parla in una torre eburnea proprio mentre la politica chiede il contrario, prossimità e riconoscibilità. Funziona finché quell’autorità viene riconosciuta. Smette di funzionare quando l'autorità è proprio ciò che viene contestato. E il momento in cui i cittadini cominciano a sorridere delle parole della sindaca è anche il momento in cui l'incantesimo comunicativo inizia a incrinarsi.
Quando la storia torna indietro
Il cerchio si chiude in modo quasi letterario. Il 9 febbraio 2026, il giorno in cui, per la sindaca, la crisi si apre formalmente, i segretari del campo largo le mandano un messaggio: Pierpaolo d’Arienzo (PD), Mario Furore (M5S), Michele Santarelli (PSI), Fedele Cannerozzi e Innocenza Starace (AVS). È un messaggio di gratitudine, almeno nella ricostruzione della stessa Episcopo: le riconoscono autorevolezza e competenza, ricordano due anni di “intenso lavoro”, le chiedono di convocare la maggioranza al giro di boa. Ma nel farlo, sempre secondo il suo racconto, usano le sue stesse parole: evocano la promessa di “dare corpo” a quella “tutta un'altra storia” da cui tutto era partito. Lo slogan del 2023, restituito al mittente nel 2026. La promessa diventata pietra di paragone, il claim trasformato in conto da saldare. È il destino di ogni tema-archi trave costruito troppo bene: funziona finché è promessa, diventa un problema quando deve farsi bilancio. “Tutta un'altra storia” aveva vinto le elezioni proprio perché non specificava quale storia. Ma una città, dopo due anni e mezzo, la specifica da sé (sulle strade, sull'urbanistica, sull'housing) e chiede che il racconto coincida con i fatti.
La grammatica del potere
Questo ritratto non emette un verdetto, ma fissa una chiave di lettura, perché serve a tutto ciò che viene dopo. Episcopo porta in politica una competenza reale e rara: sa che la realtà non è solo ciò che accade, ma anche come la si racconta, e che chi controlla il racconto controlla una parte della partita. È un sapere prezioso, e per due anni e mezzo le ha consentito di vincere molte battaglie di definizione: chiamare “dialettica” una frattura, “tecnica” una scelta politica, “rifatte” prima e “lavorate” poi delle strade rattoppate. È anche un sapere con un limite preciso ed è il limite su cui si misura tutta la sua parabola: le parole possono ridefinire la realtà, non sostituirla. Si può chiamare la crisi con cento nomi, ma quando in aula si conta il numero legale il numero o c'è o non c'è. Si può promettere una “casa di vetro”, ma prima o poi qualcuno chiede di guardarci dentro. Si può chiamare “tutta un'altra storia” una promessa, ma a un certo punto la città chiede che la storia sia raccontata coi fatti. È nello scarto tra la grammatica e le cose che si gioca tutto. E le parole, per quanto sapienti, non bastano più.
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