Carcere di Foggia, tornata Loredana Iannantuono: per lei intervenuta Rita Bernardini di “Nessuno tocchi Caino”

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È durata un mese e mezzo la detenzione di Loredana Iannantuono nel carcere di Potenza, dove era stata trasferita da quello di Foggia in cui era ristretta da circa tre anni. Ma quei 45 giorni di maggiore lontananza dai luoghi in cui vive la sua famiglia sono stati durissimi per lei e soprattutto per il figlio più piccolo, il quale però lunedì sera ha ricevuto la bella notizia del “ritorno” nella struttura del capoluogo in cui si era integrata bene, tanto da essere riuscita a ottenere anche i primi permessi premio, nell’ambito di una condanna definitiva per reati contro la persona. Il bambino potrà presto rivedere la mamma dal vivo e non più solo in video chiamata, dopo che le condizioni psicologiche di entrambi si erano parecchio deteriorate, specie del minorenne che aveva cominciato a mostrare sentimenti di abbandono, naturalmente non in grado di comprendere le dinamiche tutte interne all’Amministrazione penitenziaria. E infatti da una settimana il compagno e padre dei figli aveva avviato uno sciopero della fame e dei farmaci salvavita che prendeva, per protestare contro lo spostamento in Basilicata per semplici motivazioni legate al sovraffollamento dell’istituto, mai accettate dai diretti interessati e ritenute inspiegabili. Ed è stato lo stesso Mario Battista ad annunciare con soddisfazione la svolta sulla vicenda della sua famiglia, raccontando che negli ultimi giorni si era messo in moto un sistema mediatico e istituzionale di grande impatto, provocando una mobilitazione generale a favore di una situazione che effettivamente si è risolta piuttosto velocemente.

“Ci sono alcune persone da ringraziare per questa storia – ha raccontato Battista da Roma dove si trova perché sottoposto a importanti cure sanitarie – a partire dai giornalisti che hanno preso a cuore un caso che aveva sconvolto la mia famiglia. Un ruolo importante lo hanno svolto a Lucera anche l’avvocato Giuseppe Bizzarri e la cooperativa Paidos che ha supportato mio figlio in questo periodo per lui ancora più difficile. Poi c’è Mirko Federico che ha rilanciato su TikTok la mia vicenda, ancora una volta dimostrando di essere sensibile alle vicende legate alla detenzione in carcere. E infine si è rivelato decisivo l’intervento di Rita Bernardini, presidente dell’associazione nazionale ‘Nessuno tocchi Caino’, la quale ha voluto sapere come stavano le cose e poi ha promosso un intervento che è stato fondamentale per far tornare Loredana a Foggia, riparando un’ingiustizia che stavamo subendo. Devo ancora dire che a Potenza ha ricevuto la visita di associazioni locali che si occupano di questi temi, compreso il garante dei diritti dei detenuti. Tutti insieme hanno contribuito a far sì che si rivolvesse nel migliore dei modi, e adesso siamo decisamente più sereni, sebbene sappiamo bene che ci sono ancora tante questioni da risolvere. Ma farlo a distanza di 18 chilometri è ben diverso rispetto ai 130 di prima e che né io né i miei figli potevamo percorrere”.

Battista aveva preso un’iniziativa così clamorosa e seria nella sua attuazione, tale da mettere a repentaglio la sua stessa esistenza, così come peraltro messo per iscritto dal suo medico che in un certificato ha preso letteralmente le distanze da quella che ha definito “condotta omissiva” della quale ovviamente non ha voluto assumersi responsabilità sanitarie, perché rinunciare a cibo e farmaci nella sue condizioni poteva essere letale.

“Non sapevo più come fare e cosa fare – ha aggiunto – perché le istanze che avevamo presentato non avevano sortito alcun effetto. Alla mia convivente e madre dei miei figli era stato privato loro il diritto sancito dalla Costituzione, che riguarda il mantenimento delle relazioni familiari anche in ambito restrittivo. Mi rimaneva solo la scelta di fare davvero rumore su questa storia”.

Battista in realtà è stato già protagonista nel recente passato su questioni carcerarie, ma con una modalità a suo modo originale: da detenuto ha raccontato la sua vicenda personale nel film documentario del 2020 di Luciano Toriello “La luce dentro”, girato nel carcere di Lucera. Nell’occasione aveva descritto proprio la condizione fisica e mentale di padri detenuti e del loro rapporto con i figli, a loro volta coinvolti in situazioni che sono costretti a subire. L’opera è stata quasi presaga di quanto gli è accaduto dopo, solo con i ruoli invertiti tra il padre e la madre di questa famiglia in cui i figli sono stati troppo spesso al centro, e in posizione decisamente scomoda.

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testatina dillo al direttore WEB

 



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