Immaginiamo due bambini che nascono a Foggia nello stesso anno. Vivono a pochi chilometri di distanza, frequentano scuole dello stesso ordine. Uno cresce in una famiglia dove almeno un genitore ha un titolo universitario: ha il 67% di probabilità di laurearsi a sua volta. L’altro ha genitori con la licenza media: la probabilità di abbandonare gli studi prima del diploma supera il 22%. Non si tratta di intelligenza, né di impegno. Si tratta di ciò che c’era prima: il capitale culturale familiare, i libri in casa, la mensa scolastica, il tempo pieno. Cose che sembrano dettagli e invece disegnano traiettorie. Foggia è un caso di scuola di questo meccanismo. Si colloca dentro una Puglia in cui il 43,2% degli adulti ha al più la licenza media. Nella provincia, intanto, i laureati under 40 sono appena il 15,8% della popolazione e il reddito disponibile medio delle famiglie è il più basso d’Italia: 14.953 euro, con un divario di oltre 8.200 euro rispetto alla media nazionale.
La bassa scolarizzazione degli adulti di oggi è la dispersione scolastica degli anni Ottanta e Novanta. E la dispersione scolastica attuale è, in misura significativa, il prodotto dello stesso contesto che ha generato quella bassa scolarizzazione. Un circolo che non si chiude mai e che tende a riprodurre sempre gli stessi esiti.
I numeri: una fragilità che si misura prima ancora dei diplomi
La Puglia ha chiuso il 2022 con un tasso di abbandono scolastico del 17,6%, seconda regione in Italia dopo la Sicilia, secondo il rapporto di Save the Children “Alla ricerca del tempo perduto”. Il dato nazionale nello stesso anno era del 12,7%. A Foggia molti studenti si diplomano senza avere competenze di base. È la cosiddetta dispersione scolastica “nascosta”. Inoltre, più del 20% degli studenti cresce nelle condizioni economiche più difficili. Sul fronte dei titoli universitari il quadro non migliora. Nel 2024, la quota di laureati nella fascia 25-34 anni in Puglia è del 24,4%, il valore più basso del Mezzogiorno insieme alla Sicilia, e distante di oltre 10 punti dalla media del Centro-nord (34,7%) secondo i dati ISTAT. Per Foggia, seconda in Italia per scarsità di laureati under 40, il dato regionale è già superiore alla realtà provinciale, che resta ben al di sotto.
Ai dati sulla scuola si aggiungono quelli sulla prima infanzia. In Puglia i posti disponibili nei nidi sono 18,9 ogni 100 bambini tra 0 e 2 anni, contro una media nazionale di 26,9 e una soglia europea di 33. Foggia si colloca sotto anche alla media regionale. I servizi educativi 0-6 anni sono il primo punto in cui le disuguaglianze si creano o si riducono. Dove mancano, i bambini delle famiglie con meno risorse arrivano alla scuola primaria già in ritardo. E la scuola, da sola, raramente riesce a colmare quel divario. A valle si collocano i dati sul lavoro giovanile. Nel 2024 la quota di giovani tra 15 e 29 anni che non studiano, non lavorano e non si formano - i cosiddetti NEET - è del 23,3% nel Mezzogiorno contro il 10,7% del Centro-nord: più che doppia, secondo l’ISTAT. A Foggia il tasso di occupazione nella fascia 15-64 anni è al 47,4%, il tasso di disoccupazione al 16,3%, e il 40,5% dei profili richiesti dalle imprese è di difficile reperimento secondo la Camera di Commercio. Non perché non ci siano disoccupati: perché il sistema formativo non ha prodotto le competenze che il mercato del lavoro cerca, oppure, quando vengono formate, trovano opportunità altrove. Il mismatch non è un’anomalia del mercato. È la proiezione sul mercato di un deficit educativo accumulato nei decenni.
Il meccanismo: perché il destino diventa statistico
La trasmissione intergenerazionale della povertà educativa funziona attraverso meccanismi precisi. Il primo è il capitale culturale familiare: i libri in casa, il vocabolario degli adulti, la familiarità con i percorsi formativi lunghi. Il secondo è l’orizzonte di aspettative: un ragazzo che non ha mai visto un laureato in famiglia ha statisticamente meno probabilità di immaginare sé stesso come laureato. Il terzo è il costo-opportunità: in contesti di povertà materiale, ogni anno di scuola in più ha un costo reale, in termini di mancato reddito del figlio. Save the Children ha rilevato che più di un quarto degli adolescenti tra 15 e 16 anni in difficoltà economica dichiara di voler abbandonare la scuola superiore per andare a lavorare. Tra i coetanei più abbienti, la stessa intenzione riguarda meno del 9%. La scelta di lasciare gli studi, in questi contesti, non è irrazionale: è razionale rispetto a un orizzonte che la biografia familiare ha contribuito a restringere. Questa è la trappola: non la mancanza di volontà, ma la mancanza di condizioni che rendano credibile un percorso diverso.
In una provincia dove la retribuzione media annua dei dipendenti è di 15.560 euro lordi e le giornate retribuite si fermano al 67,5% del teorico, mantenere un figlio agli studi fino a 23 o 24 anni è una scelta economicamente onerosa per molte famiglie. Il sistema premia chi può permettersi di aspettare. A Foggia, le famiglie che possono permetterselo sono una minoranza. Il meccanismo non si interrompe con la scuola. Nel 2023, la partecipazione degli adulti alle attività formative in Puglia si ferma all’8,5%, tra i valori più bassi d’Italia e quasi 5 punti sotto la media del Centro-nord (13%), secondo l’ISTAT. Chi ha ricevuto meno istruzione tende ad aggiornarsi meno anche in età adulta. La povertà educativa non è uno stato che si raggiunge e si lascia alle spalle: è una condizione che si porta con sé e che si trasmette.
La scuola più povera dove i bambini sono più poveri
C’è un dato che contraddice una delle convinzioni più diffuse sul Sud: non è vero che si spende poco per l’istruzione. Nel 2021 il Mezzogiorno destinava il 5,7% del PIL, quasi il doppio del Nord-ovest fermo al 2,7%, secondo l’ISTAT. Eppure i risultati sono peggiori. La spesa c’è. Ma non produce gli effetti attesi. Il problema non è solo quanto si spende. È come si spende, dove si concentra e se arriva davvero a chi ne ha più bisogno. Il rapporto di Save the Children descrive un paradosso preciso: nelle province con più dispersione scolastica, le scuole offrono meno servizi. Il tempo pieno alla primaria riguarda il 24,9% degli studenti nelle aree più fragili, contro il 31,5% in quelle più forti. Le mense sono presenti nel 18,8% delle scuole, contro il 25,9%. I certificati di agibilità coprono il 25,3% degli istituti, contro il 47,9%. Le province che avrebbero più bisogno di una scuola di qualità sono quelle che ne hanno di meno.
Eppure, quando l’offerta migliora, i risultati cambiano. Nelle aree più svantaggiate ma con almeno metà degli alunni in tempo pieno, la dispersione implicita si riduce di 10 punti percentuali. Dove almeno metà delle scuole ha il certificato di agibilità, il calo arriva a 12 punti. La scuola, quando è attrezzata, compensa. Non completamente, ma in modo significativo. Il problema è che a Foggia non è attrezzata abbastanza. La ragione è strutturale: le risorse pubbliche tendono a seguire la domanda organizzata, non il bisogno. I territori con più famiglie istruite producono più pressione per avere scuole migliori, e spesso le ottengono. I territori con famiglie meno istruite fanno meno pressione e restano indietro. Una parte della spesa si perde qui: non perché manchi, ma perché non è distribuita per ridurre le disuguaglianze.
Cosa serve e cosa non basta
Il dibattito sullo sviluppo della Capitanata si concentra quasi sempre sulle conseguenze visibili: disoccupazione, emigrazione, mancanza di investimenti. Raramente sulla causa. La povertà educativa non entra quasi mai nell’agenda pubblica locale con la stessa centralità, anche se è la variabile che precede e condiziona tutte le altre. Intervenire sul mercato del lavoro senza intervenire sul sistema formativo significa agire a valle di un problema che nasce a monte. Le politiche attive per il lavoro non sono inutili. Sono insufficienti. Finché il capitale umano resta compresso dalla povertà educativa, i loro effetti saranno limitati. Un’impresa che cerca un tecnico specializzato non lo trova. Non perché manchino giovani foggiani qualificati, ma perché il percorso che avrebbe dovuto formarli si è interrotto, o non è mai iniziato.
Le soluzioni sono note: più nidi, servizi educativi 0-6 anni, tempo pieno diffuso, mense accessibili, scuole sicure. Non interventi straordinari, ma strumenti ordinari che funzionano. Il problema non è sapere cosa fare. È farlo in modo mirato e stabile. Finché questa logica non cambia - più risorse dove il bisogno è maggiore, non dove la domanda è più organizzata -i dati sulla povertà educativa a Foggia continueranno a riprodursi. E con loro, con un ritardo di vent’anni, tutti i dati sul lavoro, sul reddito e sull’emigrazione che fotografiamo ogni anno. Non è un problema scolastico. È il modo in cui si distribuisce il futuro.
( A cura di Luca De Marco).
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