Se n’è andato in modo discreto, perché della riservatezza ha fatto il proprio stile di vita. Sempre lontano dalle luci dei riflettori, Vincenzo Faleo il prossimo 28 gennaio avrebbe compiuto 90 anni. Del Foggia può considerarsi l’ultimo dei Mohicani, uno degli ultimi rappresentanti di quel gruppo ormai sull’orlo dell’estinzione che a metà anni Sessanta condusse per la prima volta in A i Satanelli. Moschioni e Patino gli ultimi sopravvissuti di quella generazione di fenomeni che fece grande il Foggia. E fra questi c’era anche lui, il foggianissimo.
Abitava a soli 500 metri dallo Zaccheria, allo stadio ogni giorno per allenarsi andava a piedi, o tutt’al più in bici, la sua compagna inseparabile. Faleo quella maglia l’ha tenuta addosso appiccicata come una seconda pelle. E quando alla fine degli anni ‘50 cominciò a bazzicare in rossonero gli sembrò quasi di giocare per la squadra del suo quartiere: da San Michele allo stadio era un batter d’ali, all’epoca aveva solo 21 anni, giocava mediano quasi per diletto, abbandonata l’attività agonistica sarebbe diventato ferroviere, verificatore per la precisione. In mezzo al campo era un infaticabile portatore d'acqua, oltre che prezioso sarto della manovra, raccordo insostituibile fra difesa e centrocampo.
Faleo col calcio cominciò a prendere confidenza con la formazione della Cartiera, l’Incedit, e quando nel ‘57 si materializzò la fusione con il Foggia, entrò nel giro della prima squadra. Il ragazzo era alle prime armi e doveva ancora farsi le ossa, andò dunque in prestito all’Andria in D prima di tornare l’anno dopo alla base: nel Foggia appena ripescato in C esordì nella capitale contro la Fedit Roma il 14 marzo del ‘59 al fianco dei suoi conterranei Buonpensiero e Rinaldi: a gettarlo nella mischia fu un certo Nardino Costagliola, ex portiere di Fiorentina e della nazionale, con l’occhio particolarmente lungo.
Collezionò in tutto 5 gettoni di presenza in quella annata, prima di emigrare per altre due annate a Chieti prima e a Benevento poi. Quando tornò a casa si era ormai alla vigilia della stagione ‘61-62, quella che segnò il ritorno in B dei rossoneri. Con Faleo protagonista in prima linea con 32 presenze e anche due gol all’attivo. Stava per inaugurarsi il periodo aureo del calcio foggiano nel segno del tandem Pugliese-RosaRosa in cui Faleo avrebbe recitato un ruolo da protagonista.
Il 28 ottobre del ‘62 fu in campo in quello storico 2-7 rifilato all’Udinese di Dino Zoff, la stagione successiva fu fra gli attori principali della prima scalata in A con le sue 35 presenze ed un gol. Quindi il 27 settembre del ‘64 raggiunse l’apice della sua carriera con il debutto nella massima serie: accadde allo Zaccheria nella 3^ giornata contro il Mantova. Patino al 34' sbloccò il risultato, e poi fino alla fine il Foggia gestì senza penare i primi due punti della stagione che coincidono con l'esordio in A di Faleo, primo foggiano a giocare nella massima serie con la squadra della sua città. Quell’anno due presenze in tutto, ma in A ne mise insieme 54.
La sua parentesi in rossonero si chiuse nella stagione di B ‘67-68, quella del trapasso generazionale nella quale con lui diranno addio al Foggia anche Micheli e Lazzotti.
Era l'uomo che cuciva il centrocampo col filo della sua saggezza tecnica e con l'ago della sua tenacia. Inesauribile matrice del raccordo, Faleo era particolarmente legato ad un aneddoto: “Mi appiopparono l’etichetta di istigatore, per via di un presunto pugno rifilato a Suarez in un Foggia-Inter 0 -4 ,prima di campionato del 66, dico presunto, perchè solo Suarez lo vide partire, giocammo in 10 e il risultato la dice tutta”, spesso raccontava quasi a volersi discolpare.
Faleo a Foggia militò per 8 stagioni, totalizzando 169 presenze e 4 gol. Vanta all’attivo una Coppa delle Alpi-bis, una promozione in Serie B ed una in A . Oltre che una promozione in IV Serie con l’Incedit.
Domani alle ore 11.00 l’ultimo saluto nella chiesa di San Michele.
(Foto: Foggia&Incedit edizione 1963-64 allenato da Pugliese. Faleo è al suo fianco)
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