A processo i poliziotti penitenziari per le presunte torture nel carcere di Foggia, indagine nata da lettera

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A distanza di un anno esatto dalle richieste della procura, e a sette mesi dall’inizio dell’udienza preliminare, il gup Cecilia Massarelli ha rinviato tutti a giudizio i dieci poliziotti penitenziari accusati a vario titolo di torture, concussione, tentata concussione, falso ideologico, omissioni di atti d’ufficio, calunnia, favoreggiamento, omissione di referto, danneggiamento e soprressione di atti. Assieme a loro finiranno alla sbarra, nella prima udienza del 25 giugno, anche i tre medici e la psicologa dell’istituto, per le quali è stata ravvisata la complicità delle condotte da parte del pubblico ministero Laura Simeone. Gli avvocati hanno annunciato battaglia legale, dopo aver incassato dallo stesso giudice diverse rigetti di istanze legate alla validità e utilizzo di alcune fonti di prova, anche perché gli imputati si dichiarano sostanzialmente tutti innocenti, o hanno ammesso responsabiliti residuali, e comunque respingono le accuse più gravi in un procedimento che vede come parti civili il Garante per i detenuti, la Regione Puglia, l’Associazione Yairaha di Cosenza che si occupa di tutela dei carcerați e una delle presunte vittime, un recluso di Bitonto che si trovava in Via delle Casermette in quell’11 agosto 2023 quando l’indagine ebbe inizio e poi portò ai clamorosi arresti del 18 marzo nell’anno dopo, eseguito dai carabinieri e dagli stessi colleghi degli agenti coinvolti.

Si tratta dell’ispettore Giovanni Di Pasqua, 58 anni di Foggia, i sovrintendenti Vincenzo Piccirillo, 55 anni di Stornarella, e Vittorio Vitale, di 56 di Lucera dove risiedono anche la vice ispettrice (e all’epoca dei fatti dirigente nazionale del sindacato Sinappe) Annalisa Santacroce di 49 anni, l’agente scelto Flenisio Casiere di 40 anni, gli assistenti capo coordinatore Nicola Calabrese di 52 e Massimo Folliero di 54, l’assistente Raffaele Coccia di 40, gli agenti Pasquale D'Errico di 30 e Giuseppe Toziano di 28.  Per un periodo di tempo più o meno lungo erano finiti ai domiciliari, poi sono stati rimessi in libertà nelle diverse fasi giudiziarie gestite dai rispettivi difensori e infine sono tutti rientrati in servizio dopo le sospensioni subite, sebbene in istituti diversi di Puglia e Basilicata. Risultano coinvolti, ma sempre rimasti a piede libero, il medico della casa circondariale Antonio Iuso di 73 anni di Foggia, i colleghi Romolo Cela di 74 anni di Foggia, e Francesco Balzano di 71 di Lucera, e la psicologa Stefania Lavacca di 49 di Cerignola.

Nella sua richiesta degli arresti, il pm aveva riferito di “diffusissimo clima di omertà e scarsa collaborazione per ostacolare le indagini, con capacità di ottenere l’appoggio di detenuti differenti dalle persone offese, al fine di depistare e intimidire le vittime delle violenze”.
Il vero fulcro della contesa giudiziaria sarà proprio l’eventuale riconoscimento dell’ipotesi di reato più grave, cioè la tortura, peraltro aggravata dalla sua attuazione con più di cinque persone nello stesso momento, e con abuso dei poteri e violazione dei doveri della loro funzione pubblica. La procura ha motivato così: “Hanno agito con violenze gravi e crudeltà, sottoponendo il detenuto a un trattamento inumano e degradante. E quando il compagno di cella (di Taranto, ndr) provò a intervenire, ci furono botte anche per lui, con accanimento sul volto di una persona scalza e indifesa che cercava solamente di ripararsi dai colpi”.

Per l’accusa, ci sarebbe stata anche una pianificata operazione di insabbiamento dei fatti e depistaggio sulle conseguenze, condotte che poi avrebbero fatto scattare le ulteriori contestazioni, spesso in concorso. La procura stava indagando da almeno sei mesi, dopo essere partita da una lettera ricevuta pochi giorni dopo i fatti denunciati, uscita direttamente dal carcere del capoluogo, scritta dalla presunta persona offesa ma in una busta strategicamente riportante il nome di un altro detenuto che avrebbe assistito almeno in parte a quanto sarebbe accaduto, così da non destare sospetti nella verifica della corrispondenza.

Le indagini avrebbero poi fatto emergere gravi indizi di colpevolezza nei confronti degli indagati, indiziati di aver partecipato con ruoli diversi a un pestaggio nei confronti di due detenuti, tra cui proprio il bitontino che versava in condizioni di fragilità. Contestualmente all’aggressione, altri due sarebbero stati inoltre arbitrariamente sottoposti a misure di rigore non consentite. Nel corso delle investigazioni sarebbe stata documentata la predisposizione e la sottoscrizione di atti falsi finalizzati a nascondere successivamente le violenze perpetrate e a impedire che venissero emesse a carico delle persone offese le diagnosi delle lesioni riportate. Sarebbero state, inoltre, accertate minacce e promesse di ritorsioni da parte di due imputati che avrebbero costretto le vittime a sottoscrivere false dichiarazioni, in cui era riportata una versione dai fatti poi stata smentita dalle indagini.

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testatina dillo al direttore WEB

 

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