Manfredonia e Napoli, un filo Barocco che nessuno aveva notato: va dalle tele caravaggesche ai busti dei santi

Carattere
  • Più Piccolo Piccolo Medio Grande Più Grande
  • Predefinito Helvetica Segoe Georgia Times

Per accendere un fuoco serve una scintilla. A Manfredonia, quella scintilla ha preso la forma della mostra “Sulle orme del Caravaggio. La lunga stagione del Barocco riscoperto a Manfredonia tra Bartolomeo Manfredi, Andrea Vaccaro e Nicolantonio Brudaglio”. Un’esposizione nata quasi in sordina, allestita in uno spazio normalmente chiuso al pubblico - l’ex parlatorio del complesso di Santa Chiara - e diventata in poche settimane un piccolo caso anche oltre i confini locali, con oltre 1500 visitatori in poco più di un mese. Quello che all’inizio sembrava “solo” un evento espositivo si è rivelato, in realtà, la porta d’ingresso verso una storia più grande: il rapporto strettissimo - e a lungo sottovalutato - tra Manfredonia e Napoli nel pieno della stagione barocca. Un rapporto fatto di tele caravaggesche, di sculture lignee raffinatissime, di reliquiari che dialogano idealmente con la chiesa del Gesù Nuovo a Napoli, di architetture che rispondono alle stesse logiche economiche e culturali che trasformarono il Mezzogiorno nel Settecento. “Con la mostra che c’è stata, anche Manfredonia deve rivendicare un ruolo centrale in questa vicenda storica e artistica pugliese perché da qui sono passati i più grandi scultori: il dialogo con Napoli è stato costante”, ha detto il professor Francesco Di Palo, critico d’arte, durante la presentazione dei risultati della mostra e del relativo catalogo, avvenuta in aula consiliare nella prima serata di sabato scorso. Il primo tassello che è stato rimarcato è un dipinto rimasto per anni “in silenzio, nascosto su una parete”, come ha ricordato l’assessora alla Cultura Maria Teresa Valente. Si tratta della tela caravaggesca “Coronazione di spine” attribuita dal professore Gianpasquale Greco a Bartolomeo Manfredi: uno dei più importanti seguaci di Caravaggio, “un’artista le cui opere sono esposte nei musei più importanti del mondo. E noi lo avevamo in cattedrale, in silenzio, nascosto alla vista su una parete”. La scoperta non è solo un colpo di fortuna, piuttosto è la prova concreta che Manfredonia, nel Seicento, era inserita in una rete di committenze e scambi che guardava direttamente a Roma e a Napoli, dove la lezione di Caravaggio veniva rielaborata da artisti come Manfredi, Andrea Vaccaro, Jusepe de Ribera, Massimo Stanzione. La presenza di una tela di questo livello in cattedrale - oggi rientrata nella sua sede dopo la mostra - colloca la città dentro quella “lunga stagione del Barocco” che il titolo dell’esposizione rivendica con forza. Accanto a Manfredi, un altro nome chiave è quello di Andrea Vaccaro, grande protagonista del Seicento napoletano. La mostra ha esposto un suo dipinto - l’Immacolata Concezione -, proveniente dalla chiesa di San Francesco, anch’esso rientrato nella collocazione originaria al termine dell’esposizione. Vaccaro è uno dei principali interpreti della declinazione napoletana del naturalismo caravaggesco: una pittura intensa, luminosa, capace di coniugare dramma e devozione. Il fatto che una sua opera fosse presente a Manfredonia, e che sia stata per lungo tempo quasi ignorata, dice molto sulla profondità dei legami con la capitale del Viceregno. Non si tratta di “pezzi minori” arrivati per caso in periferia, ma di un dialogo strutturato con le botteghe e i circuiti artistici napoletani. E’ questo l’elemento di novità. E di (piacevole) sorpresa.

Le tele raccontano il versante pittorico di questo rapporto, poi ci sono i reliquiari e le sculture lignee a rivelare con ancora più forza la trama che unisce Manfredonia a Napoli. Il professore Di Palo ha usato un’immagine potentissima: “Noi abbiamo costretto la bellezza in Purgatorio in attesa che le istituzioni, i cittadini, le autorità ecclesiastiche si rendano conto di una bellezza davvero diffusa sul nostro territorio e che merita di essere conosciuta”. 
 
Parlando dei busti del reliquiario, ha ricostruito un vero e proprio ponte con il Gesù Nuovo di Napoli dove “Antonio Marullo, un intellettuale prima ancora che un gesuita, aveva duplicato qui a Manfredonia quello che stava accadendo al Gesù Nuovo a Napoli”. Ma la catena non si ferma qui, dal momento che Di Palo racconta di aver individuato, tra i busti e le sculture manfredoniane, “opere riconducibili a Daniele Stellato - altro grande scultore napoletano del primo Seicento - e Nicola Fumo che è tra i massimi esponenti della scultura lignea del Settecento, insieme a Giacomo Colombo e Antonio Corradini”. Tutti nomi che rimandano a Napoli, alle sue botteghe, ai suoi cantieri. Manfredonia, in questa prospettiva, non è periferia muta, ma si mostra piuttosto come nodo di una rete che porta in Capitanata il meglio della scultura sacra napoletana.

L’architetto Antonello D’Ardes, autore del progetto espositivo, ha insistito su un altro aspetto: il ruolo dei reliquiari nella “ricostruzione dei legami con la sua storia, dell’identità cittadina e dell’immaginario di questa città dopo la distruzione turca”, ha spiegato.  Questi reliquiari, oggi conservati nel Museo diocesano, sono dunque molto più che oggetti di culto: sono il punto in cui si intrecciano storia, fede e arte. E, ancora una volta, il segno di un dialogo con Napoli, dove la cultura del reliquiario barocco - tra busti, teche, “biblioteche” di santi - ha raggiunto livelli altissimi proprio tra Seicento e Settecento. 

Il legame con Napoli non è solo artistico, ma anche architettonico ed economico. Il professor Nunzio Tomaiuoli, architetto e storico dell’architettura, ha ricostruito la storia del complesso di Santa Chiara, dove la mostra è stata allestita, partendo dalle carte d’archivio. Colloca gli interventi settecenteschi sul monastero dentro una più ampia “frenetica attività edilizia” che tra il 1759 e il 1764 coinvolge “tutte le città della Campania”, soprattutto nell’architettura religiosa. La chiave è economica, perché “c’è stata una inattesa ricchezza congiunturale in quegli anni, attivata da una corposa produzione cerealicola a fronte di una grande crisi europea nel settore. La produzione granaria dei censiti di Capitanata era tale e tanta da consentire loro il piazzamento facile di queste derrate nei maggiori mercati nazionali ed esteri: porto di Napoli, Genova, Messina, Lisbona”.  

Qui il filo con Napoli si fa ancora più evidente: il grano di Capitanata alimenta i mercati del Viceregno, la ricchezza che ne deriva torna in forma di cantieri, chiese, monasteri, decorazioni. Manfredonia partecipa a pieno titolo a questa stagione, condividendo con la Campania non solo modelli artistici, ma anche le condizioni economiche che li rendono possibili.

“Il massimo comune divisore dei commenti nel registro delle presenze – ha annotato il professore Greco - non era ‘belli’, ‘bravi’, ‘complimenti’, ma è un ‘e adesso?’, ‘Non sapevo che Manfredonia avesse queste cose. A quando la prossima?’, ‘Cosa farete adesso?’, ‘Che incredibile sorpresa’”. Da qui la proposta di un “cammino permanente”, di una “mostra diffusa” sul territorio, che metta in rete cattedrale, chiese, Museo diocesano, archivi, biblioteca, palazzi, fino al futuro Museo Civico Manfredi. Un percorso che, se portato avanti con continuità, potrebbe restituire a Manfredonia il posto che le spetta nella geografia del Barocco meridionale.  

Come ha detto l’architetto D’Ardes, ricordando i 20 milioni di euro arrivati in passato per il Parco archeologico di Siponto, il Castello svevo, San Leonardo, Santa Maria di Siponto, “potremmo avere otto musei di alto livello. Bisogna cominciare a immaginare un ampliamento del Museo diocesano per cercare di costituire una pinacoteca e tirar fuori altre opere che aspettano di essere restaurate, perché ce ne sono ancora molte”.  

“Non è vero che la bellezza salverà il mondo – la conclusione di Di Palo -. Se non la pratichiamo, la bellezza non può fare nulla”. Praticarla oggi, a Manfredonia, significa riconoscere fino in fondo il proprio legame con Napoli e con il Barocco come risorsa viva. Serve necessariamente togliere la bellezza dal suo “Purgatorio”, restituendola alla pubblica fruizione e rivendicare per Manfredonia quel ruolo centrale che la storia - e le opere - già le assegnano.  

   banner whatsapp canale 700

 

testatina dillo al direttore WEB

 



Migliora la tua esperienza: installa la nostra app ora!

Ottieni accesso immediato alla nostra app installandola sul tuo dispositivo iOS!
È sufficiente toccare il pulsante Share (condividi) in basso allo schermo,
poi selezionare Add to Home Screen (Aggiungi alla schermata Home).
Segui le istruzioni per aggiungere l'icona della nostra app alla schermata Home per un accesso rapido e facile.
Goditi una navigazione senza interruzioni e rimani connesso ovunque tu vada!

× Installa l'app Web
Mobile Phone
Offline: nessuna connessione Internet
Offline: nessuna connessione Internet