In occasione delle tappe in Capitanata di Gianni Alemanno il direttore de l’Attacco Piero Paciello lo ha intervistato.
Lei sta attraversando in lungo e in largo il Mezzogiorno d’Italia. C’è una declinazione in chiave geopolitica della nuova questione meridionale, ci lavorano sopra settori dell’establishment economico-finanziario e pezzi di comunità accademica. La stessa idea meloniana del Piano Mattei è figlia di questa visione. Lei che ne pensa?
Io sono di origini pugliesi. L’impressione è di una enorme potenzialità di questa terra, che è stata progressivamente depauperata e sperperata. Ciò deriva da svariati fattori, primo dei quali è l’integrazione europea che impone parametri finanziari per i quali il territorio che avrebbe maggiore possibilità di crescere paga il prezzo più elevato. Tutta la politica economica europea è finalizzata al rigorismo tedesco. Questa cosa obiettivamente colpisce in modo grave il Sud. E poi c’è l’aspetto geopolitico: l’Italia non ha mai avuto una politica mediterranea adeguata, una situazione che si è accentuata soprattutto con la Seconda Repubblica, salvi i tentativi di Berlusconi con Gheddafi. In sostanza il Mezzogiorno si ritrova ad essere alla periferia dell’Europa e non nel cuore del Mediterraneo, come sarebbe esattamente, in linea con le sue potenzialità. Quindi oggi bisogna fare un grande progetto da questo punto di vista.
Il Piano Mattei, di cui parla la presidente del Consiglio, non la convince come suggestione?
E’ una bella idea ma una scatola vuota. L’Africa è decisiva, per l’Europa e anche per il mondo. Gli investimenti cinesi crescono esponenzialmente, c’è la presenza russa. Manca la presenza europea e italiana. Dico che il Piano Mattei è una scatola vuota perché si parla del riciclo di vecchi finanziamenti Eni già esistenti, finanziamenti non graditissimi ai Paesi africani perché l’Eni si muove con una politica molto predatoria. L’idea è buona ma va realizzata in maniera diversa. E’ un’immagine priva di contenuti e non può essere un’espressione della sola Eni. Serve una cooperazione paritaria, dobbiamo porci in alternativa al neocolonialismo delle multinazionali e possiamo farlo perché l’Italia è riconosciuta come Paese amico. Siamo considerati in maniera diversa rispetto alla Francia, non sono state espulse le presenze militari italiane. Possiamo sviluppare questo ed essere capofila di un’apertura dell’Europa rispetto all’Africa e al Mediterraneo.
Insisto, ha la sensazione che possa costruirsi una nuova stagione del meridionalismo, declinata su questo versante?
Stiamo parlando di un’elaborazione nelle Università e fondazioni, nel mondo intellettuale e non in quello politico dove invece siamo all’anno zero. Ripeto: Meloni ha avuto una bella intuizione ma il suo Piano Mattei rischia di essere un boomerang se si andrà dai Paesi africani a presentare una scatola vuota. Bisogna che la politica recepisca queste sollecitazioni del mondo intellettuale. Noi, come movimento, riteniamo che serva restituire ciò che è stato depredato all’Africa dall’Occidente predatorio. E’ un atto d’accusa alle multinazionali.
Quando attraversa questo nostro Sud che trova? Si può costruire un’offerta politica nuova, che non siano le varianti populiste di Conte, Emiliano e De Luca?
Il problema locale è lo stesso esistente a livello nazionale. Non si può creare un’offerta politica seria se non si affronta il problema della nostra sudditanza in Europa. Quello è il cuore della questione. Se non si rimettono seriamente in discussione gli equilibri finanziari europei e le politica della BCE qualsiasi proposta di intervento economico, di sviluppo sociale e di equità territoriale è completamente destituita di risorse e fondamento. L’abbiamo visto anche con la politica fiscale del Governo, non ci sono le risorse finanziarie. Oppure per la ZES unica: un’ottima idea ma è rimasta al palo perché mancano i soldi, anzi la situazione è peggiorata dopo che il bonus Sud è stato messo nella ZES unica. Si continua a pensare che il rigorismo economico sia la strada, bisogna incidere sul rapporto debito-PIL lavorando sul PIL e non lavorando solo sulla riduzione del deficit peggiorando la situazione. Va invertito il meccanismo, ma i tedeschi non vogliono sentirne parlare.
Questa virata neo-centralista, per cui le decisioni si prendono ormai sull’asse Roma-Bruxelles, non è l’atto di sfiducia finale rispetto all’idea che i territori potessero assumersi responsabilità con le proprie classi dirigenti?
Le classi dirigenti in generale mostrano un abbassamento della qualità. Il populismo si rivela demagogia da talk show, manca questa consapevolezza. Va valutata l’ipotesi della macro Regione del Sud, perché forse le Regioni del Sud sono troppo deboli per produrre una seria classe dirigente. L’altro aspetto importante è l’autonomia differenziata, che è un grande pericolo perché rischia di aumentare la divaricazione tra Nord e Sud. Aver varato questa legge è una follia, è un cedimento vergognoso di Fratelli d’Italia alle pretese leghiste. E poi secondo me c’è un errore di fondo rispetto all’autonomia regionale: quello che sta divorando le Regioni è la spesa sanitaria. Ma se c’è una materia che non doveva essere regionalizzata era proprio la sanità, perché non posso avere sistemi sanitari diversi in Lombardia e in Puglia. Posso far decidere ad una Regione dove va realizzato un ospedale, ma non stabilire i livelli di spesa perché altrimenti è inevitabile che si creino sanità differenziate. Il risultato è una sanità che sta implodendo. Le Regioni hanno ancora una funzione ma solo sui progetti di sviluppo locale. Serve una nuova agenzia nazionale che governi il servizio sanitario. Ribadisco: la sanità parcellizzata non solo non viene gestita bene ma sta divorando le Regioni.
Da dove riparte la selezione della classe dirigente? La Prima Repubblica erano i grandi partiti di massa e le scuole di formazione miseramente naufragati nel ventennio inutile che abbiamo alle spalle. Ora?
Uno dei temi portanti del nostro movimento è per l’appunto questo, oltre all’indipendenza e al tema delle chiavi di casa. Serve rifare un partito vero, radicato sul territorio, perché questi partiti personali e verticistici, da talk show, sono un disastro per la politica. Ci sono parlamentari, nominati dai segretari di partito, che non hanno mai visto il territorio e non hanno alcuna idea di come sia fatto. Uno scollamento totale. Questa è colpa e strategia dei poteri finanziari, che perseguono tale delegittimazione della politica e della democrazia per poter avere le mani libere. Non è solo colpa dei partiti. La politica è vista quasi come un male, da chi dice “non facciamo cose politiche, facciamo cose tecniche”. Ma le multinazionali e le grandi centrali finanziarie non rappresentano l’economia del territorio.
La provincia di Foggia è diventata laboratorio, negli ultimi anni, per la legislazione antimafia. Il capoluogo è stato sciolto per mafia, secondo caso in Italia dopo Reggio Calabria. Ad oggi ci sono stati sei casi di consigli comunali sciolti per infiltrazioni mafiose, tra cui tre di medie dimensioni. C’è stato un numero rilevantissimo di interdittive, che ha colpito anche robusti portatori di interesse. l’Attacco ritiene che la normativa antimafia sia per certi aspetti illiberale e, peraltro, non efficace se non inutile come ammesso dalla stessa Commissione parlamentare antimafia presieduta da Nicola Morra. Perché si fa così fatica ad avviare un processo riformatore dell’articolo 143 del Tuel?
Innanzitutto perché c’è la retorica dell’antimafia. Ma il problema vero non è solo la legislazione, è nella qualità della magistratura che ha subito un abbassamento con persone spesso inadeguate. Anche sulle leggi anticorruzione si può dire la stessa cosa della normativa antimafia.
E il potere di vita e di morte dei prefetti, sulle imprese e sui consigli comunali?
Sì, ma che facciamo? Depotenziamo i prefetti, che rappresentano la presenza dello Stato sui territori? Il problema è la qualità dei prefetti, che devono essere all’altezza di tali poteri. Tutta la nostra pubblica amministrazione si sta abbassando di livello. Detto questo, per me sarebbe utile una riforma della normativa antimafia, con meccanismi più prudenti ed oggettivi.
Se l’aspettava, a meno di due anni dalle elezioni politiche, il mantenimento del consenso intorno a Giorgia Meloni? O credeva che tale fenomeno si sarebbe sgonfiato?
Giorgia Meloni è una persona dotata di grandi capacità nella comunicazione. Ha doti non comuni di istinto e furbizia. Non mi stupisco che regga il campo, anche perché ha avversari impresentabili. Pure io, se fossi costretto a scegliere tra Meloni e Schlein, voterei per la prima tutta la vita, pure essendo io molto critico nei suoi confronti. La scarsezza delle opposizioni è evidente, tant’è che qui al Sud domina il M5S nonostante la debolezza dei contiani. Però, lo scoglio vero è la fine di questo 2024, quando entrerà in funzione il patto di stabilità. Ci saranno tantissime novità e moltissimi nodi inizieranno a venire al pettine. Quindi, per quanto brava Meloni possa essere, o fa una svolta politica radicale nella chiave da noi indicata – con ripresa vera degli interessi nazionali e indipendenza – oppure neanche le sue capacità possono aiutarla.
E’ davvero così scarsa la classe dirigente di Fratelli d’Italia?
E’ effetto di un partito personale. Non è che non ci siano persone valide, anzi. Però, purtroppo, non c’è un criterio meritocratico. I migliori non hanno spazio per essere valorizzati, se non in qualche caso.
C’è spazio a destra di Meloni?
No, secondo me non c’è. Non cerchiamo di essere alla destra della destra. Noi siamo l’eredità della destra sociale, mentre Meloni sta applicando una destra liberista e neo conservatrice americana. La destra sociale non è mai stata più estrema della destra liberista. Siamo un altro tipo di lettura, con una proposta diversa. E crediamo che lo scontro destra-sinistra oggi sia tramontato, continuare a parlarne come se fossimo nel ‘900 è tema superato. Bisogna pensare ad altre categorie. C’è un nuovo mondo che sta arrivando, bisogna guardare oltre l’Occidente.
Come pensa di ricostruire un partito?
Ci aiuta un po’ in questo FdI, che ha espulso molta classe dirigente. Noi siamo poi un partito intergenerazionale, ci sono i vecchi come me e dirigenti di 29 anni. E cerchiamo di essere portatori di cose che nessuno dice. Rischiamo di esser presi per pazzi ma c’è anche la possibilità di intercettare un vasto mondo che confluisce nell’astensionismo.
(a cura di Lucia Piemontese)
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