I mondi della ricerca, delle istituzioni pubbliche e delle imprese si confronteranno nella prima edizione di Green Fair – Agorà delle Energie Rinnovabili, la nuova fiera dedicata a Bari ai temi della transizione energetica, in programma dal 14 al 16 maggio nella Fiera del Levante. Dopo aver ascoltato il professor Umberto Berardi, presidente del comitato scientifico di Green Fair, e l’ambientalista foggiano Gianmaria Gasperi, l’Attacco ha intervistato il professore Massimo Monteleone, docente ordinario presso l’Università di Foggia, tra i maggiori esperti in ambito accademico.
Qual è l’attuale situazione in Capitanata?
L'installazione di impianti da fonti energetiche rinnovabili (FER) in Capitanata rappresenta un caso unico e emblematico a livello nazionale. La densità territoriale della potenza energetica attualmente installata, escludendo quella in fase di autorizzazione, è senza eguali in Italia e raggiunge valori da record se si somma il contributo dell'eolico e del fotovoltaico. A ciò si dovrebbe poi aggiungere lo sviluppo considerevole degli impianti a biomassa, in particolare quelli destinati alla produzione di biometano. Con riferimento al 2025, l’intera Puglia ha raggiunto la densità territoriale più elevata in Italia, pari a circa 250 kW per km quadrato, seguita a distanza dalla Basilicata e dalla Campania, con circa 150 kW per km quadrato. La Lombardia, che attualmente detiene il primato assoluto per la massima potenza installata, presenta una densità territoriale di circa 10-15 kW per km quadrato, un rapporto di 6 a 100 rispetto alla Puglia. Se ciò è vero per la Puglia nel suo complesso, lo è ancora di più per la provincia di Foggia, che è la provincia leader ed ospita la quasi totalità della potenza eolica regionale (oltre 2,6 GW di potenza installata). In particolare, la provincia di Foggia si distingue per la maggiore incidenza di impianti di grande taglia. Il Tavoliere e il Salento ospitano i più grandi parchi eolici e fotovoltaici della regione e la Puglia è la regione che contribuisce maggiormente alla produzione nazionale da impianti utility-scale. Ciò detto, il nodo gordiano da sciogliere è verificare se questa condizione di assoluta preminenza nazionale costituisca un fattore di rilevante sviluppo socio-economico territoriale o, al contrario, sia la conseguenza di una sorta di colonizzazione da parte di interessi industriali esogeni, riconducibili solo in minima parte ad imprese e maestranze locali. L'altro fronte di polarizzazione del dibattito riguarda il costo ambientale e paesaggistico di questa rapida ed intensa trasformazione del territorio che, a ben vedere, rasenta i crismi di una vera e propria aggressione.
L’invasione dell’agrivoltaico la preoccupa? Come si riesce oggi a garantire la continuazione delle attività agricole?
Per quanto riguarda il fotovoltaico, settore che conosco meglio rispetto all'eolico, nel 2022 il 70% della potenza installata era costituita da impianti fotovoltaici a terra, il che implica un cambiamento irreversibile dell'uso del suolo, da agricolo ad industriale. Nel 2024 tale incidenza è scesa al 63%, ma resta comunque largamente la più elevata in Italia, con oltre 4.000 ettari sottratti all'agricoltura. L'agrivoltaico si è quindi prospettato come una virtuosa integrazione multifunzionale tra agricoltura ed industria energetica, al fine di favorire il pieno dispiegamento delle potenzialità del fotovoltaico senza compromettere il suolo agricolo e rilanciare l'agricoltura locale, espandendo le frontiere dell'innovazione agronomica ed attivando interazioni sinergiche e processi di “simbiosi” realizzando un modello produttivo integrato che promuovesse lo sviluppo dei territori rurali. Si tratta per lo più di impianti agrivoltaici di grandi dimensioni che comunque implicano un'ampia occupazione di suolo agricolo. I principali progetti agrivoltaici in fase di autorizzazione in Puglia tendono ad avere una potenza compresa tra i 20 e i 60 MW; la potenza media di un impianto agrivoltaico utility-scale in Puglia è di circa 54 MW, corrispondenti a circa 135 ettari di superficie occupata, a fronte di una superficie media dell'azienda agricola di 7-8 ettari. Le criticità che ne derivano sono numerose e rilevanti. La forte richiesta di diritto di superficie o di vendita dei terreni agricoli contribuisce alla genesi di fenomeni di speculazione fondiaria e rappresenta un fattore di alterazione del mercato dei terreni agricoli, il cui prezzo è in rapida ascesa, ostacolando quel fragile processo di ricambio generazionale in agricoltura. A ciò si aggiungano i casi, non rari, di esproprio dei terreni agricoli per motivi di pubblica utilità legati alle FER. Ma l'aspetto più preoccupante è la profonda riconfigurazione della struttura dell'impresa agricola e del ruolo dell'imprenditore, ovvero del coltivatore diretto. Si osserva, infatti, una netta separazione tra la proprietà del suolo, affidata all'impresa energetica, e la gestione dell'azienda agricola, con la progressiva marginalizzazione del ruolo socio-economico del coltivatore diretto e la delega delle operazioni di coltivazione ad un'impresa contoterzista. Ciò rischia di esasperare i contrasti tra gli interessi delle comunità locali e quelli degli investitori esterni, provocando la perdita dell'identità agricola e la disgregazione socio-economica delle comunità rurali. Le ricadute positive sul settore agricolo sono solo parziali e selettive. Si evidenziano forti distorsioni territoriali e socio-economiche, un’asimmetria del potere contrattuale fra imprenditore energetico ed agricolo ed i benefici economici risultano assai concentrati, limitati a pochi soggetti, non agricoli e spesso esogeni. Le grandi imprese agricole, dotate di capacità finanziaria e competenze tecniche, possono negoziare accordi più equilibrati con le grandi aziende energetiche, per cui l’agrivoltaico diviene una leva efficace d’innovazione. Le piccole e medie imprese agricole rimangono ai margini o vengono disattivate ed espulse. Dunque, la soluzione agrivoltaica è utile e proficua solo se pone al centro dell’iniziativa economica il rilancio dell’agricoltura e la creazione di un modello su misura per l’azienda agricola multifunzionale, che preservi il suo carattere identitario. In caso contrario, si tratterebbe di un'operazione speculativa che favorirebbe una concentrazione esasperata di terre e capitali. Questo non è il modello che l’agrivoltaico “fatto bene” prometteva; la promessa è stata tradita, per lo meno in Puglia.
Nell’attuale fase di caro carburanti e tensioni geopolitiche ed economiche, quale secondo lei dovrebbe essere la politica da seguire rispetto alle rinnovabili? E come si garantisce la produzione di energia tutto l’anno, evitando la stagionalità insita nel solo eolico o nel solo fotovoltaico?
È comunque necessario puntare sulla progressiva e rapida sostituzione delle fonti fossili con quelle rinnovabili. Non solo per motivi ambientali, ma anche per garantire la sicurezza degli approvvigionamenti energetici. La dipendenza nazionale ed europea dai combustibili fossili aumenta la volatilità dei prezzi e la fragilità dei nostri sistemi economico-produttivi. Le attuali incertezze politiche riguardo alla svolta energetica, che ritengo necessaria ed improrogabile, ed alla transizione ecologica, imprescindibile, costituiscono una seria minaccia per il nostro futuro. Le nuove generazioni lo hanno compreso bene. Se avessimo avviato questa transizione venti anni fa, oggi saremmo in una condizione migliore: gli europei avrebbero aperto la strada all'innovazione tecnologica e al rinnovamento dei propri sistemi produttivi. Abbiamo avuto timore di affrontare questa sfida e ci siamo condannati da soli a rimanere nella retroguardia. Arrivare dopo significa non riuscire a guidare la svolta e a raccoglierne i frutti, che sono appannaggio degli apripista innovatori. Ma perseverare è perfino diabolico...Riattivare gli impianti termoelettrici a carbone, il peggiore dei combustibili fossil, e rimandare gli impegni di decarbonizzazione è scellerato, così come lo è rimandare l'elettrificazione del settore automobilistico. Di questo passo, la nostra economia non si riprenderà. La sfida principale delle energie rinnovabili è il loro carattere intermittente; per superarlo è necessario un approccio sistemico. Le FER possono compensarsi a vicenda: combinando eolico, fotovoltaico e biomasse secondo adeguati rapporti quantitativi; l'eolico produce di più in inverno e di notte, mentre il fotovoltaico d'estate e di giorno; l'impiego continuativo delle biomasse, invece, ha un effetto stabilizzante. Il surplus energetico disponibile in alcune fasi temporali può essere utilizzato per produrre idrogeno verde, facilmente stoccato ed utilizzato nelle fasi di magra. I sistemi di accumulo sono in forte crescita ed efficientamento. Infine, potenziare la rete elettrica per renderla intelligente (smart grid), in grado di gestire flussi bidirezionali e di bilanciare domanda e offerta in tempo reale su vasta scala, è un'ulteriore garanzia di stabilità distributiva. Una politica lungimirante avrebbe dovuto puntare su questo tipo di investimenti infrastrutturali quando si è avuta la disponibilità delle ingenti risorse del PNRR. Le scelte compiute, invece, sono state sostanzialmente miopi.
C’è stato di recente un duro botta e risposta tra Confindustria Foggia e Lipu. Cosa ne pensa? Il territorio ha dato troppo alle rinnovabili, come detto da Cripezzi? O è una questione di misure di compensazione inesistenti?
È l’annosa questione che, un tempo, i meridionalisti come Manlio Rossi Doria avrebbero definito dell’osso e della polpa. L’osso identifica le zone economicamente più depresse, le aree interne, le terre fragili soggette a spopolamento, la parte povera ma più estesa del territorio, spesso percepita come un peso ed un vuoto. La polpa, invece, identifica le aree in cui si concentrano gli investimenti industriali, la parte ricca e produttiva di un Paese, quella che nutre l'economia. Il conflitto nasce da qui. Il paradosso moderno è che l'osso, il territorio fragile, sta diventando la nuova polpa (per il suo valore ambientale, energetico e persino turistico), spesso senza che i benefici restino a chi ha curato e presidiato quel territorio nel tempo. Senza serie ed efficaci politiche di tutela, l'abbandono dell'osso è inevitabile; in queste condizioni, l'osso viene ulteriormente spolpato, diventando terra di nessuno (un vuoto che è innanzitutto demografico), facilmente accaparrabile da parte degli interessi della polpa. L'appetito per l'osso si attiva quando anche le risorse della polpa iniziano a scarseggiare; lo sguardo si sposta sull'osso, considerato come un contenitore vuoto e fragile, facile da accaparrare.
La Regione sta lavorando alla legge sulle aree idonee in Puglia per le FER. La strada è quella giusta o, come lamentano alcuni ambientalisti, si rischia che le imprese influiscano sulle scelte?
Il percorso del decreto sulle aree idonee per l'installazione di impianti FER è stato complesso, caratterizzato da un forte conflitto tra Stato e Regioni, sentenze amministrative, ricorsi e significative revisioni normative nel periodo tra il 2024 e il 2025. Oggi la palla è nuovamente passata alle regioni. L'obiettivo principale è individuare le zone in cui installare pannelli fotovoltaici e generatori eolici con iter autorizzativi semplificati, nel rispetto degli obiettivi di decarbonizzazione del PNIEC (80 GW aggiuntivi entro il 2030 a scala nazionale). È necessario, però, tenere debitamente in considerazione anche gli strumenti di tutela ambientale. La semplificazione delle procedure autorizzative può riguardare l'accorciamento dei tempi e la digitalizzazione delle pratiche, ma non può compromettere la qualità dell'analisi degli impatti ambientali, prevedendo “scorciatoie” o aggiramenti delle ordinarie procedure che rivestono un'importanza fondamentale per garantire l'applicazione di rigorosi criteri di inserimento paesaggistico dell'opera e di compatibilità ambientale. In altre parole, se la transizione energetica non è anche ecologica, contraddice gli stessi obiettivi che si prefigge di raggiungere. Il vero punto debole di questa corsa accelerata alle FER è l'assenza di processi di pianificazione territoriale condivisi. Bisognerebbe invece assicurare una governance partecipata mediante politiche pubbliche ben orientate, garantire processi amministrativi trasparenti e coinvolgere tempestivamente le comunità locali. Ciò significa, ad esempio, definire chiaramente gli obiettivi quantitativi da raggiungere nell'implementazione degli impianti FER. Per quanto riguarda l'agrivoltaico, è necessario determinare in anticipo le superfici massime destinabili a tali impianti, al fine di evitare una corsa all'accaparramento dei terreni, in particolare quelli agricoli. È altresì importante promuovere la qualità dei progetti, prestando particolare attenzione all'idoneità dei sistemi agricoli, alla loro gestione, alla forma giuridica dell'azienda agricola incaricata della coltivazione dei terreni e ai sistemi di monitoraggio. Ai fini autorizzativi, si potrebbe ipotizzare l'applicazione di finestre temporali annuali e di soglie di potenza cumulata per la presentazione delle domande di nuovi impianti. Infine, è necessario operare una selezione dei progetti ritenuti migliori ed incoraggiare la concorrenza tra i progetti agrivoltaici, al fine di favorire un graduale incremento della loro qualità ambientale, agronomica e d'inserimento paesaggistico, in alternativa alla semplice logica amministrativa del “first come, first served”. Inoltre, occorrerebbe favorire modelli associativi e forme di partecipazione diretta degli agricoltori a progetti in forma cooperativa e comunità energetiche, per riequilibrare i rapporti di forza, preservando il ruolo economico e sociale dell’impresa agricola così come della comunità rurale di riferimento. La soluzione agrivoltaica, purtroppo, se quanto attualmente in atto in Capitanata verrà confermato, rischia di rappresentare un mero technological fix, ossia un approccio che cerca di risolvere problemi complessi, sociali ed ambientali insieme, attraverso una proposta meramente ingegneristica o tecnologica, senza preoccuparsi dei meccanismi e delle strutture sociali che ne sono alla base.
Su cosa il mondo della ricerca, di cui lei fa parte, non riesce ad essere ascoltato dai decisori pubblici?
Il mondo della ricerca scientifica, allorché non sia appiattito su interessi particolaristici, fatica a farsi ascoltare dai decisori pubblici su diversi fronti strategici, incluso quello dell'energia. Spesso, infatti, il rapporto è caratterizzato da tensioni, tempistiche divergenti e scopi differenti. Un esempio emblematico è stato quello dell'elaborazione dell'aggiornamento del PEAR. Al contrario, un caso virtuoso è rappresentato dal sostegno regionale alle attività formative dell’ITS Academy Green Energy Puglia, con sede legale a Troia, che propone percorsi di alta specializzazione tecnologica post-diploma focalizzati sull'analisi e la gestione di sistemi energetici. Le attività formative mirano a fornire competenze tecniche avanzate per la transizione ecologica e l'efficienza energetica, integrando teoria e pratica aziendale. Le attività, svolte in collaborazione con le aziende del settore, prevedono lezioni frontali ed attività laboratoriali, a cui si aggiunge un periodo di stage aziendale. Si tratta di un'esperienza significativa ad elevato valore formativo. L’Università di Foggia è fra i soci fondatori della Fondazione ITS e contribuisce alla progettazione dei percorsi formativi e all'erogazione della didattica per garantirne l'alto profilo scientifico e tecnologico.
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