Esattamente due anni fa, all’alba del 24 gennaio del 2023 Carabinieri e Nas di Foggia irruppero nelle case di 30 dipendenti del Don Uva del capoluogo daunio per notificare una serie di misure cautelari: furono arrestati in carcere alcuni, ai domiciliari altri e sottoposti alla misura del divieto di dimora e avvicinamento infermieri, Oss, educatori e altre figure dipendenti della struttura. Le accuse erano tra le più infamanti: maltrattamenti aggravati, sequestro di persona e violenza sessuale ai danni di 29 pazienti ricoverate nel reparto ex ortofrenico della struttura sanitaria di via Lucera. Indignazione e sgomento pervasero la comunità foggiana e non solo, avendo avuto la notizia un’eco mediatica di portata nazionale, ancora di più perché seguiva un’altra vicenda simile alla Stella Maris di Manfredonia. In quella prima fase i “mostri” furono sbattuti ovunque in prima pagina anche per la particolarissima fragilità delle presunte vittime degli abusi. Come è noto, si tratta di un’utenza residuale di quelli che un tempo erano i manicomi, oggi fortunatamente riconvertiti in strutture connotate da una presa in carico caratterizzata da una maggiore umanità e inclusività.
A seguito delle misure disposte dall’autorità giudiziaria (successivamente tutte revocate), la proprietà, la società Universo Salute, formalizzò il licenziamento delle persone coinvolte, salvo un recentissimo reintegro in servizio di una Oss. L’attività di indagine è stata condotta dai Carabinieri ed è partita ad agosto 2022, ufficialmente a seguito di una intercettazione di una conversazione telefonica tra due sanitari, sotto indagine per un’altra ipotesi di reato, che facevano riferimento ad abusi a danno di alcune pazienti ortofreniche. Gli inquirenti hanno quindi piazzato videocamere e cimici nel reparto per accertare i fatti. Di lì a qualche mese è esploso lo scandalo.
Nelle settimane e nei mesi successivi alle misure cautelari si sono tenuti anche gli interrogatori di garanzia, durante i quali alcuni degli indagati hanno respinto le accuse e hanno fornito ai giudici ulteriori elementi di valutazione per meglio comprendere il quadro della situazione. In primavera è emerso che tra gli indagati risultavano esserci anche la dottoressa responsabile, il coordinatore infermieristico e la coordinatrice delle attività sociosanitarie, tutti all’interno del reparto ex ortofrenico e ancora in servizio nella struttura.
Ma via via che emergevano ulteriori dettagli quella che sembrava una granitica e inoppugnabile accusa ha perso la vis iniziale, non solo da una più accurata lettura delle carte ma anche in virtù delle testimonianze dirette rese da alcuni indagati su queste colonne che si sono ribellati alla narrazione che li aveva trasformati tutti indistintamente nei mostri sbattuti in prima pagina, in questo e nei tanti altri casi di maltrattamenti nelle strutture sanitarie italiane.
Dopo due anni si aspetta ancora la formalizzazione della chiusura delle indagini che addetti ai lavori considerano essersi rivelate più complesse di quanto potesse sembrare all’inizio di tutta la vicenda. In teoria, fanno notare a l’Attacco alcuni degli indagati, i termini tassativi entro cui chiudere le indagini, secondo la nuova legge Cartabia, sarebbero scaduti, in quanto per la tipologia di reato in questione, non possono durare complessivamente più di 2 anni. Chiuse le indagini parte il cosiddetto termine di riflessione, della durata di 3 mesi, a disposizione del Pm per decidere rinvio a giudizio o archiviazione, anch’esso introdotto dalla recente riforma a sanare un'evidente lacuna del sistema previgente. Tuttavia si tratta di un termine meramente "ordinatorio", ossia il mancato rispetto di questo precetto non è assistito da sanzioni processuali, anche se il nuovo art. 415 ter c.p.p. prevede la facoltà, in favore sia dell'indagato che della persona offesa, di assumere iniziative per sbloccare questa eventuale inerzia.
Come più volte evidenziato da diversi osservatori, l’indagine del Don Uva ha raggiunto una fase di stasi dopo la restituzione dei cellulari inizialmente sequestrati agli indagati ed è stato evidenziato che apparentemente non sarebbero emersi ulteriori elementi che potessero dare una svolta al caso. Ecco perché oggi, in questa data simbolica, alcuni degli indagati lanciano nuovamente un appello affinché la giustizia faccia al più presto e senza indugi il suo corso “liberando tutti, noi indagati ma anche le persone fragili presunte vittime di abusi, da questa incertezza opprimente. Siamo fiduciosi che alla fine si farà chiarezza su tutta questa tremenda vicenda, alcuni di noi stanno gridando la loro innocenza da tempo, mentre viviamo l’inferno del marchio infamante dei mostri che ci impedisce di trovare un nuovo lavoro, di avere spazi di socialità, di condurre insomma un’esistenza normale in attesa del verdetto, qualunque esso sia. Aspettare di conoscere il nostro destino, nel bene e nel male, sta portando alcuni di noi a gravi conseguenze sulla salute. Tutto quello che chiediamo è giustizia, anche nei confronti di quelle persone che hanno subito violenza, ove questo fosse accertato. Anche noi chiediamo che chi ha sbagliato paghi ma nei confronti di chi ha posizioni assolutamente meno gravi si ponga fine a questo incubo. Molti di noi stanno avendo problemi di salute, questa situazione incide sullo stato psicologico: un indagato ha addirittura cercato di farla finita un paio di settimane fa e solo l'intervento di un'amica ha evitato il peggio”.
Come è noto, le indagini si sono basate su una serie di captazioni ambientali eseguite all’interno del reparto con l’ausilio di videocamere e microfoni nascosti. Ebbene questo potrebbe, secondo esperti legali sentiti da l’Attacco, determinare un problema per la solidità dell’impianto probatorio. Infatti le captazioni in strutture sociosanitarie non sarebbero del tutto utilizzabili. Tempo fa la Regione Puglia provò ad approvare una legge che obbligava l’installazione delle telecamere in ogni residenza per fragili. Impugnata dal Consiglio dei ministri per incostituzionalità, la legge superò il vaglio della suprema Corte. Ciò nonostante l’uso delle captazioni potrebbe essere contestato dai difensori. In particolare per ciò che riguarda i video delle presunte violenze, molti indagati avrebbero chiesto di visionarli insieme ai giudici per dimostrare la loro estraneità ai fatti contestati, richiesta che a quanto trapela non sarebbe stata ancora accolta.
Sul piano formale, il protrarsi delle indagini avrebbe ulteriori conseguenze, ad esempio trapela che Universo Salute stia temporeggiando nel rinnovare i contratti a termine di quel personale subentrato ai licenziati, proprio per la possibilità di doverli reintegrare tutti o parte di essi. Anche i diversi giudici del lavoro a cui si sono rivolti gli indagati per contestare i licenziamenti avrebbero rinviato udienze e pronunce in attesa dell’esito del procedimento penale.
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